Morinini, un uomo che ha lasciato una grande impronta

Dieci anni fa esatti morì
Roberto Morinini. Era un venerdì, non ho nemmeno bisogno di andare a
controllare sul calendario.
Ero seduto in un tea-room del luganese, nel mio giorno di libero, quando i
colleghi mi chiamarono dalla redazione per darmi la notizia. Si sapeva da tempo
che stava male. Tornai velocemente in Tele e organizzammo l’edizione del TG
sportivo.
Fu una delle giornate più tristi da quando faccio questa professione.
Roberto Morinini mi ricorda gli inizi da giornalista, nel lontano 1991, quando
allenava il Locarno.
Le bianche casacche inseguivano il sogno della promozione e il mister era uno
che incuteva rispetto e un po’ di timore a noi giovani praticanti.
Ci sono almeno due episodi che a distanza di anni mi fanno ancora sorridere,
anche se in quel momento fu come ricevere una mazzata.
Dopo una vittoria a Zugo per 1-0, se non ricordo male con gol di Ferro, ebbi l’ardore
di muovere una critica, durante le interviste del post-partita, al gioco della
squadra. Dissi: “Mister, vittoria sì, però poco gioco. Concorda”?
Il mister mi guardò, come solo lui faceva, si prese un attimo di tempo e mi
disse: “Ma Lei, quante partite di calcio ha visto nella sua vita”? Annotai
qualcosa sul taccuino, probabilmente feci uno scarabocchio e salutai.
Un paio di settimane più tardi, un collega intrepido, ci riprovò dopo una
vittoria interna contro una squadra romanda (non ricordo quale). Seguì la mia
linea.
“Mister, il gioco però lascia a desiderare”.
Stesso sguardo, testa bassa e rispose: “Ma Lei ha già giocato a calcio nella
sua vita”?
Sotto sotto mi venne da ridere: insomma, mal comune mezzo gaudio.
Il Lei era il suo marchio di fabbrica. Lo usava con tutti, anche con i suoi
giocatori più giovani. Accompagnato dal cognome. Era il suo modo per tenere le
distanze, per godere di quel rispetto che la troppa confidenza a volte non ti
permette di avere.
Morinini ebbe un grande successo soprattutto a Lugano: eliminò l’Inter, arrivò
secondo in campionato e si impose come uno degli allenatori emergenti del
nostro calcio.
Dopo una parentesi in Italia, non proprio facilissima, tornò ancora al Lugano,
negli ultimi periodi di Helios Jermini.
Come ricordava bene sul “Mattino della domenica” il collega Antonini, Morinini
e Jermini erano davvero una strana coppia. Si volevano bene, era legati e
insieme avevano creato un grande Lugano.
Peccato che poi tutto finì tristemente, nel modo che sappiamo.
Morinini chiuse la carriera in Ticino e in fondo è giusto che sia stato così.
Prima salvando il Bellinzona in uno spareggio fratricida proprio contro il
Lugano e poi in bianconero, chiamato da Preziosi a sostituire Schällibaum.
Il mister non stava bene e lo si vedeva, ma combattivo come sempre non mollò
mai fino all’ultimo.
Ci ha lasciato troppo presto: avrebbe avuto ancora tantissimo da dare al nostro
calcio e a tutti noi.
Con quel suo modo di fare che spesso divideva, ma che a noi personalmente è
sempre piaciuto e che adesso ci manca.
(Foto Maffi-Archivio Cdt)