«Ti senti un Dio e quando cadi fa davvero male»

Non è uno che si perde nei sentimentalismi, Bruno Martignoni. E nemmeno si piange addosso. Grande protagonista di quella cavalcata mondiale, l’attuale capitano del Chiasso sa bene perché la sua carriera non è mai esplosa.
Testa alta, parole ferme e nessun tentennamento: Bruno ripercorre, sicuro, le tappe della propria vita calcistica. «Non le rinnego e, anzi, non sono uno a cui piace guardarsi troppo alle spalle» afferma subito. Al contempo però riconosce: «In questo sport raccogli quanto semini e in tal senso ho un grande rammarico: l’avventura a Cagliari». Sì perché dopo aver conquistato il Mondiale del 2009 a Martignoni si aprirono subito le porte del calcio italiano. Un sogno, per un ragazzo ticinese. «Io però non seppi cogliere l’essenza dell’opportunità capitatami tra le mani. Se in Sardegna avessi fatto non gli straordinari ma semplicemente quanto mi chiedevano in questo momento forse staremmo parlando di altre cose».
Già. E invece dopo quel torneo in Nigeria i duelli tra Bruno e i vari Götze e Neymar non si sono più ripetuti. Perché? «Sono diversi i fattori che possono incidere in una carriera, ma i comportamenti e la predisposizione del singolo restano quelli più importanti. Poi ci vuole un po’ di fortuna, come pure le persone capaci di darti una mano e i consigli, quelli giusti, quando hai soli 17 anni». Un’età spensierata. E insidiosissima, sottolinea Martignoni: «Non ho problemi a dirlo: dopo la vittoria ai Mondiali mi credevo un Dio in terra. E ciò nonostante l’ottima educazione ricevuta dai miei genitori. A 17 anni, però, è difficilissimo riuscire a gestire una situazione simile, quando dall’oggi al domani si presenta un procuratore che ti prospetta certi guadagni e di farti diventare un campione vero. Ti senti invincibile e credi di poter fare quello che vuoi». Ma non è così. «Nel mio caso – ammette Bruno – il problema è stata la caduta. Che ha fatto davvero male. Rientrato da Cagliari a Locarno ricordo che feci davvero fatica a riprendermi. Sì, quello è stato il momento più difficile».
Martignoni ad ogni modo non fu l’unico a fallire la scalata verso l’Olimpo del calcio. Solo 3-4 elementi possono dire di avercela fatta. Un sollievo? «Preferisco non paragonare la mia carriera a quella degli altri. Sarebbe da sciocchi guardare con rammarico ai percorsi dei vari Xhaka, Rodriguez o Seferovic. Dopo un decennio resta l’orgoglio per l’incredibile traguardo raggiunto. La carriera che sognavo non è arrivata, ma qualcosa di buono penso comunque di averlo fatto» conclude Bruno a testa alta.

