Caso Fischer, l’etica dei media finisce sotto i riflettori

Il caso di Patrick Fischer continua a far discutere. Dopo aver ammesso di aver ordinato un certificato Covid falso nel 2021, l’ex allenatore della Nazionale di hockey è stato licenziato. Ora il dibattito si sposta sul ruolo dei media. A far emergere la vicenda è stato il giornalista SRF Pascal Schmitz, che ha ricevuto l’informazione durante un pranzo di lavoro tra due riprese per un servizio di «10 vor 10» sull’allenatore.
Critiche e insulti sui social
«Fischer mi ha raccontato la storia di sua iniziativa», ha dichiarato. Nonostante ciò, Schmitz è finito nel mirino di critiche e insulti sui social, con reazioni molto accese anche dopo la pubblicazione. Stando alla SRF, dopo la prima copertura sono arrivate circa 50 segnalazioni. Dopo la decisione della federazione di hockey di licenziare Fischer, ne sono arrivare altre circa 250, ha dichiarato l’emittente al Blick, senza voler fornire ulteriori dettagli.
A difesa del collega
Il caporedattore delle news TV dell’emittente svizzero tedesca Gregor Meier ha difeso pubblicamente il collega, prendendo posizione su LinkedIn: «È comprensibile che il caso Patrick Fischer susciti emozioni. Ma non è accettabile che il reporter SRF Pascal Schmitz venga trasformato in un capro espiatorio. Ha agito in modo professionale e ha fatto il suo lavoro di giornalista». La decisione di pubblicare, ha precisato, è stata presa dalla direzione editoriale: «Non si trattava di una conversazione confidenziale «off the record». Se non avessimo pubblicato, avremmo violato i nostri standard giornalistici. E l’interesse pubblico era senza dubbio presente, come dimostrano le reazioni delle federazioni sportive e dei media».
Interesse pubblico discutibile
Su quest’ultimo punto però il dibattito resta aperto. Ursina Wey, direttrice del Consiglio svizzero della stampa, ha preso posizione a titolo personale su persoenlich.com. Non conoscendo i dettagli del colloquio tra Fischer e Schmitz, ha evitato di definirlo chiaramente «off the record», ma ha parlato di informazione confidenziale. Per Wey, tuttavia, l’interesse pubblico prevalente è discutibile: «Nessuno è stato danneggiato, il fatto risale a tempo fa ed è già stato sanzionato».
La credibilità di Fischer
«Se Fischer avesse preso una multa per eccesso di velocità, non avrebbe alcun legame con il suo ruolo. Ma qui ha nascosto un’informazione rilevante al suo datore di lavoro, ai giocatori, ai tifosi e al pubblico», ribatte Dominque Strebel, caporedattore del Beobachter ed esperto di etica dei media, dalle pagine del Tages-Anzeiger. Strebel sottolinea inoltre la contraddizione tra l’immagine di integrità di Fischer e il suo comportamento. «Fischer si è sempre presentato come un modello di correttezza».
Le tempistiche
La notizia relativa al certificato Covid è uscita a ridosso dei Mondiali, evento di punta per SRF. Era necessario pubblicare? «Se si nascondono informazioni per non danneggiare qualcuno, si perde l’indipendenza giornalistica», sostiene Strebel. Dello stesso avviso Vinzenz Wyss, professore di giornalismo all'alta scuola professionale di Zurigo. «I giornalisti si muovono tra etica del dovere (rivelare) ed etica della responsabilità (valutare le conseguenze). Qui prevale l’interesse pubblico», ha dichiarato al Tages-Anzeiger.
Gestione tardiva e poco trasparente
Per gli esperti emerge piuttosto un errore di comunicazione da parte di Fischer: una gestione tardiva e poco trasparente della vicenda ha amplificato le conseguenze. Non si tratta quindi di «caccia mediatica», ma di una dinamica tipica quando si intrecciano interesse pubblico, ruolo istituzionale e responsabilità personale.
Schmitz rimane al suo posto
Intanto Schmitz continua a lavorare regolarmente per la SRF. Anche gli SCRJ Lakers, dove è speaker dello stadio, lo difendono: «Ha agito nell’ambito della sua attività principale presso SRF e, a nostro avviso, ha svolto il suo lavoro in modo corretto, rispettando la diligenza giornalistica». La vicenda non avrà conseguenze sul suo ruolo nel club: «Questo incarico non ha nulla a che fare con la sua professione principale».
