Sport

Da Chernobyl alle 24 medaglie olimpiche, la storia da film di Oksana Masters: «Non scegli l’inizio, scrivi il finale»

Quattro ori a Milano Cortina 2026 e una vita segnata dalla rinascita, la leggenda delle Paralimpiadi si racconta al Corriere del Ticino: tra un’infanzia spezzata e una carriera straordinaria, fino all’amore che la riporta in Italia per iniziare una nuova vita con Aaron Pike
©Evgeniy Maloletka
Mattia Sacchi
29.03.2026 15:30

A Milano Cortina 2026 Oksana Masters ha fatto molto più che vincere. Ha confermato, ancora una volta, che la sua storia – prima ancora dei risultati – appartiene a quelle che sembrano scritte per il cinema. Cinque medaglie, quattro d’oro e un bronzo tra biathlon e sci di fondo, sono solo l’ultimo capitolo di un percorso che parte da molto lontano e che la consacrano come una delle leggende delle Paralimpiadi. E che in Italia, stavolta, assume anche un valore che va ben oltre lo sport.

L’intervista, realizzata con il supporto di Omega, del quale è ambasciatrice, arriva nei giorni successivi ai Giochi, quando il racconto si apre anche a ciò che sta oltre il risultato sportivo.

Nata nel 1989 in Ucraina, poco lontano da Chernobyl, cresce nei primi anni in orfanotrofio, in un contesto segnato dalla mancanza di certezze. «So cosa significa vivere senza avere nulla di garantito», racconta al Corriere del Ticino. A sette anni viene adottata da Gay Masters, che per portarla negli Stati Uniti lotta per oltre due anni. «Mia madre non ha mai mollato. Ha combattuto per me. Quello è stato il momento che ha cambiato tutto».

Shana Abitbol for OIS/IOC HANDOU
Shana Abitbol for OIS/IOC HANDOU

Le amputazioni sopra il ginocchio, gli interventi alle mani, la necessità di reinventare completamente il proprio corpo non vengono mai raccontati come una condanna. «Non è stato un percorso lineare, niente lo è stato», spiega. «Ma ho imparato presto che puoi sempre trovare un modo per andare avanti».

In questo senso, lo sport arriva quasi come una necessità, fino a diventare un linguaggio. Da lì nasce una carriera epica: il canottaggio a Londra 2012, con il primo bronzo paralimpico, poi il passaggio allo sci nordico, il biathlon, il paraciclismo. Una versatilità rara, costruita su disciplina e capacità di adattamento. «Ho dovuto imparare a ricominciare più volte. Cambiare sport, adattarmi, rimettermi in discussione. Ma ogni volta ho trovato qualcosa che mi spingeva ad andare avanti».

Evgeniy Maloletka
Evgeniy Maloletka

A Milano Cortina, però, il racconto si arricchisce di un elemento più intimo. «La cosa più bella è stata poter condividere questi momenti con mia madre al traguardo», spiega. «In altri Giochi non era stato possibile. Stavolta sì. Ho potuto gareggiare, dare tutto, e poi guardarla negli occhi subito dopo. È stato incredibile».

E nello stesso spazio emotivo si inserisce anche un altro passaggio, personale quanto quello sportivo: «Aaron e io ci sposeremo quest’anno», racconta. Aaron Pike, suo compagno di vita e anche lui atleta paralimpico statunitense, è una figura centrale nel suo percorso recente. «Ci siamo incontrati grazie alla neve, grazie alle montagne. È lì che è iniziato tutto per noi. Condividiamo lo stesso mondo, gli stessi ritmi, le stesse sfide. E celebrare questa unione in Italia, dopo queste Paralimpiadi, ha per noi un significato particolare. È il posto giusto per iniziare ufficialmente il nostro futuro insieme».

Quando entra nel merito delle gare, la sua analisi resta sempre estremamente lucida. «Le medaglie che sento di più sono due: il biathlon e lo sprint nel fondo», racconta. «Il biathlon è la mia disciplina più difficile, quella in cui faccio più fatica. Non pensavo fosse possibile vincere l’oro qui. È stato un inizio pazzesco. E poi lo sprint… lì ho potuto trasformare l’argento di Pechino in oro. È come chiudere un cerchio». E aggiunge, implicitamente, un elemento chiave del suo approccio: la capacità di leggere la gara, di capire quando spingere e quando gestire.

Non manca uno sguardo anche alla dimensione più concreta dello sport paralimpico, spesso meno raccontata. «Quello che facciamo è anche molto costoso. L’attrezzatura, le protesi, le handbike… non è sempre facile. Anche quando hai risultati, non è tutto automatico».

In questo senso, il supporto degli sponsor diventa decisivo. «Per me significa tantissimo essere ambasciatrice Omega. Non è solo una questione di immagine. È avere qualcuno che crede davvero in te, che investe nel tuo percorso, che ti permette di concentrarti su quello che fai». Poi aggiunge: «Essere parte di una maison che ha fatto la storia dello sport, significa far parte di una squadra, di una storia più grande. Ti dà una responsabilità, ma anche una sicurezza che nello sport paralimpico non è mai scontata». Un riconoscimento ancora raro nel mondo paralimpico, che contribuisce a dare visibilità e peso a tutto il movimento.

Solo a quel punto il discorso torna sul tempo, ma con un peso diverso, più personale che simbolico. «Per tutta la mia vita non è stato dalla mia parte. Non avevo garanzie, niente era scritto. Ma ho capito che non è qualcosa di immutabile. Puoi riscriverlo, puoi cambiare la tua storia. La mia linea del tempo non è stata perfetta. Ma il tempismo della mia vita sì».

Anche il rapporto con la vittoria sfugge a ogni banalizzazione. «Sì, l’oro è ciò che tutti inseguono», ammette. «È la prova che il lavoro fatto ha senso. Ma io sto ancora cercando la gara perfetta». E subito dopo allarga lo sguardo: «Per me vittoria è anche vedere qualcuno iniziare a credere in se stesso. Capire che può essere lì, che appartiene a quel livello. Quella è vittoria».

La felicità, allora, non coincide con il podio, e non nasce lì. «È stata mia madre a insegnarmi cosa significa essere felice», dice. «Non lo sapevo prima. Ho dovuto impararlo». E oggi quella lezione si riflette anche nello sport: «Mi sento più che felice, ma non solo per le medaglie. È perché ho potuto vivere tutto questo con le persone che amo. Con il mio compagno, con la mia famiglia, con i miei amici. Questa è la parte più importante».

Jed Jacobsohn
Jed Jacobsohn

E quando si rivolge ai più giovani, il messaggio resta coerente con tutta la sua storia. «Non confrontate il vostro percorso con quello degli altri», insiste. «Io l’ho fatto e mi ha rallentata. Ognuno ha il suo viaggio. Anche quando perdi, anche quando non vinci, fa parte del processo. Io ho dovuto imparare prima a perdere». Poi aggiunge un passaggio chiave: «Non lasciate che siano gli altri a dirvi cosa è possibile e cosa no».

Milano Cortina 2026 diventa così una tappa, non un punto d’arrivo. «Il mio prossimo obiettivo? È già segnato e sono le Olimpiadi del 2028 a Los Angeles, nella nazione che mi ha adottato», sorride. «Sto già lavorando per quello».

Poi si ferma e chiude con parole che tengono insieme tutto il suo percorso:

«Non importa da dove parti. Importa cosa scegli di fare con quello che hai. È quello che cerco di ricordare ogni giorno. Perché non puoi cambiare l’inizio, ma puoi sempre decidere cosa fare dopo».

In questo articolo: