Hockey

Fuchs, un mito bianconero nella Hall of Fame: «È un giorno speciale»

L'ex attaccante del Lugano è stato celebrato prima della partita contro il Losanna, in cui gioca il figlio Jason
© Keystone/Samuel Golay
Fernando Lavezzo
28.02.2026 20:01

La Hall of Fame dell'HC Lugano ha un nuovo membro. Il nono. Dopo Alfio Molina, Silvano Corti, Fredy Lüthi, Bernard Coté, Bruno Rogger, Andy Ton, Glen Metropolit e John Slettvoll, stasera è stato accolto Régis Fuchs, indimenticato protagonista di tre titoli nazionali (1999, 2003 e 2006) con la maglia bianconera, indossata per otto stagioni consecutive dal 1998 al 2006. «Per me è qualcosa di molto speciale», ci ha raccontato. «Mai, nella mia vita, avrei pensato di entrare nella Hall of Fame di una squadra come il Lugano. È vero che qui ho vissuto tanti bellissimi anni, ricchi di successi, ma essere accostato a questi grandi nomi del passato era del tutto inaspettato. E ovviamente mi fa un immenso piacere. Il fatto che la cerimonia sia avvenuta prima della partita contro il Losanna, la squadra di mio figlio Jason, ha reso tutto ancora più bello. La mia famiglia è qui con me, ci siamo tutti. Ed è importante che sia così».

Per questa festa, l'ex numero 14 bianconero, oggi 55.enne, ha dovuto aspettare un anno. Il suo ingresso nella Hall of Fame dell'HCL era infatti previsto la scorsa stagione, ma le difficoltà della squadra e il clima di negatività che si respirava alla Cornèr Arena, avevano fatto desistere il club. Ora la situazione è decisamente più favorevole: «Nello sport si può andare velocemente sia in alto, sia in basso. L’anno scorso erano tempi più difficili, ora, con un altro tipo di lavoro, sono arrivati altri risultati. Io cerco di seguire tutte le squadre, ovviamente con un occhio di riguardo per il Losanna di Jason. Mi fa piacere vedere finalmente il Lugano in alto nella classifica, già matematicamente qualificato per i playoff. Nelle prossime settimane la squadra avrà forse un po’ di pressione, perché quando vivi una stagione di alto livello, le aspettative crescono. Sappiamo benissimo che i playoff sono un altro campionato rispetto alla regular season e tutto può succedere. Vedremo».

Régis Fuchs ha tantissimi ricordi legati ai suoi otto anni in bianconero. «Ma sicuramente aver vinto il titolo nel mio primo anno in Ticino, contro l’Ambrì, rimane qualcosa di incredibile. Giocare una finale tutta ticinese, vincerla e segnare l’ultimo gol, è più di quanto potessi immaginare. Quella mia rete a porta vuota è rimasta nella memoria della gente».

Una rete comunque non facile, nonostante il telecronista, Andreas Wyden, la diede per scontata già con qualche metro d'anticipo: «Effettivamente l’angolo di tiro non era così evidente. Però non ho mai avuto paura di sbagliare. È stato un gesto molto naturale».

Negli anni, l'hockey è cambiato molto: «Se riguardo le immagini di quel primo titolo e le confronto con quelle di adesso, non sembra neppure lo stesso sport. È diventato più veloce, più tecnico. C'è stato un salto gigantesco negli ultimi vent’anni. Il mio hockey non ha più nulla a che fare con quello attuale».

In quello attuale, è Jason Fuchs a farsi apprezzare: «Lui non mi chiede mai consigli e forse è meglio così, perché, come dicevo, il mio e il suo sono due sport diversi. Ogni tanto mi piacerebbe dargli delle informazioni, ma non le vuole. Rispetto questa scelta e gli lascio vivere la sua carriera, fin qui bellissima. