Amarcord

Svizzera Under 17, dieci anni dopo: quella volta che salimmo sul tetto del mondo

Ripercorriamo il Mondiale vinto nel 2009 dalla famosa generazione d’oro - La meglio gioventù di allora ha saputo mantenere le promesse? «Io non ce l’ho fatta e un po’ fa male» ammette Igor Mijatovic
Bruno Martignoni, Igor Mijatovic e Matteo Tosetti nel 2009 a Tenero. © CdT/Archivio

Sognava di fare il calciatore. Oggi lavora come cameriere a Bellinzona. Ogni tanto, capita che qualche cliente si ricordi di lui. «Ma tu non avevi vinto un Mondiale?». Sì, l’ha vinto. Anche se in Nigeria giocò due spezzoni di partita appena. «Però godevo della stima del mister» ricorda oggi con un po’ di nostalgia Igor Mijatovic, 27 anni il 21 novembre. A quella rassegna arrivò in condizioni precarie. Si ruppe il menisco un mese prima di partire. «Non ero al 100%, purtroppo».

L’incrocio con Sarri

Già, purtroppo. È una parola che l’ex attaccante continua a pronunciare. Xhaka e gli altri ce l’hanno fatta, lui no. «E fa male» ammette. La carriera di Igor fra i professionisti non è mai sbocciata. Un battito d’ali e nulla più. «Debuttai in Super con il Bellinzona, a Basilea. Ero un ragazzino, anche se tutti si aspettavano grandi cose».

Il granata gli stava stretto, spiega. «Mi voleva il Sorrento, che all’epoca era allenato da Maurizio Sarri. I dirigenti del Bellinzona però bloccarono tutto. Una questione di soldi, pare. E così iniziai a girare. Mi trovai a Biasca, ci fu perfino un’avventura in Bosnia. Ma là il sistema era corrotto».

Quindi, la decisione: basta con il calcio «vero». «Alla fine non gioco più nemmeno fra i Minori» prosegue Mijatovic. «Il lavoro non me lo permette, avendo anche turni serali e nei weekend. Diciamo che adesso guardo avanti. Lavoro, poi c’è la scuola. Un domani vorrei avere un locale tutto per me. Il mio sogno, ora, è diventare un gerente».

Eppure, Igor ci credeva. «Nel 2009 credevo davvero che il calcio sarebbe stato un lavoro. Il mio lavoro. Ci speravo. Ma rimasi bloccato. Un po’ per il Bellinzona, molto però fece la mia testa. Ero fragile, in più mi lasciai andare fra uscite con gli amici e altro. Non ragionai da calciatore, ecco. Avessi avuto il carattere e la forza di oggi, beh, le cose sarebbero andate diversamente. Pazienza. Non si può tornare indietro».

L’amore per il pallone

Nonostante la delusione, Igor ama ancora il calcio. «Quando giocano i miei amici, se posso vado a vederli al campo» dice. «L’Arbedo mi ha pure chiesto di rimettermi gli scarpini, ma appunto con il lavoro non so bene come fare. Comunque seguo anche la Svizzera, se è per questo».

Igor ama il calcio. E il calcio, ama ancora Igor? Si ricorda di questa promessa? «Non ho più chissà quali rapporti con i miei ex compagni di nazionale U17. I ticinesi non li sento. Il solo con cui ho mantenuto i contatti è Seferovic. Sefe, per me. Quando era in ritiro a Lugano, prima di Russia 2018, siamo usciti insieme. Gli altri, beh, non saprei. Ma ognuno ha la sua vita oramai. Io lavoro, mi sono sposato, sono e resterò legato a quel gruppo per via del Mondiale vinto. Ma finisce lì».

Una persona normale

Il Mondiale vinto. Igor quel successo se lo tiene stretto. «La medaglia l’ho conservata, che domande» le sue parole. «Fu un’emozione indescrivibile. Dovevo ancora compiere 17 anni e mi ritrovai in Nigeria, ad una rassegna iridata, con avversari prestigiosi e davanti a un sacco di persone. Erano in 60 mila per la finale».

Mijatovic si tiene stretto uno spezzone in particolare. Quello contro la Colombia, in semifinale. «Quella partita mi è rimasta dentro, forse perché sfiorai il gol. Purtroppo, come detto, venivo da un infortunio. Non riuscii a dare tutto. Oggi, se ci ripenso, avverto ancora dispiacere. Il mister contava su di me, mi vedeva. Se fossi stato al 100% avrei avuto più spazio».

Le emozioni si mischiano alla rabbia e alla frustrazione. L’Igor ragazzino che sognava di sfondare è stato sostituito, nella partita della vita, da un uomo maturo. Uno che, come tutte le persone «normali», ogni giorno deve guadagnarsi la pagnotta lontano dalle luci e dalla ribalta. «E come me, al di là del Mondiale vinto, ce ne sono tanti. Non sono l’unico calciatore che non è riuscito ad arrivare in cima. Fa male, sì. Ma oramai ci ho fatto il callo. Guardo avanti».

La medaglia

Guarda avanti, Igor. E guarda la Svizzera di Petkovic. Molti giocatori attuali vinsero nel 2009. Proprio come lui. «Mi fa strano pensare che non ci sia uno come Ben Khalifa. Era un fenomeno, al pari di Xhaka e Rodriguez. Loro erano treni incredibili, avevano qualcosa in più».

Quel qualcosa che a Mijatovic è mancato. Ha sofferto, in questi dieci anni. E, parole sue, non sempre ha fatto le scelte migliori. In campo e fuori. Ma quando guarda la medaglia, quella medaglia, gli sale un brivido lungo la schiena. Anche lui è stato sul tetto del mondo.

Matteo Tosetti: la medaglia? A Losone, nella vecchia cameretta

«C’è anche il compleanno di mia cugina quel giorno». Ride, Matteo Tosetti. Ride e pensa al 15 novembre 2009, giorno in cui la sua Svizzera U17 vinse il Mondiale. «Che ricordi». Già, fu qualcosa di bellissimo.

«Sono già passati dieci anni, tanto è cambiato da allora. Mi chiedo spesso: potevo fare di più?». «Toast», classe ‘92, non nasconde un po’ di amarezza. È un giocatore di Super League e ha disputato ben due finali di Coppa Svizzera, una con il Lugano e l’altra con il Thun. Ma qualcosa manca. «Quel salto che vorrei fare da almeno un paio di stagioni» sottolinea. «Ma forse è il mio destino, le cose devono andare proprio così».

In Nigeria Matteo giocò la miseria di 18 minuti. Contro la Colombia, in semifinale. «Fu un trionfo per la squadra, ma a livello personale fu anche una piccola sofferenza perché il mio esordio arrivò tardi. Non fu semplicissimo guardare gli altri giocare e vincere. Io ero il primo che andava a scaldarsi a bordocampo ed ero l’ultimo a rientrare in panchina, dopo che il mister aveva effettuato tutto i cambi. Per fortuna ci fu il debutto, in semifinale. A ben vedere, però, il fatto di avere giocato poco a quel Mondiale mi ha aiutato in carriera».

C’era molta pressione su quel gruppo, la gente si aspettava tantissimo. Bisognava essere bravi. Non in campo, ma nella gestione del tutto. La mia fortuna? Cito la famiglia

Ritornato a casa, smaltita la festa, Tosetti entrò in una nuova dimensione. «C’era molta pressione su quel gruppo, la gente si aspettava tantissimo. Bisognava essere bravi. Non in campo, ma nella gestione del tutto. La mia fortuna? Cito la famiglia, che seppe aiutarmi nel migliore dei modi».

