Hockey

Bertschy, dalla festa friburghese a quella mondiale

Protagonista del primo titolo del Gottéron, il 32.enne attaccante spera di andare lontano anche con la Svizzera a Zurigo: «Vogliamo vincere per noi, per i tifosi e sì, anche per Patrick Fischer, che ha costruito un’identità»
© EPA/JOHAN NILSSON
Fernando Lavezzo
14.05.2026 22:30

Christoph Bertschy ce lo ricordavamo senza un filo di voce e con gli occhiali scuri, anima della festa per il titolo del Gottéron. «Sono stati giorni pazzeschi, ma per me il party si è concluso il 2 maggio, dopo la parata in città», ci assicura l’attaccante burgundo, tirato a lucido per il suo settimo Mondiale. «Non so se altri compagni siano ancora in giro a festeggiare, ma credo che ormai siano tutti rientrati». I campioni nazionali hanno sfilato per le strade di Friburgo, davanti a 80 mila tifosi in delirio. Chissà quanti ce ne sarebbero a Zurigo, se la Svizzera vincesse il Mondiale di casa. «Speriamo di scoprirlo», dice Bertschy, ancora affamato di trionfi: «Dopo le emozioni dei playoff, non è stato difficile far ripartire la macchina e lanciarmi in una nuova avventura con la Nazionale. A livello fisico, mi ha fatto bene saltare la prima delle tre partite in Svezia. Ma a livello mentale, non ho accusato cali. Anzi, credo che quanto ho vissuto con il Friburgo possa aiutarmi anche in rossocrociato. Ho messo in valigia tanta energia positiva, desideroso di continuare a cavalcare l’onda. Anche se ad essere sincero, credo di aver realizzato solo parzialmente la portata storica del titolo conquistato con il Gottéron. Quattro anni fa ero tornato a Friburgo proprio con questo obiettivo. Ma solo tra due settimane e mezza, alla fine del Mondiale, avrò il tempo per analizzare la stagione e capire bene ciò che abbiamo fatto».

Accoglienza speciale

Insieme a Christoph, nella selezione di Jan Cadieux ci sono altri due Dragoni: l’attaccante Attilio Biasca e il portiere Reto Berra. «Quando abbiamo raggiunto la Nazionale per l’ultima settimana di preparazione, siamo stati accolti trionfalmente. Anche il coach ha voluto farci i complimenti davanti a tutti. È sempre così, quando i finalisti dei playoff si aggregano al gruppo. Noi del Friburgo eravamo un più contenti rispetto ai ragazzi del Davos (ride, ndr.), ma anche con loro è stato bello ritrovarsi. Abbiamo parlato di alcuni episodi accaduti in finale, poi ci siamo messi al lavoro per il bene della Svizzera. Non vediamo l’ora di iniziare questo torneo».

Lontano dalle polemiche

Quando è scoppiato il «caso Fischer», a metà aprile, Friburgo e Davos erano alla vigilia di gara-1. «Personalmente - dice Bertschy -, ero completamente focalizzato sulla finale e sulla nostra missione. Ho saputo del licenziamento, ho letto, ma ero nella mia bolla e mi son detto che ci avrei pensato a tempo debito. Con il senno di poi, credo che sia stato un bene non essere troppo coinvolto da quelle dinamiche. So che a Bienne, quando la Nazionale è rientrata dalla Slovacchia, c’erano molti giornalisti e che il tema di discussione era uno solo. Ma adesso siamo andati oltre: tutta la squadra sta pensando unicamente a disputare un grande Mondiale davanti ai propri tifosi. Vogliamo vincere per noi, per la Svizzera e sì, anche per Fischer. Il lavoro che ha svolto in questi dieci anni non si discute, con lui la Nazionale è cresciuta molto e l’identità che ha costruito non verrà stravolta. Siamo un gruppo unito, questa resta la nostra forza». Un gruppo che ora vuole vincere. E perdere la voce.

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