Il personaggio

Benoît Pont, lezioni di hockey e di vita: «Anche Josi ne ha beneficiato»

L'ex attaccante dell'Ambrì Piotta, consulente e analista della Nazionale rossocrociata e fondatore di ProKeyCoach, ci parla del suo libro incentrato sulle «preferenze motorie» applicate al pattinaggio
Benoît Pont tra Roman Josi (a sinistra) e Kevin Fiala in uno scatto del 2018. ©Keystone/Salvatore Di Nolfi
Fernando Lavezzo
15.10.2026 06:00

«In quindici minuti, Benoît ha capito esattamente come funzionavo e ha decodificato il mio gioco. È stato impressionante». A scriverlo, nella prefazione del libro Le chiavi del tuo pattinaggio, è Roman Josi, superstar svizzera dei Nashville Predators in NHL. L’autore del volume (pubblicato in francese, tedesco e inglese) è Benoît Pont, consulente e analista della Nazionale rossocrociata, ex attaccante (anche dell’Ambrì Piotta), nonché fondatore di ProKeyCoach.

Non solo sport

«Sebbene sia incentrato su pattinaggio e hockey, il mio libro affronta un argomento molto più ampio: le preferenze motorie e cognitive», ci dice Benoît Pont. «L’approccio di ProKeyCoach è utile in qualsiasi sport. Avrei potuto scrivere lo stesso libro focalizzandomi sulla tecnica di tiro, sullo swing, sulla corsa. O sulla fiducia in sé stessi. Sono concetti applicabili anche nelle aziende, nell’educazione, nelle famiglie e nella crescita personale. Alla base c’è l’individualizzazione. Noi non siamo tutti progettati per imparare, performare e svilupparci allo stesso modo. Più comprendiamo le nostre preferenze naturali, meglio possiamo sfruttare il nostro potenziale».

Il «metodo Pont» parte da un profiling personalizzato per individuare i punti di forza. «Nel pattinaggio, per restare in tema, non esiste uno stile migliore di un altro. Ciò che fa la differenza è la capacità di rispettare e sviluppare il proprio stile naturale, trasformando le proprie preferenze in punti di forza da usare poi per affrontare le proprie debolezze».

Gli errori del passato

Per comprendere il concetto di «preferenza motoria» nella vita quotidiana, Pont propone un semplice esempio: «Pensate al gesto di incrociare le braccia. Ognuno lo fa a modo suo, mettendo il braccio sinistro sopra al destro o viceversa, in modo veloce e naturale. Ma se si prova a farlo al contrario, allora bisogna fermarsi a pensare. Non è più naturale. E ci si sente scomodi. Ovviamente, nessuno vuole imporre agli altri il proprio modo di incrociare le braccia. Allargando il discorso, non ha senso insegnare una sola tecnica, che valga per tutti. Nella mia esperienza personale, ho visto fare questo errore molto spesso. L’ho commesso anch’io, come responsabile della formazione degli allenatori in seno alla Federazione svizzera. Finché non ho scoperto ActionTypes, un approccio che ha cambiato la mia vita. Da quel momento ho iniziato a guardare l’hockey, e il movimento in generale, da un’altra angolazione».

Come scrive nel libro, per anni Benoît ha preso parte al «massacro» di alcuni giocatori, «compromettendone, senza saperlo, la progressione, facendoli lavorare al contrario delle rispettive preferenze naturali». «Poi – ci racconta – ho capito come utilizzare i punti forti di ognuno». Tra coloro che ne hanno beneficiato, c’è appunto Roman Josi: «Non gli ho insegnato a pattinare, ma gli ho insegnato a capire in che modo sfruttare le sue caratteristiche, ad esempio per creare più velocità e risparmiare energie. Analizzando il suo stile con il filtro delle preferenze motorie, ho individuato gli aspetti in cui Roman avrebbe potuto fare di più. Ad esempio, abbiamo capito che per Josi è meglio evitare gli stop and start, poiché lui ottiene il massimo restando sempre in movimento».

Contro gli infortuni

La carriera da giocatore di Benoît Pont si è conclusa il 15 settembre del 2007, dopo un colpo alla testa rifilatogli dal canadese Landon Wilson in un derby tra Ambrì e Lugano. Il fatto ha avuto strascichi giudiziari e si è chiuso con una condanna dell’ex attaccante bianconero per lesioni gravi colpose. «A 32 anni, una commozione cerebrale ha messo fine alla mia carriera», scrive il 51.enne vallesano nel libro. «Ho impiegato due anni a rimettermi completamente, fisicamente e psicologicamente, da questo infortunio. Oggi so che era direttamente connesso a una delle mie preferenze motorie, legata alla visione periferica. Il modo in cui funzioniamo influenza la nostra maniera di muoverci e di performare, ma anche, troppo spesso, il modo in cui ci facciamo male».

«È anche per questo – per evitare infortuni – che voglio far passare determinati messaggi», ci spiega l’ex attaccante. «Ognuno di noi ha una parte – sinistra o destra – che tratta l’informazione più velocemente dell’altra. È una preferenza naturale. Ebbene, tutte le commozioni che ho subìto, le ho rimediate a causa di colpi arrivati da destra. Non solo: se oggi mi guardo allo specchio, noto che tutte le mie cicatrici sono alla destra del mio naso. Quello legato alla prevenzione degli infortuni è il concetto più importante che ho utilizzato con tutti i giocatori famosi con i quali ho lavorato. Purtroppo, pur parlandone spesso anche nei media, non sono riuscito ad attirare più di tanto l’attenzione della gente. L’anno prossimo, in collaborazione con il nuovo centro di innovazione dello sport SpArk di Sion, avrò forse le risorse per fare qualcosa in più».

Arrampicarsi sull’albero

Tornando al pattinaggio, che resta il tema centrale del libro, Pont ne individua otto stili, basati su tre preferenze motorie principali. Senza entrare troppo nei dettagli tecnici, cosa dovrebbe notare un tifoso in tribuna, guardando una partita di hockey? «Ci sono giocatori che vanno veloci grazie alla frequenza dei passi. Come Connor McDavid, per intenderci. Ma si può andare veloci anche mettendo un po’ di forza in più in ogni passo, lungo o corto che sia. C’è chi è più veloce ad andare dritto, chi usando il crossover. Anche l’altezza è un fattore. C’è chi è più largo, chi spinge lateralmente. Spesso si parla di eleganza come metro di giudizio, ma è un errore. Ed è un errore che facevo anch’io, quando dovevo selezionare i giocatori per le nazionali Under 15. In questo modo, il rischio è di scegliere profili tutti uguali. Se testassimo un elefante, un pinguino, un pesce, una foca e una scimmia sulla loro abilità nell’arrampicarsi su un albero, comporremmo una squadra composta unicamente da scimmie. Ma perderemmo tante altre qualità».

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