Matteo partì giovanissimo per Berna, sponda Young Boys. Esordì in Super League, ma poi i gialloneri lo girarono in B. Al Wohlen. La famosa gavetta. «Proprio il Mondiale mi fece capire di dover migliorare. Di fame ne avevo e ne ho anche adesso che sono cresciuto». Ma Tosetti ha mai avuto paura di non farcela? O meglio, ha mai temuto di non sfondare nel professionismo? «Paura forse no, ma a Wohlen sbagliai a più riprese. Non riuscii a gestire il lato extra calcistico, diciamo. Non andò bene e una volta rientrato dal prestito l’YB non sapeva bene cosa fare di me. Ero in mezzo alla strada, per certi versi. Il Lugano a quel punto pensò a me e mi diede una chance».

Oggi Tosetti è un calciatore affermato. Sta lottando con il suo Thun, ancorato all’ultimo posto in Super League. «E per questo non parlo di possibili avventure all’estero, ora come ora non avrebbe senso». Parla, però, volentieri di Nazionale. E di Vladimir Petkovic, mister che lo lanciò allo Young Boys. «La selezione maggiore è un sogno. Rimarrà nella mia testa fino all’ultimo, fino a quando sarò un professionista. Se non arriverà la chiamata pazienza».

Molti compagni del 2009 fanno parte in pianta stabile della Svizzera di «Vlado». «Già al Mondiale U17 si vedeva chi, in prospettiva, avrebbe potuto ambire a certi palcoscenici. Non sono sorpreso se vedo chi è arrivato e chi no. Ognuno ha avuto il suo percorso». È mancato, però, il risultato. Quello che la U17 di Ryser conquistò contro ogni pronostico.

Matteo ride. E pensa a quel 15 novembre 2009. «Ricordo tutto come fosse ieri. E ogni volta che vado a trovare i miei, a Losone, mi fermo nella mia cameretta per un po’. Guardo la medaglia. È lì, al sicuro, nel luogo in cui sono cresciuto».

Che annata il 1992: da Coutinho a Neymar, passando per Götze, Ter Stegen e Alisson

Che annata, il 1992. Sia per il movimento calcistico rossocrociato sia per diverse altre nazionali. Per dire: c’è chi non si è accontentato di illuminare i Mondiali di categoria nel 2009. Il tedesco Mario Götze, per esempio, la coppa più importante l’ha regalata alla selezione maggiore solo cinque anni dopo, con un gol all’extra-time al Maracanã. Con lui, nell’Under 17 della Germania, giocava anche l’attuale portiere del Barcellona Ter Stegen o ancora il difensore dell’Arsenal Mustafi.

E a proposito dei Gunners. In Nigeria, dieci anni fa, Granit Xhaka dirigeva già l’orchestra elvetica. Innescando il bomber del Benfica Haris Seferovic o il laterale rossonero Ricardo Rodriguez. Tre profili riusciti ad arrivare ad alti livelli fra alti e bassi: 3 su 21 campioni del mondo ancora minorenni.

Giocatori, questi, in grado comunque di prevalere su autentici fenomeni. Prendete il Brasile, quel Brasile incapace di superare la fase a gironi dopo essersi arreso pure alla Svizzera. Vi militavano Neymar, Coutinho, Casemiro o ancora uno tra gli estremi difensori più forti del pianeta: Alisson. La Spagna, giunta terza, poteva per contro annoverare i vari Koke, Isco, Morata e Sergi Roberto. Mentre nella Nigeria, padrona di casa caduta in finale solo a dispetto dei rossocrociati, giostrava l’ex Lazio Onazi.

L’aggancio perfetto per parlare dell’Italia, presente nel 2009 con la sua U17. Una selezione, quella sconfitta sempre dalla «Nati» ai quarti, che invero ha partorito pochi campioni «veri»: Perin ed El Shaarawy i più conosciuti. Addirittura, da una nazionale come quella argentina non sbocciò una generazione di calciatori affermati. Qualche prodotto interessante lo sfornarono invece l’Olanda (l’attuale difensore dell’Inter De Vrij) e la Repubblica di Corea (con l’attaccante del Tottenham Son).

Per il resto tanti giovani talenti, sognatori, protagonisti di carriere velleitarie o appena discrete in campionati minori.