DiDo nella piaga: questo addio è un altro pasticcio

(aggiornato alle 19.25) DiDo addio. Era arrivato in Leventina la stagione scorsa, a campionato iniziato, ripudiato dal Friburgo. Se ne va in anticipo, da topscorer problematico, amato da molti tifosi, ma non dal nuovo coach. Proprio così: Chris DiDomenico non vestirà mai più la maglia dell’Ambrì. Lo strappo con Jussi Tapola non è stato ricucito. La separazione – definita «consensuale» – è stata ufficializzata oggi pomeriggio, «in seguito a un confronto approfondito e trasparente». «La decisione – comunica il club – si inserisce nel percorso strategico avviato nelle ultime settimane, incentrato su un DNA sportivo biancoblù volto a consolidare un gruppo coeso e a strutturare un sistema di dinamiche sportive sempre più efficiente e orientato alla crescita nel medio-lungo periodo. Nel corso delle discussioni, è emersa una differente interpretazione delle priorità operative nel breve periodo. In un contesto che richiede piena convergenza di intenti, le parti hanno quindi ritenuto corretto procedere con una separazione consensuale».
Più che un «percorso strategico», sembra un’improvvisazione. Il club biancoblù ha pure cercato di piazzare il canadese altrove, entro la chiusura del mercato (lunedì alle 23.59), senza riuscirci. Come rivelato da Klaus Zaugg su Watson, l’HCAP ha offerto il 37.enne ad altri club, in Svizzera e all’estero. Il Bolzano era interessato, ma il giocatore ha rifiutato la destinazione. Le opzioni Ajoie e La Chaux-de-Fonds, individuate dall’agente, sono invece state logicamente bocciate dall’Ambrì.
L’illusione del derby
I fatti che hanno portato al divorzio sono noti: venerdì, nella sfida casalinga con il Davos, Tapola ha confinato DiDomenico in panchina da metà partita. Sabato, il finlandese ha deciso di affrontare la trasferta di Zugo con soli cinque stranieri, lasciando DiDo a casa. «Ogni squadra ha bisogno di unità e disciplina, è necessario avere impegno e coinvolgimento da tutti. Non importa il singolo, conta il collettivo», ha spiegato l’allenatore. Eppure, la convivenza tra i due (certificata ad alto rischio) era iniziata sotto buoni auspici. Con un gol e due assist, DiDomenico era stato il mattatore del derby del 29 gennaio, nell’esordio di Tapola. «È uno dei leader della squadra, ha carattere ed esperienza», disse il coach dopo la vittoria. «È un giocatore intelligente. Da lui tutti si aspettano ovviamente i punti, ma io intendo dargli l’opportunità di rendersi utile pure a livello difensivo, anche se alcune parti del suo gioco andranno un po’ ripulite».
Le cose sono precipitate in fretta. Già al rientro della pausa olimpica, ai giornalisti non era stato permesso di intervistare il canadese. Un segnale di tensione latente a cui, sul momento, non avevamo dato troppo peso, ormai vaccinati al caos comunicativo in cui l’Ambrì Piotta si barcamena da inizio ottobre. Ma è chiaro che già durante la sosta qualcosa si sia guastato tra il tecnico finlandese e il miglior marcatore della squadra. Autore, val la pena ricordarlo, di 10 gol e 31 assist in 47 gare.
Danni d’immagine
E adesso? Dopo Petan e Cajkovsky, DiDomenico è il terzo straniero a lasciare la Gottardo Arena in questa stagione. In un momento delicatissimo, con il mercato chiuso e i playout alle porte, i leventinesi si ritrovano con soli cinque «import». Per giunta, senza quello più carismatico e produttivo. DiDo non è mai stato facile da gestire, né caratterialmente, né tatticamente. Tapola, che ci mette la faccia e deve pensare anche alla propria reputazione, ha tutto il diritto di fare le proprie valutazioni. Ma la dirigenza biancoblù esce di nuovo malconcia: per non essere stata in grado di spegnere l’incendio e per essere arrivata a un minuto dalla mezzanotte senza un piano di riserva. Il che – unito al comunicato odierno e all’altrettanto surreale «Grazie DiDo» sparato sui social – indebolisce ulteriormente l’immagine del club. Dall’addio di Duca, l’HCAP continua a muoversi con una goffaggine inaudita. Oggi non si vede una vera guida, con il direttore sportivo Lars Weibel già operativo, sì, ma costretto ad agire nell’ombra, a causa del suo contratto con la Federazione. Il fatto che tra le licenze B sottoscritte con alcuni club di Swiss League non ve ne sia neanche una straniera, la dice lunga. Altro che «percorso strategico» e analisi «approfondita» della situazione.
Women, c’è il CEO in panchina
A proposito di mancanze comunicative: le HCAP Women hanno iniziato il post season eliminando il Davos nei pre-playoff. Il tutto dopo un cambio di guida tecnica mai annunciato dal club. Sarebbe bastato dire che la squadra è stata affidata a Céline Abgottspon, coadiuvata da Andreas Fischer, ossia il CEO dell’HCAP. Nel weekend, quest’ultimo era in panchina. Domenica a Davos ha pure gestito un time-out. Sarebbe stato utile averlo sabato sera a Zugo, a parlare del «caso DiDo». Ma soprattutto, sarebbe stato saggio ufficializzare il suo ruolo nel team femminile, per non dare la sensazione di volerlo nascondere.
