Hockey

Dal processo con Formenton alla finale per la Stanley Cup

Il portiere Carter Hart era uno dei cinque giocatori canadesi accusati di violenza sessuale - Dopo l’assoluzione dell’estate scorsa, ha firmato con i Vegas Golden Knights, raggiungendo l’ultimo atto del campionato NHL - Nelle prime due gare della serie i tifosi dei Carolina Hurricanes gli hanno rinfacciato i suoi trascorsi giudiziari
© AP/John Locher
Fernando Lavezzo
06.06.2026 06:00

«Non colpevoli». Il 24 luglio del 2025, in un’aula di tribunale di London, Ontario, si chiuse il processo a carico di cinque giocatori di hockey canadesi, tutti assolti dall’accusa di violenza sessuale per dei presunti fatti risalenti al 2018, a margine dei festeggiamenti per il loro titolo mondiale Under 20. La vicenda fece molto discutere anche in Ticino. Tra i personaggi coinvolti, infatti, vi era pure Alex Formenton, scaricato dagli Ottawa Senators e poi ingaggiato – a tre riprese – dall’Ambrì Piotta. Dopo l’incriminazione ufficiale, nel febbraio del 2024, i cinque vennero esclusi dalla NHL. In attesa del processo, Formenton trascorse la stagione 2024-25 senza giocare. Michael McLeod, Dillon Dubé e Cal Foote trovarono invece lavoro tra la KHL russa e il campionato slovacco. Il quinto incriminato, il portiere Carter Hart, venne congedato dai Philadelphia Flyers e - come Formenton - saltò tutta la stagione successiva.

Dopo l’assoluzione della scorsa estate, Formenton è rientrato ad Ambrì, McLeod è rimasto a Omsk, mentre Dubé e Foote hanno fatto ritorno in Nordamerica, giocando però in AHL. Carter Hart - che è sempre stato considerato il più forte del quintetto - è stato l’unico a tornare protagonista in NHL, diventando il portiere titolare dei Vegas Golden Knights. Una rinascita che lo ha portato fino alla finale per la Stanley Cup contro i Carolina Hurricanes, ora sull’1 a 1.

Accoglienza ostile

Dal verdetto di non colpevolezza è passato quasi un anno, ma non ci si libera facilmente di una vicenda simile. E Hart lo sa bene. Nei primi due atti della finale, entrambi andati in scena a Raleigh, in Carolina del Nord, il portiere è stato accolto con ripetuti cori che facevano riferimento all’accusa di violenza sessuale. Sia in gara-1, sia in gara-2, numerosi tifosi del Lenovo Center gli hanno gridato «No means no», ossia «No significa no». Durante il processo, durato otto settimane, il tema del consenso fu centrale. La giudice Maria Carroccia riscontrò «un effettivo consenso da parte della denunciante», ritenendo che avesse «effettivamente espresso il desiderio di avere rapporti sessuali con questi uomini». Un verdetto che spaccò l’opinione pubblica. La stessa NHL, nonostante l’assoluzione, dichiarò che la condotta dei giocatori coinvolti fu «ben lontana dagli standard e dai valori che la Lega e i suoi club membri si aspettano e pretendono».

Argomento sensibile

Il tema è riemerso anche nella conferenza stampa che ha preceduto la finale NHL. Un reporter ha chiesto a Carter Hart cosa intendesse, lo scorso ottobre, quando parlò di apprendimento e crescita dopo il verdetto, e se questo processo fosse continuato nei mesi successivi. «Ho imparato molto», ha ribadito Hart. «Sono cresciuto molto da allora. E ho avuto l’opportunità di conoscere molte brave persone nella comunità di Las Vegas. La Vegas Golden Knights Foundation ha svolto un ottimo lavoro nel facilitarmi l’integrazione nella comunità e nell’incontrare persone fantastiche».

Dopo questa risposta, a conferma di quanto l’argomento sia ancora sensibile, un responsabile della comunicazione dei Golden Knights ha interrotto immediatamente la conferenza stampa di Hart.

Oltre il rumore

In pista, Carter Hart non sembra soffrire questo «rumore di fondo». Dopo aver inizialmente condiviso il ruolo con altri portieri dei Golden Knights e aver dovuto fare i conti con un infortunio durante la regular season, il 27.enne ha giocato da titolare tutte le 18 partite di playoff, vincendone 13. Ora la serie finale si sposterà in Nevada, dove Carter potrà contare su un pubblico amico.

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