Stati Uniti: una generazione non ancora d'oro

«Se sono seduto su questa panchina è perché penso che possiamo vincere». Si era espresso così il ct degli Stati Uniti Mauricio Pochettino, lo scorso mese di marzo, interpellato sulle aspettative della propria nazionale per i Mondiali di casa. Concetto poi ribadito anche a Donald Trump, su esplicita domanda del presidente. Che si tratti di puro ottimismo, di una provocazione o di una reale convinzione (difficile questo da credere), la formazione statunitense si presenta ai nastri di partenza della rassegna iridata certamente convinta, se non di poter davvero alzare la coppa, perlomeno di avere tutte le carte in regola per andare lontano. Con grande fiducia nei propri mezzi e quella dose di spavalderia tipicamente americana, la USMNT , come viene chiamata in patria, spera infatti di centrare davanti al proprio pubblico il risultato più importante della sua storia.
Talenti in rampa di lancio
Una speranza nata dalla fiducia in un gruppo da tempo definito da media e tifosi come la «Golden Generation». Il termine è apparso per le prime volte sulle pagine sportive americane intorno al 2020, per identificare quella generazione di calciatori - nati a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000 - capaci di varcare l’oceano in giovane età e di ritagliarsi spazio nel calcio europeo. Nel 2017 la nazionale statunitense aveva toccato il fondo, mancando la qualificazione ai Mondiali in Russia dopo sette edizioni consecutive. In lontananza cominciava invece già a delinearsi la rassegna casalinga. La «Golden Generation» rappresentava così la base perfetta su cui costruire il proprio futuro, con l’appuntamento del 2026 come grande obiettivo.
In quel periodo, dopo essere esploso nel Borussia Dortmund, Christian Pulisic si imponeva nel Chelsea, con cui sarebbe diventato campione d’Europa nel 2021, mentre proprio in Westfalia a raccoglierne l’eredità c’era Giovanni Reyna. Nel mentre, Weston McKennie cominciava la sua avventura in un top club come la Juventus, Sergiño Dest lasciava i Paesi Bassi per accasarsi addirittura al Barcellona e Tyler Adams giocava una semifinale di Champions League con il Lipsia. Tutti ragazzi intorno ai vent’anni che hanno acceso i sogni dei tifosi americani.
Un passo indietro?
Ai Mondiali qatarioti il secco stop agli ottavi di finale contro i Paesi Bassi, arrivato dopo un girone chiuso da imbattuti, era stato derubricato a fisiologica tappa di crescita per una squadra ancora troppo inesperta a certi livelli. Il percorso era così stato giudicato nel complesso positivo, ed era diffusa l’idea che la «Golden Generation» sarebbe cresciuta in vista dell’appuntamento di casa. Quattro anni più tardi è arrivato il momento per gli USA di misurare questi passi avanti. O meglio, di verificare se ci siano effettivamente stati. La squadra a stelle e strisce non ha superato un primo banco di prova nella Copa America del 2024, terminata con la prematura uscita ai gironi, a favore della meno quotata Panama. Una controprestazione che è costata la panchina all’allora ct Gregg Berhalter, ma che ha pure messo in luce una certa fragilità della decantata «Golden Generation». Alcuni suoi elementi si sono infatti ridimensionati rispetto alle grandi aspettative che li circondavano, almeno a livello di club. Pulisic, lasciato un Chelsea in cui era finito in secondo piano, sembrava aver trovato la sua dimensione in Serie A, ma a questi Mondiali ci arriva sulla scia di una stagione complicata. Dest ha deluso sia in maglia blaugrana, che nella parentesi al Milan, finendo per tornare nei Paesi Bassi al PSV, mentre Reyna non è riuscito a imporsi a Dortmund e ha faticato anche nell’ultimo anno a Mönchengladbach. In molti scommettono quindi su Balogun e Tillman, che bene hanno fatto con Monaco e Leverkusen. Per loro il match di questa notte alle 3.00 contro il Paraguay coinciderà però con l’esordio assoluto in Coppa del Mondo. Ed è da vedere se saranno loro a far brillare una generazione, che deve ancora dimostrare di essere davvero dorata.