Mondiali

Un altro fallimento tedesco

Dopo il trionfo in Brasile nel 2014 valso la quarta stella, la Mannschaft non è più riuscita ad accedere agli ottavi di finale in Coppa del Mondo - Al momento sul banco degli imputati ci è finito soprattutto l’allenatore Julian Nagelsmann, che però da parte sua non ha alcuna intenzione di lasciare
©Reuters/Martin Rickett
01.07.2026 06:00

«Un’altra umiliazione Mondiale». I titoli sui portali sportivi tedeschi, e non solo, dopo l’eliminazione della Mannschaft ai rigori contro il Paraguay, recitano pressappoco tutti così. E non potrebbe essere altrimenti. I ricorsi storici d’altronde sono impietosi. Nel 2018, in Russia, le sconfitte contro Messico e Corea del Sud resero inutile la vittoria in extremis sulla Svezia, e la Germania si ritrovò addirittura all’ultimo posto nel girone. Quattro anni dopo, in Qatar, andò poco meglio e terminò terza. Anche questa volta il copione cambia di poco. Sì, il passaggio del turno è arrivato, ma l’avventura si è interrotta nuovamente prima degli ottavi di finale. Tradotto: la Germania non vince una partita a eliminazione diretta ai Mondiali dalla finale del 2014. Quella del quarto titolo.

Come l’Italia?

Un bilancio inaccettabile per la seconda Nazionale più titolata nella storia della Coppa del Mondo al pari dell’Italia. Squadra il cui cammino, a ben guardare, non si discosta troppo da quello tedesco. Anche gli Azzurri, dopo il trionfo del 2006, non sono andati oltre la fase a gironi per due edizioni consecutive. Poi, è vero, è arrivato il baratro delle tre mancate qualificazioni di fila, che tuttavia non alleggerisce né sgrava il giudizio sul fallimento della Germania. Quel che cambia, semmai, è l’analisi della sconfitta. Nella vicina Penisola, dopo ognuno di questi rumorosi passi falsi, sul banco degli imputati sono finite diverse cause, ma tra le diagnosi principali ha sempre spiccato la mancanza di talento. Non senza cadere in facili luoghi comuni si è puntato il dito contro i vivai, incapaci di sfornare quei campioni che per anni hanno caratterizzato il calcio italiano. Per la Germania, questo discorso fatica a reggere, almeno all’apparenza. È difficile tirare in ballo l’assenza di materia prima quando in rosa ci sono, tra gli altri, i vari Musiala, Wirtz, Nmecha o Havertz. In questo senso, proprio in Italia il sistema formativo tedesco veniva spesso preso come modello di efficienza da seguire. E con esso, il modello calcistico a tutto tondo. In Italia, si dice, mancano stadi di proprietà e le squadre sono paralizzate dai debiti. Oltre il Reno, invece, il sistema appare sanissimo. Le infrastrutture sono all’avanguardia, gli stadi sempre esauriti, i bilanci dei club solidi. Insomma, due mondi calcisticamente agli antipodi, ma che da diversi anni a questa parte si ritrovano a fare i conti con la medesima, disastrosa carenza di risultati.

Un ct troppo arrogante

Almeno per il momento, il dibattito in Germania non sembra orientato verso una rifondazione totale del sistema. Certo, le voci critiche contro la federazione non mancano, una su tutte, quella di Jürgen Klinsmann («Tutto deve essere messo in discussione, dall’alto verso il basso», ha tuonato l’ex attaccante ed ex ct della Mannschaft ai microfoni di ESPN), ma non puntano miratamente a un cambiamento radicale dalle fondamenta come spesso si è sentito dopo i fallimenti italiani. All’indomani dell’eliminazione, il dito è infatti stato puntato principalmente sull’operato di coach Julian Nagelsmann.

«Nagelsmann vede ogni errore, tranne i propri» titola un articolo su Der Spiegel, in cui l’ex tecnico del Bayern Monaco viene accusato di avere gestito la Nazionale come se fosse un club: troppi esperimenti, troppe rotazioni senza logica, con i giocatori chiave messi fuori ruolo (Musiala e Wirtz su tutti). Invece di sfruttare la stabilità del blocco Bayern, ha voluto insistere su idee tattiche complesse, disorientando la squadra. Ma soprattutto, a Nagelsmann viene imputata un’arroganza priva di autocritica. Dopo l’eliminazione, ha scaricato la colpa sulla «lentezza nello sviluppo del gioco» da parte dei suoi. Poi si è scagliato contro l’arbitro, definendo «scandaloso» l’annullamento al VAR del gol di Jonathan Tah, che avrebbe regalato il vantaggio e con ogni probabilità il passaggio del turno. Zero ammissioni di colpe e nessuna assunzione di responsabilità per le lacune nella costruzione e nella gestione del gruppo.

Nessun passo indietro

In perfetta coerenza con questo atteggiamento, il ct non ha mostrato alcuna intenzione di dimettersi. Anzi. Si è detto convinto di voler proseguire, tirando dritto per la sua strada. Da parte sua, l’avventura sulla panchina della Mannschaft, può continuare. «Non sono una persona che scappa» ha detto al triplice fischio della sfida di Boston. «Se la Federazione vuole che io continui, lo farò. E se non lo vuole, può dirmelo. So come funziona il calcio. Probabilmente ci sono molte persone che vorrebbero vedermi fuori». Ed è proprio così. «Nagelsmann deve andarsene» si legge su Sport1. «Non è stato in grado di gestire le partite importanti. La Germania possiede qualità, è tutt’altro che mediocre. Tuttavia nei momenti cruciali non è riuscita a trovare chiarezza e mentalità».

Nei prossimi giorni si vedrà come si muoverà la Federazione, se deciderà di non cambiare come successe dopo i fallimenti delle ultime due edizioni con Joachim Löw e Hansi Flick, o se opterà per un divorzio. Nel frattempo, alle spalle di Nagelsmann si fa sempre più ingombrante l’ombra di Jürgen Klopp, che lunedì ha assistito al disastro da bordo campo come opinionista televisivo, e che a caldo ha spento sul nascere ogni speculazione.

Scegli il miglior giocatore di ogni partita e vinci fantastici premi ogni giorno. Partecipa ora al gioco dei mondiali del Corriere del Ticino!

In questo articolo: