Calcio

Vent'anni dopo gode l'Inter: un lampo di Lautaro ed è finale

I nerazzurri vincono pure il derby di ritorno vendicando l'eliminazione del 2003 e regalandosi l'ultimo atto - Il Milan ci prova soprattutto nel primo tempo , ma spreca due chance enormi - La firma sul biglietto per Istanbul la mette il Toro
Lautaro Martinez e compagni festeggiano con il popolo nerazzurro. © AP/Antonio Calanni
Massimo Solari
16.05.2023 23:46

San Siro trema. Gode da pazzi, incitato da un Dimarco in versione capo ultras, microfono in mano e cuore a mille. L’Inter ha appena vinto il derby e, a tredici anni di distanza dal triplete, torna in finale di Champions League. La mente dei tifosi nerazzurri corre però al 2003. A quel pareggio che il Meazza, al contrario, lo aveva ammutolito. No, a questo giro il Milan non ha saputo sfruttare la gara di ritorno. Ci ha provato, eccome, la squadra di Pioli a insinuare il dubbio nei padroni di casa, forti del doppio vantaggio costruito sette giorni fa. Il fortino nerazzurro, però, ha retto. Di più: ha costituito la migliore premessa per l’apoteosi materializzatasi nella ripresa. Un lampo, firmato Lautaro Martinez. E uno stadio in delirio, infine liberato da qualsivoglia timore, da ogni possibile fraintendimento.

Poteva essere un’altra gara

A un’ora e mezza dal fischio d’inizio, il bus interista a lungo bloccato dai propri tifosi all’esterno di San Siro era parso un cattivo presagio ai sostenitori più scaramantici. «Ecco, è un segnale, addio concentrazione» si poteva carpire sulla bocca di molti nerazzurri. Così come la direzione di gara affidata al francese Turpin - dopo il connazionale Veissière vent’anni fa - aveva provocato un certo turbamento. In Simone Inzaghi, per esempio. Pre-tattica, tanta pre-tattica. Il tecnico dell’Inter ha impostato bene la gara, non facendosi travolgere dalla pressione e limitando per buona parte dell’incontro le mine vaganti avversarie. Leao, già. Da solo non è bastato al Milan per ricreare quell’osmosi ancestrale tra il club e la Champions League. Il portoghese è sfuggito una volta una a Darmian, al 38’, ma il suo sinistro ha accarezzato il palo e le viscere dei 75.567 presenti allo stadio. La possibile sliding door del derby, tuttavia, si era spalancata già all’11’, dopo che l’Inter - per citare un concetto cardine del piolismo - si era fatta vedere dalle parti di Maignan solo al settimo giro d’orologio. A graziare i nerazzurri è stato Brahim Diaz, il cui tiro strozzato a due passi da Onana ha strozzato sul nascere le speranze della curva sud e l’ardore dei compagni di squadra.

Ora serve un capolavoro

Il Toro, dicevamo, non ha invece tradito. La firma sul biglietto per Istanbul è la sua. Omaggio degno, per il derby record d’incassi (12 milioni d’euro) che a fronte dei botti dei primi 45’ minuti stava vivendo una ripresa avara di emozioni. Il movimento secco e il mancino che hanno fulminato Maignan - miracoloso su Dzeko a ridosso della pausa - hanno dato il la alla festa dell’Inter. Inzaghi ha perso ogni freno e alla Mourinho, colui che ha emulato e deve però ancora emulare, ha invaso il campo per lanciarsi nell’abbraccio più bello sotto il muro nerazzurro. Poco prima, tra l’altro, aveva gettato nella mischia Lukaku e Gosens, guarda caso attori protagonisti dell’azione conclusa in rete da capitan Lautaro Martinez. A sei mesi dalla finale della Coppa del Mondo, ecco un altro ultimo atto per il bomber argentino, simbolo di una formazione capace di cogliere il senso più profondo della competizione europea. Contro il rivale che più smuove e più ha generato sofferenza in passato, è stato bello, bellissimo. Ma un autentico capolavoro, l’Inter dovrà realizzarlo il 10 giugno. Poco importa il nome dell’avversario.