Cristian Chivu e la «folgorante comunicazione»

Minuto 88. Semifinale di Coppa Italia. Inter-Como. Gara di ritorno. I nerazzurri, dopo aver agguantato i lariani, potrebbero gestire la gara, portarla ai supplementari e, per inerzia, strappare il pass per la finale capitolina, il 13 maggio. È di tutt’altro avviso il tecnico interista, Cristian Chivu. Capisce il momento e, ben distante dalla propria aria tecnica, sbraccia, salta come un forsennato. In fretta e furia, cede il pallone della rimessa laterale a uno dei suoi. Vuole vincere entro il 90esimo. La squadra recepisce alla perfezione il messaggio. Due passaggi e gol. Inter 3, Como 2. Finale raggiunta.
Questo, intendiamoci, non vuole essere un elogio all’Inter, neppure a Chivu. Il fatto, però, è interessante perché la corsa del tecnico rumeno ha permesso di far capire alla squadra il suo volere: velocità. Il corpo di Chivu, quasi in trance in quei pochi secondi, è valso più di mille parole, delle urla. Anche lo storico direttore sportivo di Roma e Inter, Walter Sabatini, ha notato il particolare. Sul suo profilo Instagram, ha scritto: «Lo scatto di Chivu per recuperare una palla da rimettere in gioco immediatamente dopo aver raggiunto il pareggio, non è stato meno importante dell'ingresso in campo di Diouf e Sučić (due subentrati che hanno cambiato la partita, ndr). Si è trattato di un caso di comunicazione folgorante».
Ecco, la comunicazione. Quante volte abbiamo elogiato o distrutto allenatori per quest’ultima? Tante, tantissime. Ma c’è un ma: il più delle volte la comunicazione che valutiamo è di tipo verbale. Le ricordiamo tutti le conferenze stampa di Trapattoni al Bayern, Malesani in Grecia, Antonio Conte e il ristorante da 100 euro, Allegri e «tu te ne intendi di ippica?», solo per citare tecnici italiani. Sono tutte frasi, per Allegri quella del corto muso è una religione, diventate marchio di fabbrica. Quanti sono invece i gesti entrati nell’immaginario? Sicuramente di meno, ma con una valenza simbolica pari, se non superiore, alle sparate elencate sopra. Arsène Wenger, manager dell'Arsenal, espulso, decide di non lasciare il campo e si posiziona in un palchetto tra i tifosi avversari. José Mourinho e il gesto delle manette a significare «arrestatemi pure, tanto non ci fermate» o, per altri, «in galera vi dovrebbero mettere tutti». Carlo Ancellotti, che dopo un gol del suo Real in Champions League predica calma.
Tre immagini che, complici i social network talvolta nostalgici, tornano spesso d’attualità. Detto che i sopracitati sono mostri sacri, che i loro gesti hanno avuto impatto più sull'opinione pubblica che sulla prestazione della squadra in sé, viene da domandarsi: con quale impatto comunicativo, gli allenatori, possono entrare nella testa dei giocatori? Forse, allora, conta di più il linguaggio non verbale? Secondo certi studi gesti, postura e espressioni facciali coprono fino al 93% dell'efficacia comunicativa. Tutto, in sostanza. Infine, ancora Sabatini: «Chivu, assieme a Grosso, De Rossi e Fàbregas, è tra i garanti del calcio italiano». Non sarà solo grazie alla corsa che genera il 3 a 2, ma questa «folgorante comunicazione» è, anche, tra i motivi per cui alla sua prima stagione completa da allenatore, il tecnico interista alzerà lo scudetto e, forse, la Coppa Italia.
