«Il più grande evento sportivo nella storia dell’umanità»

Il più grande. Il più ricco e ostentato. Il più controverso. Signore e signori, l’attesa è finita: inizia lo show. Inizia il Mondiale americano. Si inizia, soprattutto, a giocare a calcio. Tocca a Messico-Sudafrica battezzare il torneo, alle 21, nel nuovo e però sempre mitico Azteca, ma anche nel primo Paese capace di ospitare tre edizioni della competizione. Orgoglio, emozioni ed entusiasmo possono dunque sgomitare, creandosi un varco fra dissenso e interrogativi. A entrambi, prima che a parlare sia il campo, ha provato a replicare sua maestà Gianni Infantino. Senza scomporsi – figuriamoci – e sapendo esattamente quando attaccare e quando agire di rimessa.
Ha perso il controllo, presidente?
Il presidente della FIFA ha lanciato la Coppa del Mondo 2026 proprio da Città del Messico e, suggerivamo, ottimismo e superlativi hanno abbondato come gli artisti di grido assoldati per le cerimonie di apertura di stasera, Toronto (domani) e Los Angeles (nella notte su sabato). A differenza del precedente in Qatar, il numero uno della Federcalcio internazionale si è tuttavia guardato bene dall’avventurarsi in dichiarazioni provocatorie. Ricordate? «Oggi mi sento arabo. Oggi mi sento africano. Oggi mi sento gay. Oggi mi sento un lavoratore migrante» le parole pronunciate da Infantino a Doha. «Oggi promuoviamo e chiedo a tutti i media di promuovere un momento di gioia, grazie al quale unire le persone, grazie al quale emozionarsi insieme, dimenticandosi per un attimo dei problemi quotidiani» ha invece affermato a questo giro, parlando, né più, né meno, «del più grande evento sportivo nella storia dell’umanità».
Infantino ha riconosciuto l’esistenza di tre dossier spigolosi: «La presenza dell’Iran, il prezzo dei biglietti, il rilascio dei visti». Temi sul quale è stato sollecitato pure dai giornalisti, perlomeno quelli europei, che hanno chiesto al presidente se fosse imbarazzato o ritenesse di aver perso il controllo della propria creatura: «Questi argomenti non hanno niente a che fare col calcio giocato, ma con le contingenze globali. E, per quanto possibile, chiedo di rilassarvi. Urlare, spesso, può rivelarsi controproducente. Fidatevi invece della FIFA. Stiamo facendo del nostro meglio per risolvere ogni situazione spiacevole. A volte ci riusciamo, altre no. Non siamo i sovrani del mondo, non viviamo sulla luna e non possiamo dettare la linea a Governi e polizie».
«Cari come i playoff, ma meglio»
In merito alle restrizioni imposte all’Iran, il presidente della FIFA ha comunque gonfiato il petto: «Perché il fatto che questo Paese possa disputare il torneo è un successo enorme. E non so quali altre organizzazioni sarebbero riuscite in una simile impresa». Per quanto concerne le tariffe dinamiche dei biglietti, Infantino ha ricordato i costumi e le leggi vigenti negli USA. «E la rivendita sui mercati secondari è legale. La FIFA ha fissato una base di 60 dollari per i ticket più convenienti, la più bassa sul mercato degli sport americani. Il prezzo medio è inoltre di 500 dollari, di nuovo il più basso se paragonato alle tariffe dei playoff, con cui comparerei i Mondiali, che però sono decisamente più importanti in termini di seguito globale».
La FIFA e il primattore di questo Mondiale – gli USA di Trump – continuano quindi a mostrare il sorriso migliore. E a piegare numeri e Storia a proprio piacimento e secondo principi discutibili. L’opinione pubblica, in particolare quella occidentale, non smette invece di storcere il naso. Di allarmarsi. «Personalmente, sono preoccupato per ciò che potrebbe accadere nelle prossime settimane» osserva, contattato dal CdT, Jules Boykoff. Politologo, professore alla Pacific University (Oregon) e, all’alba degli anni Novanta, membro della nazionale di calcio U23 statunitense, Boykoff racconta di un clima avvelenato. E per certi versi esplosivo. «Con una premessa: per qualità e livello, il torneo farà divertire la gente. Detto questo, il grande problema rimane la tela di fondo. E mi riferisco alla situazione politica negli Stati Uniti, che al momento è tesa come la corda di un violino. A regnare sono l’iperpolarizzazione delle opinioni e un presidente imprevedibile: insomma, non esattamente il contesto più accogliente per il resto del mondo. Di più: il fatto che l’ICE, l’agenzia per l’immigrazione e il controllo delle dogane, dovrebbe giocare un ruolo chiave nella gestione dell'ordine pubblico attorno al torneo non faciliterà le cose». Okay, ma c’è chi sfiderà apertamente il sistema? «Non mi aspetto proteste violente, ma delle manifestazioni nelle varie città ospitanti sono già state annunciate» precisa il nostro interlocutore.
«Uno slogan vuoto con Trump»
Eppure, la promessa era un’altra: United 2026. Boykoff sospira. «Già, lo slogan vuoto di Infantino, che purtroppo si scontra violentemente con l’approccio di Trump verso il resto del globo. Basti pensare al conflitto promosso, a fianco di Israele, in Iran, un Paese partecipante al Mondiale. Non ci eravamo mai trovati di fronte a una circostanza simile». Una circostanza che stride tremendamente con il Premio per la pace FIFA consegnato al presidente americano lo scorso dicembre. «Temo che Infantino abbia fatto male i calcoli» rileva Boykoff: «Non tanto perché ha attribuito il riconoscimento a un personaggio che non lo merita affatto. Ma perché glielo ha assegnato prima del torneo. Procedendo in questo modo, a mio avviso, la FIFA ha alimentato l’ego di Trump con eccessivo anticipo, quando avrebbe dovuto attendere e provare a sfruttare il premio come leva e incentivo alla diplomazia».
«Diversivo perfetto»
E a proposito dello status dell’inquilino della Casa Bianca. Stando al professor Boykoff, il Mondiale cade a fagiolo. «Gli indici di gradimento del presidente sono in calo e non sono pochi i dossier dai quali urge distogliere l’attenzione: penso ai file Epstein, all’andamento della guerra in Iran, all'inflazione e al prezzo della benzina. Ecco dunque i Mondiali, ecco il regalo di Infantino, la distrazione perfetta per rilanciarsi sulla scena mondiale». E, forse, anche per distendere le relazioni con i partner Messico e Canada. «Di recente sono andato a rileggermi la candidatura che i tre Paesi presentarono nel 2017. A soppesarlo oggi, sembra un documento di un’altra epoca. Sono passati meno di dieci anni, ma sembrano cento. Vale infatti la pena rammentare che, nel frattempo, l’attuale presidente degli Stati Uniti ha minacciato di trasformare il Canada nel 51. Stato degli USA, o di inviare l'esercito americano in territorio messicano per combattere i cartelli della droga. E sapete qual è il paradosso? Uno degli argomenti che venivano sussurrati all'orecchio dei votanti della FIFA, prima dell’assegnazione del torneo, recitava grossomodo così: «Non preoccupatevi, Trump non sarà più presidente nel 2026. Eppure, eccoci qui».
Dai diritti dei migranti calpestati in Qatar si è passati all’oltraggio dei tifosi, stritolati o semplicemente respinti dai prezzi folli di questo Mondiale. «L'obiettivo delle tariffe dinamiche per la vendita dei biglietti – evidenzia Boykoff - non è offrire agli amanti del calcio il miglior affare possibile per permettere loro di vedere più partite ed essere felici. No, l'obiettivo è spremere fino all'ultimo centesimo ogni singolo acquirente. La Coppa del Mondo alle porte, dunque, ha fatto convergere alla perfezione l’avidità della FIFA e il capitalismo estremo che vige negli Stati Uniti».
Che viaggio da USA '94
Lo spettacolo sul rettangolo verde e i campioni in vetrina potrebbero rendere la pillola meno amara. Anzi, probabilmente lo faranno di nuovo. A partire dal match d’esordio, ospitato all’Azteca di Città del Messico. Per dirla con Infantino, uno stadio benedetto dagli dei del pallone». Da Pelé a Maradona, passando per Rivera. All’ex giocatore Jules Boykoff chiediamo per contro come è cambiata la percezione del calcio, 32 anni dopo USA ‘94 e Bill Clinton. «Da un lato, il calcio oggi è molto più popolare negli Stati Uniti. Secondo alcuni sondaggi è il terzo sport più seguito, dietro al football americano e al basket. Si può insomma sostenere che il pallone abbia fatto molta strada da allora. Ma, dall’altro lato, la disciplina non è avanzata quanto si sperava. Per dire: non siamo ancora riusciti a produrre un calciatore che sia da considerare tra i migliori 100 al mondo. Ebbene, sarebbe stato auspicabile giunti a questo punto». Boykoff torna al significato della disciplina, del soccer, per gli americani. «Il Mondiale 1994 aveva una missione: sdoganare il calcio, dimostrare il suo valore. Una battaglia, questa, che ritengo sia stata vinta. Ripeto, il calcio è popolarissimo negli Stati Uniti. Il Mondiale 2026, tuttavia, rischia di raffreddare l’entusiasmo. Perché sta vieppiù diventando un gioco per ricchi, per la sua strumentalizzazione politica e per i pericoli a cui potrebbero andare incontro tante comunità straniere che vivono negli USA, felici di poter festeggiare la presenza della propria nazionale e al contempo osservate speciali dell’ICE».
Autore del libro The 2026 World Cup, Sportswashing, and the FIFA Greed Machine (Edizione OR Books), Jules Boykoff tiene a un’ultima osservazione. «L’allargamento del torneo a 48 squadre, bisogna riconoscerlo, rappresenta un’opportunità incredibile – in termini di visibilità, riscatto e gioia – per diverse piccole selezioni e per i rispettivi tifosi. Ma sullo sfondo incombe la questione del cambiamento climatico. Ampliare il numero di partecipanti significa creare una “bomba di carbonio” legata allo sport. Un altro, enorme esempio di greenwashing: la FIFA si riempie la bocca di belle parole, ma, nei fatti, questo Mondiale produrrà più inquinamento ed emissioni di qualsiasi altra edizione della storia, perché gli Stati Uniti non hanno una buona rete ferroviaria, geograficamente sono immensi e, appunto, vi sono 48 microcosmi in movimento. Ironia della sorte, a causa dell’innalzamento delle temperature provocato in parte proprio dal cambiamento climatico, sono state introdotte pause di tre minuti a metà di ogni tempo. Il che, per la FIFA, significa solo un’ulteriore opportunità di profitto grazie alle pubblicità trasmesse in tali frangenti. Mi sembra davvero troppo». Non lo è. Non per la Federazione guidata da Gianni Infantino, impaziente di offrire al pianeta il Mondiale più grande e controverso di sempre.
