Calcio: di zenzo vinse un titolo col servette e una coppa col sion

Guidava il centrocampo, ora... un Autopostale

La storia del talento Di Zenzo, che vinse un titolo col Servette e una coppa col Sion
Luca Sciarini
Luca Sciarini
20.01.2021 09:05

I suoi successi li ha ottenuti fuori dal nostro cantone ma è qui che è nato e cresciuto calcisticamente e che alla fine ha fatto ritorno.

Era un nome che 15 anni fa circolava sui taccuini di moltissimi manager e le convocazioni nelle nazionali giovanili era all’ordine del giorno.

Emanuele Di Zenzo, prodotto del settore giovanile dell’AC Bellinzona, era uno di quei giocatori che si potevano considerare talenti, senza abusare del termine.

Bel piede mancino e buona visione del gioco. Insomma, un giocatore tecnico. Purtroppo falcidiato dagli infortuni: due crociati rotti.

Anche se lui aggiunge:

“È vero, tutti mi consideravano molto forte tecnicamente e forse lo ero anche un po’. Ma la mia qualità migliore era la corsa: io correvo più di tutti, forse perché da ragazzo avevo fatto atletica, ero bravo nei 3000 metri”.

Un campionato vinto con il Servette nel 98-99 a soli 17 anni e poi una Coppa svizzera nel 2006 con il Sion. Ricordi indelebili di una storia assai particolare.

“In effetti il Sion mi comprò dal Bellinzona, dove avevo debuttato a soli 15 anni e mezzo sotto la guida di Bordoli. L’anno dopo indossai la maglia del Sion con Richard in panchina ma purtroppo il club fallì. Allora io e Lonfat andammo al Servette, dove c’erano grandi giocatori come Petrov, Varela e Juarez. Feci undici presenze e vincemmo il titolo”.

La Coppa vinta a Sion, sette anni più tardi, dopo il ritorno in Vallese, ha però un sapore diverso.

“L’ho sentita più mia perché in quella squadra ero uno dei protagonisti. A Ginevra ero molto giovane, a Sion ero nel pieno della mia maturità”.

Oltretutto segnasti uno dei cinque rigori nella finale contro lo Young Boys.

“Segnai il terzo mentre Regazzoni segnò il quinto, quello decisivo. Emozioni che rivivo ancora adesso mentre ne parlo”.

Sion vuol dire ovviamente Constantin.

“Con il presidente ho sempre avuto un ottimo rapporto, mi ha trattato come un figlio e non posso che ringraziarlo. Sono stati anni stupendi, dove mi sono sentito a casa. Mi sento ancora ogni tanto con suo figlio, ora direttore sportivo”.

In quegli anni hai avuto l’occasione di stare al fianco di tanti grandissimi giocatori. Dimmi i due più forti.

“Senza dubbio Martin Petrov e Joao Pinto. Due giocatori di una classe infinita da cui si poteva imparare tantissimo ad ogni allenamento”.

In quegli anni hai giocato anche in serie B con le maglie di Locarno e Delémont, vero?

“Sì, proprio così e ho avuto la fortuna di avere come allenatori due persone come Pier Tami e Maurizio Jacobacci. Entrambi hanno fatto un’ottima carriera e la cosa non mi stupisce affatto. Maurizio era uno che voleva emergere anche da allenatore e lo si vedeva per la fame e la grinta che ci metteva. Allenava il Delémont, con cui siamo poi saliti in serie A: abitava a Lucerna e tutti i giorni si faceva in macchina quel tragitto come se niente fosse. Incredibile”.

A un certo punto il ritorno nel tuo Bellinzona.

“Sì, volevo tornare a casa, finire dove tutto era iniziato. Purtroppo tornai a Bellinzona quando ormai fisicamente non ero più al top. I due crociati rotti ma soprattutto il menisco senza cartilagine mi davano fastidio. Il ginocchio si gonfiava spessissimo e non potevo allenarmi come avrei voluto. Peccato, mi sarebbe piaciuto dare molto di più ai granata”.

Nonostante i problemi fisici, fino allo scorso mese di settembre hai giocato nel Ravecchia.

“Ho smesso per il covid e adesso non so se ricomincerò. Vedremo, dipende un po’ da cosa faranno gli amici. Io ormai gioco, o meglio dire “passeggio in mezzo al campo”, per la compagnia, per passare qualche ora a praticare ancora uno sport che continuo ad amare moltissimo”.

Mai pensato di allenare?

“Io sono uno che quando fa una cosa la vuole fare bene, altrimenti non la faccio. Ho avuto diverse proposte, soprattutto nei Minori, ma con la famiglia e due figli piccoli, ho preferito dedicare il mio tempo a loro. Certo, se un giorno ci fosse un progetto veramente stuzzicante, allora potrei pensarci, ma in Ticino è difficile. Il professionista lo puoi fare a Lugano e al Team Ticino, forse al Chiasso, ma per mantenere una famiglia ci vogliono anche i soldi”.

Ti manca la vita da calciatore?

“Beh, un po’ sì. Quando giochi al calcio hai tempo libero e soldi. Adesso non è più come prima ma sono contento della mia nuova vita. Spesso i calciatori non si rendono conto della fortuna che hanno”.

Rimpianti?

“Non tanti per la verità. Sono contento di ciò che ho fatto anche se forse, senza quegli infortuni, avrei potuto ancora fare qualcosa di più”.

Adesso che hai 41 anni, cosa fai per vivere?

“Dopo il calcio avevo iniziato a fare l’elettricista, poi sono andato a lavorare per il centro asilanti a Losone grazie a Renzo Bordoli, fratello di Livio e una volta chiuso il centro ho iniziato a guidare l’autopostale. Mi occupo della zona Bellinzona e Valli e devo dire che sono molto contento. Guidare mi piace e mi rilassa”.

E il 2020 come l’hai vissuto?

“Ovviamente è stato un anno terribile, ma non ero preoccupato per me. Lo ero e lo sono soprattutto per i miei figli e i miei genitori. I bambini stanno rinunciando a molte cose mentre i miei genitori hanno preso il virus ma ora per fortuna stanno bene. Speriamo che passi tutto molto presto”.