L’incontro

Valon Behrami fra realtà e amarezza: «Non mi fido più delle persone»

La nuova avventura a Sion, il rapporto con Cornaredo, Lara Gut e i cambiamenti - Il calciatore svizzero più rappresentativo degli ultimi vent’anni parla a ruota libera
Valon Behrami in azione con la maglia del Sion. (Foto Keystone)
Marcello Pelizzari
09.08.2019 06:00

MARTIGNY – «A 34 anni è più difficile sopportare il dolore». Valon Behrami è sincero. I suoi occhi e le cicatrici sul suo corpo non mentono. «Ma due o tre mesi fa non ero nemmeno convinto di continuare a giocare» aggiunge. Siamo a Martigny. In albergo, dove vive (per ora) assieme a sua moglie. Lara Gut. Lei, sciatrice, con le montagne circostanti ha più dimestichezza. Lui, calciatore del Sion, deve farci l’abitudine. È l’inizio di una lunga chiacchierata.

La Porte d’Octodure. Per ora, Valon Behrami «vive» qui. Un hotel di Christian Constantin, presidente che ha fatto carte false per avere il ticinese in squadra. «In realtà io e Lara abbiamo trovato casa, ma ci vuole ancora un po’ di tempo» afferma il centrocampista, classe ‘85. «Se sento più male quando mi sveglio o dopo un allenamento? Non lo so» risponde ridendo. «Ma quando sto bene, trovo ancora la gioia».

Ha pensato di smettere dopo la frattura del perone subita contro il Milan e la conseguente operazione?

«Non ero sicuro di continuare. Quando poi ti sottoponi ad un intervento cambia tutto. Devi trovare nuovi equilibri. Però mi sono detto: finché fisicamente c’è una possibilità, vado avanti. Smetterò solo quando non avrò più voglia, quando non mi divertirò più. Alcuni giorni, chiaro, questo discorso è più complicato. Stavo entrando in forma, nella partita contro il Servette le sensazioni erano buone. Ma contro lo Zurigo ho rimediato una botta importante».

Rivedremo il giocatore-incubo di Neymar? Per alcuni Valon è finito.

«Non sarà facile, ma lavoro per tornare a quei livelli. In Italia, all’Udinese, quando stavo bene ero un giocatore importante. Se non dovesse funzionare, smetterei senza problemi. Ripeto: va a giornate. Quando arrivano quelle storte mi dico che forse non ce la faccio più. Ma la carriera l’ho fatta e quello che dicono gli altri non conta».

Davvero?

«Sì. Da un bel po’ non so cosa succede intorno. Saranno otto-nove anni. Quando ero più giovane leggevo tutto. Pensi, da ingenuo, che un brutto voto non ti condizioni. Ma è l’esatto contrario. Il calcio è bello per il fatto che tutti ne possono parlare. Però è un’altalena: giochi bene e ti dicono che stai benissimo; sbagli una volta e allora ti buttano giù. I giudizi dei media e della gente non mi interessano più».

Ma se Behrami non è al top, psicologicamente soffre o riesce comunque a farsene una ragione?

«Se non posso dare il massimo soffro. Al di là di quanto ho detto, c’è sempre un po’ di frustrazione. Ma so riconoscere i momenti. Arrivo da un lungo stop. E il Sion era consapevole che mi sarebbe servito del tempo per riprendermi. Sarà un processo lungo. Del resto, quando cambi squadra e città ci sono tante cose da mettere a posto. Vivo ancora in hotel, per dire».

Domenica tornerà a Cornaredo, dove tutto cominciò. Che effetto le fa?

«Avrò fatto mezza partita con la prima squadra (ride, ndr). A ben vedere non ho chissà quale ricordo di quello stadio. Mi allenavo sempre sui campi laterali. Però sì, l’effetto sarà particolare perché in un certo senso Lugano mi fa rivivere tutta la carriera. Se stessi bene mi godrei anche di più il momento. Ora, invece, il mio obiettivo è arrivare a domenica. Riuscire a giocare. Il lato sentimentale adesso è lontano».

Chiudere la carriera in bianconero: ci ha mai pensato?

«Se non mi fossi fatto male a Udine non sarei qui oggi, probabilmente. L’idea di Sion è nata dal rapporto con la famiglia Constantin, non avevo in testa l’idea di tornare in Svizzera. Calcisticamente, le mie abitudini sono più italiane. Il mio modo di stare in campo, ad esempio, va adattato. Perché in Super è diverso. Mi sono rimesso in gioco, l’ho sempre fatto però a 34 anni è più complicato. Detto ciò, lo ribadisco, finché è successo quel che è successo non ho mai pensato alla Svizzera né al Lugano».

Come Daniele De Rossi, al Boca Juniors dopo una vita alla Roma, anche lei ha optato per una sfida vera. Domanda: chi gliel’ha fatto fare? Avrebbe potuto svernare in Arabia Saudita.

«Sì, c’era quella possibilità ed è rimasta in piedi fino all’ultimo. Ho scelto la via più difficile, ma solo per le condizioni. Qui parlano tutti di me, sono al centro dell’attenzione. Se stessi già bene, beh, la prenderei diversamente».

Parlava di adattamento. Nel concreto quali passi dovrà compiere?

«Il punto è far capire che io vado gestito in un altro modo. Mi alleno due volte la settimana. Facevo così all’Udinese, idem in Nazionale. È un qualcosa che devo far accettare ai compagni. A Udine non era un problema, perché poi la domenica correvo più degli altri. Ma sono cose che richiedono tempo. Questa è stata la mia carriera negli ultimi anni e le società che mi hanno dato fiducia erano coscienti della situazione. In Svizzera c’è il cruccio di allenarsi sempre e comunque. E se io salto una seduta si chiedono perché. Ogni tanto è stancante».

Ripetiamo: e se smettesse?

«Ho altre priorità e il calcio non è certo al primo posto. Non avrei problemi a dire basta se sentissi di non farcela più. Alla fine, il calcio mi ha dato tantissimo. Mi ha anche cambiato, di certo non in meglio».

In che senso?

«Mi ha distanziato dalle persone. Non mi fido più di chi mi sta attorno, ecco. È un lato di questo sport che purtroppo in tanti sottovalutano. Alla mia età voglio soltanto godermi gli ultimi momenti. E invece il calcio è una continua rincorsa alla critica, al problema, alla negatività».

Intanto sta riscoprendo la Svizzera. Che ne pensa?

«Per la prima volta ho passato più di tre settimane in Svizzera. Sento, attorno a me, che c’è molto rispetto per quello che ho dato in campo. Mi manca la vita che facevo in Italia, nella misura in cui c’era più distacco fra me e i tifosi. Qui oltre a chiederti una foto o un autografo ti fanno mille domande. Va bene eh, dico solo che devo abituarmi. Poi, appunto, io non lego più con le persone. Non ci riesco. Sono diventato così: non mi fido più».

Che persona sarei se non fossi stato un calciatore? Sarei meno negativo e più aperto verso gli altri. Invece sono un tipo chiuso, che apprezza il silenzio

Che persona sarebbe Valon se non fosse stato un calciatore?

«Sarei meno negativo e più aperto verso gli altri. Invece sono un tipo chiuso, che apprezza il silenzio. Per come la vedo io, non ho mai la sensazione che qualcuno mi parli per scoprire la persona dietro al calciatore. Mi parlano solamente perché vogliono offrirmi qualcosa o per avere il mio aiuto. Succede anche nei ristoranti. Mi chiedono una foto dicendo: così poi promuovo il mio locale. No, così mi usi e io a mangiare da te non vengo più. Mi fai sentire un oggetto. E quando succedono queste cose automaticamente divento arrogante perché mi arrabbio. Ma voglio solo pagare, come tutti gli altri».

Di Behrami, allora, rimarranno soltanto le etichette? Guerriero, combattente e via discorrendo.

«Il vero Valon lo tengo per me. Solo chi mi vuole bene davvero sa chi sono. E a dirla tutta nessuno vuole sapere come sono. Se mi aprissi, sarebbe inutile e a mio avviso anche pericoloso. La gente userebbe quello che dico. Fateci caso: i calciatori, per un quieto vivere, danno sempre le stesse risposte. In particolare a fine partita. Una rottura. Ma se non vuoi avere problemi devi fare così. Se dico una cosa che non rientra entro determinati parametri, scatta il titolo gigante sul giornale. E nello spogliatoio almeno sei o sette giocatori confabulano fra di loro: hai visto cosa ha detto Valon? Pazienza se ho detto la verità, quella non serve a nessuno».

Ma lei non è mai stato uno stereotipo. Ha sempre detto la sua, o no?

«Per certi versi lo sono. Mi accusano di avere una bella macchina, senza sapere che per possederla bisogna lavorare e pure sodo. Sono etichettato anche io. Io non ce l’ho con nessuno, dico soltanto che le interviste vere non esistono».

Cosa c’è di vero nel calcio allora?

«Tre-quattro giocatori seduti come noi adesso. Si guardano negli occhi e tirano fuori le loro paure, le loro fragilità. Quella sarebbe un’intervista vera. Non si parla abbastanza di questo aspetto. Di quando sei in camera e piangi perché hai male dappertutto. No, si parla della mia Ferrari. Si pensa che i soldi siano tutto. Ma nello spogliatoio non contano. Ci sei tu, c’è il tuo orgoglio. E basta».

Con Lara c’è questo confronto?

«Sì, ed è un discorso vero. La soluzione, da fuori, sembra sempre scontata: hai tanti soldi, è giusto che ci sia pressione e tu venga massacrato. Ma non è così».

Moglie e atleta: solo Lara può capirla, per certi versi?

«Poche persone possono capirti. I tuoi genitori, tua moglie. Neppure gli amici possono capirti. Ti dicono: Valon ma che ti frega se hai giocato male. No ragazzi. Quella è la mia vita. Se vinco sto bene. Se perdo la mia giornata è rovinata, anche se ho giocato una buona partita. Gli altri non capiscono. Lara sì. Quanti calciatori si mostrano spumeggianti ma tornati a casa stanno male. Uso una parola forte: depressione. È un tabù. Ti raccontano che se guadagni bene non puoi essere giù di morale o lamentarti. Mi dicono di provare a lavorare in fabbrica. Mio papà l’ha fatto e ho grande rispetto per chi fa l’operaio. Ma mio papà quando finiva il turno staccava del tutto. Io no. Esco e mi becco le critiche. Al terzo che mi dice qualcosa reagisco. Ed ecco il Behrami presuntuoso e arrogante».

Fuori dal campo la sua vita è cambiata: una separazione, poi un matrimonio. Come sta?

«Non c’è stato il tempo per pensarci. Tu devi giocare, rendere, fare la partita. È stato un anno bello ma complicato. Ho avuto la fortuna di avere Lara, che mi ha sempre aiutato nonostante il suo sci. Nella vita devi avere coraggio per essere felice. Io quel coraggio l’ho trovato tramite una persona. Chiaro, l’amore per le mie figlie va oltre ogni cosa. Ho agito in un certo modo, senza ascoltare nessuno. Altrimenti quanti mi avrebbero detto di non farlo, di non lasciare la famiglia».

Per quello ha detto addio ai social?

«Sì. L’ho fatto anche per le mie figlie, per dare loro un esempio. Quello dei social è un mondo fragile. In generale, rimanere lontano dai riflettori e in silenzio è ciò che voglio di più adesso. Preferisco una sfera più chiusa».

Finita la carriera cosa farà?

«Il mondo che conosco meglio è quello del calcio, ma è anche quello che mi ha tolto la fiducia verso gli altri. E non so se in futuro avrò ancora voglia di dubitare delle persone».