Automobilismo

Il Medio Oriente vacilla e con lui anche la F1

Da qualche anno il Circus ha trovato nel Golfo Persico una grande fonte di guadagno - Bahrein e Arabia Saudita sono però ora altamente a rischio, e con loro tremano anche le tappe asiatiche
I test prestagionali in Bahrein si sono svolti da programma, ci sono invece decisamente più dubbi in merito alla tappa di aprile. © Reuters/Bradley Collyer
Maddalena Buila
04.03.2026 06:00

«Buongiorno, buon pomeriggio o buonasera, a seconda di dove vi troviate!». Migliaia di tifosi non stanno più nella pelle. Vogliono tornare a godersi il celeberrimo saluto con cui Will Buxton dà il benvenuto alla nuova stagione. Una stagione, quello che partirà questo weekend in Australia, attesa per le sue rivoluzioni regolamentari. Al contempo, una stagione che, ancor prima di debuttare, si preannuncia particolarmente incerta. Il campionato non è fermo, ma è esposto. Il conflitto che coinvolge Iran, Israele e Stati Uniti ha riportato al centro una questione che il Circus conosce bene: cosa succede quando una parte cruciale del calendario si trova in un’area geopoliticamente instabile? Negli ultimi anni il Medio Oriente è diventato un pilastro della F1. I GP del Bahrein, dell’Arabia Saudita, del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti sono tappe che garantiscono contratti molto remunerativi e rappresentano una parte consistente delle entrate commerciali del campionato. La FIA e la Formula One Management hanno ribadito che la sicurezza rimane però la priorità, con Mohammed Ben Sulayem che ha assicurato come «l’incolumità e il benessere» degli attori della F1 determineranno il calendario dei prossimi Gran Premi. Aleggia una nuvola nera, va da sé, su quelli previsti ad aprile in Medio Oriente. «In questo momento di incertezza, speriamo nella calma e in un rapido ritorno alla stabilità. Il dialogo e la protezione dei civili devono rimanere la priorità», ha proseguito il presidente della Federazione internazionale, aggiungendo che la FIA segue da vicino gli sviluppi del conflitto. E ci mancherebbe, la stagione di endurance (WEC) dovrebbe esordire alla fine del mese in Qatar. Staremo a vedere.

Australia raggiunta in extremis

A Manama, intanto, è stata colpita la base della Quinta Flotta statunitense. A poche decine di chilometri di distanza sorge il Bahrein International Circuit, dove la Pirelli avrebbe dovuto svolgere due giorni di test su gomme da bagnato insieme a Mercedes e McLaren. La sessione è stata cancellata, con il personale rimasto negli hotel in attesa di organizzare il rientro. In una stagione segnata dai nuovi regolamenti, perdere questo test significa ridurre i dati e le analisi a disposizione. Ma, in realtà, questo è il male minore. Il conflitto ha inoltre rallentato la logistica globale in seguito alla chiusura di ampie porzioni di spazio aereo in Medio Oriente e la sospensione delle attività in hub come Dubai e Doha. Il trasferimento del personale verso il GP d’Australia è stato riprogrammato in extremis, con i team che hanno dovuto modificare rotte, utilizzare scali alternativi o voli charter, con costi più elevati. Le monoposto sono arrivate regolarmente a destinazione, ma il Circus ha già mostrato quanto sia dipendente dall’area del Golfo Persico come snodo intercontinentale. Ciò che finora sappiamo, è che la gara di Melbourne è confermata, così come le prossime in Cina (13-15 marzo) e in Giappone (27-29 marzo). Restano sospese invece le tappe in Bahrein (10-12 aprile) e Arabia Saudita (17-19 aprile).

Rivoluzioni nei calendari

La destabilizzazione non riguarda però solo la Formula 1. Sono molti gli eventi e gli sport che si svolgono in un’area che si credeva sicura. Nel tennis, l’ATP ha confermato che, dopo la chiusura dello spazio aereo dei Paesi del Golfo, membri dello staff e giocatori , tra cui Daniil Medvedev e Andrey Rublev, sono rimasti bloccati a Dubai dopo il torneo ATP 500 di fine febbraio, con ritardi nei voli e difficoltà nel raggiungere gli appuntamenti successivi, come l’Indian Wells negli Stati Uniti. L’associazione ha dichiarato di essere in contatto costante con gli atleti e le autorità locali e di considerare, anche qui, la sicurezza la priorità assoluta. Nel calcio, la AFC Champions League ha già posticipato diverse partite della zona ovest, originariamente programmate per i primi di marzo tra Dubai e Doha. Molti sono poi i calciatori e gli allenatori europei che militano nelle leghe mediorientali e che hanno espresso paura e preoccupazione per la loro incolumità e quella delle loro famiglie. L’ex Barcellona Munir El Haddidi, ora impegnato con l’Esteghlal nel campionato iraniano, ha affrontato un viaggio di 16 ore in auto pur di scappare in Spagna.

Un altro evento di richiamo internazionale che rischia di spostarsi è il Fanatics Flag Football Classic, in programma il 21 marzo a Riyadh, con Tom Brady tra i grandi attesi. Gli organizzatori stanno valutando la possibilità di rilocalizzarlo fuori dalla regione, dato che la cancellazione complicherebbe le cose vista la finestra ristretta del calendario NFL offseason. Pure la finalissima tra Spagna e Argentina, rispettivamente regine di Europei e Coppa America, prevista per il 27 marzo al Lusail Stadium di Doha, è ora in forte dubbio.

Punti interrogativi

Il filo che lega tutti questi episodi è la concentrazione crescente di grandi eventi sportivi in un’area che dispone di enormi capitali e infrastrutture innovative, ma che resta inserita in un contesto geopolitico instabile. Negli ultimi anni lo sport globale ha scelto il Golfo per ragioni economiche chiare, ma ora si ritrova a dover fare i conti con una situazione delicatissima. La crisi che ha colpito il Medio Oriente, e di riflesso il mondo intero, sta producendo effetti simultanei su più discipline. Ora bisogna capire se si potrà, e se sì in che maniera, fare a meno della regione mediorientale, per lo meno a breve-medio termine. La situazione, ad ogni modo, ha sottolineato come nessun calendario, per quanto arricchito da contratti milionari, può considerarsi immune ai conflitti geopolitici.