La strategia

Come Milano-Cortina, costretti a emigrare: «Ma c'è una differenza»

La candidatura svizzera per i Giochi invernali sarebbe orfana dell'anello per il pattinaggio di velocità – Il professore Egidio Dansero: «Rispetto al dossier per il 2026, è però stato ritenuto da subito un fattore subito premiante, non riduttivo»
© Keystone/Gillieron
Massimo Solari
19.10.2023 06:00

Secondo Swiss Olympic, per ospitare le Olimpiadi invernali del 2030 avremo a disposizione tredici infrastrutture moderne. Tredici sulle quattordici richieste. Già, a fare difetto alla candidatura elvetica è il solo anello dedicato al pattinaggio di velocità. Che cosa fare? Semplice: seguire Milano-Cortina 2026, costretta a emigrare all’estero - si parla proprio di St. Moritz - per le gare di bob, slittino e skeleton. Per ragioni economiche e ambientali non si vogliono forzare nuove costruzioni. «La strategia svizzera è sensata e incontra l’evoluzione voluta dal CIO» osserva Egidio Dansero, professore ordinario di geografia economico-politica all’Università di Torino e membro di OMERO, centro di ricerca sulle implicazioni dei grandi eventi. «Abbracciando l’intero territorio si promuove una logica che minimizza gli effetti negativi per favorire la distribuzione di quelli positivi». Ed è anche una questione di etichette. Dansero cita Torino 2006 e Milano-Cortina 2026, «edizioni alle quali, per svariate ragioni, si è voluto dare una connotazione urbana». Il nostro interlocutore parla di «un’illusione ottica», dal momento che si è trattato e si tratterà comunque di Giochi plurilocalizzati. Come quelli promossi ora dalla Svizzera. Ovviamente, sottolinea Dansero, sono in discussione geografie differenti. «Scegliendo come capofila una metropoli, però, passa un’immagine un po’ sballata. Quasi a voler negare l’identità e il ruolo di un’area montana, che al contrario funge da rimorchio».

La strategia svizzera è sensata: abbracciando l’intero territorio si promuove una logica che minimizza gli effetti negativi per favorire la distribuzione di quelli positivi
Egidio Dansero, professore ordinario di geografia economico-politica all'Università di Torino

Nel caso italiano, rileva il professore, appare inoltre poco comprensibile la decisione di «non valorizzare le potenzialità di un territorio più ampio». Come? Includendo o riabilitando per tempo le infrastrutture utilizzate per i Giochi torinesi. Sì, compresa la controversa pista diCesana dedicata a bob, slittino e skeleton. «Così facendo, per contro, sembra che si voglia forgiare l’identità lombardo-veneta in contrasto con quella dei suoi predecessori. Purtroppo - aggiunge Dansero - è mancata una politica nazionale in coerenza con il grande evento. Nel caso di Cesana e del trampolino di Pragelato non si è saputo individuare in anticipo chi avrebbe potuto portare avanti e valorizzare il discorso disciplinare». Sia i Giochi del 2026, sia potenzialmente quelli svizzeri, delocalizzeranno quindi alcune competizioni. «Una svolta» rimarca Dansero: «Ma a differenza del dossier italiano, Swiss Olympic ha considerato da subito la rinuncia come un elemento premiante e non riduttivo». La popolazione dovrebbe applaudire. Senza ripercussioni sulla narrazione nazionalistica che puntualmente accompagna i Giochi. La Svizzera, rispetto ad altri, non è infatti chiamata «a inventare dal nulla un territorio olimpico» conclude l’esperto. 

Correlati
I primi Giochi di un’intera nazione: così la Svizzera si ripensa olimpica
Swiss Olympic ha lanciato il suo cammino verso una possibile candidatura: ma prima bisogna affrontare uno studio di fattibilità con il CIO - Individuati sei pilastri su cui basare l’approccio ai cinque cerchi - Il primo: non sarà una sola località o regione ad affrontare l’iter, bensì il Paese nel suo insieme - Nostra intervista alla vice-presidente di Swiss Olympic
Sì, la Svizzera può accogliere le Olimpiadi
Secondo lo studio commissionato da Swiss Olympic la visione di «Switzerland 203x» è realizzabile: l'obiettivo, già nel 2030, è organizzare un'Olimpiade invernale decentralizzata, sfruttando le quattro regioni linguistiche, e finanziata in larga misura dai privati