Hockey

Dal ghiaccio alla panchina, le due anime di Josh Holden

Da giocatore era un focoso provocatore, da head coach del Davos appare calmo e controllato: «Quello che scendeva in pista era il mio alter ego, il Josh allenatore è più vicino a chi sono come persona» - L’ex compagno Reto Suri: «È un leader carismatico, ma ha anche un eccellente senso dell’umorismo»
© KEYSTONE
Fernando Lavezzo
15.04.2026 06:00

Casco perennemente abbassato sugli occhi, capelli lunghi e disordinati, spirito selvaggio e provocazioni. Ma anche gol e assist a profusione. Il giocatore Josh Holden ce lo ricordiamo così. Odiato dagli avversari, amato dai compagni e dai propri tifosi. In confronto, il Josh Holden che da tre anni allena il Davos sembra un’altra persona. Un piccolo lord. La barba c’è ancora, sì, ma è curatissima. Così come il taglio di capelli. «Allenare è più in linea con la mia vera natura», racconta in un’intervista a Keystone-ATS, a tre giorni dalla finale contro quel Friburgo che fu la sua prima squadra in Svizzera, nel lontano 2005-06. «In un certo senso, il Josh giocatore era il mio alter ego», aggiunge Holden. «Sul ghiaccio si può creare qualcosa, offrire una prestazione, e sì, alcune delle cose che ho fatto erano provocatorie e miravano a creare scompiglio. Ma come coach, sono più vicino a chi sono come persona, come padre, come amico. Speravo che la gente vedesse questo lato di me».

Amante del buon vino, a cui ha pure dedicato una pagina su Instagram, Holden è diventato una figura di culto a Zugo, dove è approdato nell’estate del 2008, in arrivo da Langnau. Con i Tori ha giocato fino al 2018, per poi restare come assistente del coach norvegese Dan Tangnes. «In effetti, nel suo Davos rivedo un po’ l’hockey di Dan», ci dice l’ex attaccante Reto Suri, che ha avuto Holden come compagno e come vice allenatore. «A Zugo volevamo sempre il possesso del disco a tutta pista, un principio che viene applicato anche dai grigionesi. Credo che la cosa più gratificante, per Josh e il suo staff, sia vedere che ogni giocatore, giovane o veterano, svizzero o straniero, riesca a dare qualcosa alla squadra».

Un mix vincente

«In effetti la filosofia europea mi si addice di più», conferma il 48.enne nativo di Calgary. «In Nordamerica si tende a giocare in modo più aggressivo, lanciando il disco in avanti e cercando di recuperarlo. L’hockey europeo si concentra maggiormente sul possesso del disco, è più strategico. A Davos, cerchiamo di destabilizzare l’avversario o di trovare degli spazi. Lavoriamo con questi ragazzi da ormai tre anni e loro sanno che siamo bravi a individuare e a sfruttare i punti deboli di ogni avversario. Un altro aspetto molto importante è lo spirito di squadra. Tutti lavorano per il bene comune, giocando con intensità e spingendosi oltre i limiti, ma senza mai esagerare».

«Non sono sorpreso dai risultati che Josh sta ottenendo come allenatore», ci dice Suri. «Portare la squadra in finale al suo terzo anno da head coach, dopo aver dominato la regular season, è una cosa eccezionale. Ma conoscendo le sue qualità, potevo anche aspettarmelo. Josh ha un carattere forte, è un leader carismatico, capace di trascinare gli altri nella giusta direzione. Ma è anche una persona simpatica, dotata di un grande senso dell’umorismo. È un mix vincente».

Quando arrivò a Davos, nel 2023, Holden venne accolto con scetticismo e da uno striscione eloquente: «Conosciuto per essere una figura odiata, nominato allenatore capo, puoi essere una leggenda a Zugo, ma devi guadagnarti il ​​tuo posto a Davos». «All’epoca – confessa il tecnico canadese – ero forse un po’ ingenuo. Pensavo semplicemente di venire a Davos per aiutare questi ragazzi a migliorare. Sapevo che ci sarebbe voluto del tempo. Il mio obiettivo principale era lavorare sodo e guadagnarmi il rispetto delle persone». Missione compiuta.

Guerrieri silenziosi

«È vero che Holden è stato un giocatore focoso, ma essere odiato dagli avversari e amato dai compagni è un valore aggiunto», osserva Reto Suri. «Da allenatore, però, Josh non può permettersi di vivere le partite con troppo trasporto, perché è responsabile di tutta la squadra. Deve avere più lucidità, altrimenti i giocatori si stressano troppo. Direi che ci sta riuscendo. Lo vedo controllato, ma quando serve sa dare la scossa. A volte con la voce, più spesso con uno sguardo o con il linguaggio del corpo».

Il coach canadese conferma la visione del suo ex compagno Suri: «Credo nell’importanza di una presenza calma in panchina. Se iniziassi a urlare di continuo, i giocatori lo percepirebbero, si innervosirebbero, stringerebbero più forte i loro bastoni, e questo non andrebbe bene. Quando gli arbitri prendono una decisione, quando i tifosi avversari creano un’atmosfera particolare, o quando i media scrivono qualcosa, bisogna lasciarsi tutto alle spalle e andare avanti. Noi abbiamo adottato un motto: essere guerrieri silenziosi».

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