Di Pietro stese il Canada e Gretzky si invaghì di Fischer

Oggi i mostri sono Sidney Crosby, Connor McDavid, Nathan MacKinnon, Cale Makar. Solo per citarne alcuni. Vent’anni fa si chiamavano Joe Sakic, Martin St-Louis, Rob Blake, Chris Pronger. Solo per citarne alcuni. Dai Giochi di Torino a quelli di Milano, dal 18 febbraio del 2006 al 13 febbraio del 2026, la sfida tra la Svizzera e un Canada stellato si rinnova. E i rossocrociati cullano il sogno di un’altra memorabile vittoria.
Oggi la Svizzera di Patrick Fischer può contare su dieci giocatori di NHL. All’epoca, la selezione di Ralph Krueger ne aveva solo tre: un difensore, Mark Streit, e due portieri, David Aebischer e Martin Gerber. Quest’ultimo, quel giorno, decise di diventare eroe nazionale. Un ruolo condiviso con Paul Di Pietro, canadese naturalizzato svizzero. L’estremo difensore dei Carolina Hurricanes firmò uno shutout epico. L’attaccante dello Zugo, invece, estrasse dal cilindro una clamorosa doppietta: al 18’19’’ trovò il vantaggio su passaggio di Della Rossa, al 28’47’’ raddoppiò in power-play, su assist di Bezina e Streit. Finì 2-0, con i rossocrociati sotto assedio per tutto il terzo tempo: 20 tiri a 1. «Quindi mi stai dicendo che almeno un tiro lo avevamo fatto?», scherza Marcel Jenni. Quel giorno lui era in pista, al fianco di Patrick Fischer. Stasera sarà in panchina, al fianco di Patrick Fischer. «È un ricordo indelebile», racconta l’assistente allenatore elvetico. «Il Canada era il grande favorito, un ruolo sempre difficile da gestire, soprattutto ai Giochi. Noi sfruttammo la magica atmosfera olimpica per caricarci e disputare un match fatto di sofferenza e cinismo. Gerber parò anche l’impossibile, la squadra si sacrificò su ogni disco e Di Pietro fece il resto con quei due gol. A fine partita, Paul era emozionatissimo, commosso. Ricevette centinaia di messaggi dal Canada, dove era ancora popolare. Soprattutto a Montréal, dove vinse la Stanley Cup nel 1993. Il nostro successo dimostrò che tutto è possibile quando una squadra gioca in modo unito».
Nessuno se lo aspettava
Anche Patrick Fischer ha un ricordo nitido di quell’impresa: «Nessuno se l’aspettava, nemmeno noi giocatori, e a volte mi chiedo ancora come sia stato possibile battere quel Canada lì», scherza l’head coach rossocrociato. «Due giorni prima avevamo già sconfitto 3-2 la Repubblica Ceca di Jaromir Jagr e questo ci diede fiducia. Contro le superstar nordamericane, non avevamo proprio niente da perdere. Gerber parò di tutto e di più e Di Pietro superò Martin Brodeur con due gol da vero cecchino. Quel successo pose le basi per il futuro, facendoci capire di cosa eravamo capaci».
Nino davanti alla TV
Per la Svizzera le Olimpiadi di Torino 2006 si chiusero con un 2-6 ai quarti di finale, contro la grande Svezia di Mats Sundin, Peter Forsberg, Nicklas Lidström e Daniel Alfredsson, che andò poi a prendersi l’oro. Ma quella vittoria contro il Canada ispirò i futuri protagonisti dell’hockey rossocrociato. «Ricordo che all’epoca avevo 13 anni e guardai quella partita con la mia famiglia, in salotto», racconta Nino Niederreiter. «Ero curioso di vedere la nostra Nazionale affrontare alcuni dei miei giocatori preferiti, come Dany Heatley e Jarome Iginla. Speravo in una bella prestazione, ci tenevo che la squadra facesse bella figura, ma mai mi sarei aspettato una cosa del genere. Quando Di Pietro segnò l’1-0, sobbalzai sul divano. E poi di nuovo per il raddoppio. Fu una vittoria storica. Pionieri come Mark Streit ebbero un impatto potentissimo sulla mia generazione».
Phoenix, Arizona
La vittoria contro il Canada e più in generale tutto il torneo olimpico di Torino, aprirono le porte della NHL a Patrick Fischer. Il leggendario Wayne Gretzky, general manager della selezione canadese, lo notò e lo portò con sé a Phoenix, dove allenava i Coyotes, di cui era anche co-proprietario. «Fu un onore immenso», ama raccontare «Fischi». «Fare colpo sul più forte giocatore di tutti i tempi non è cosa da poco. Avevo già 31 anni e in Svizzera godevo di un certo status. Lui lo sapeva e infatti mi trattò come un VIP, mostrandomi grande rispetto. Scoprire quel nuovo mondo con una guida come lui, fu bellissimo. Mi è rimasto nel cuore, Wayne è un personaggio unico, ma umile. Come coach era molto vicino ai suoi uomini. Sempre corretto, non gridava mai. Era un piacere giocare per lui. Allo stesso tempo, però, la sua leggenda poteva intimidirti. Nessuno poteva fare le cose che riusciva a fare Gretzky». Stasera, la Svizzera proverà a fare le cose che fecero i rossocrociati del 2006.
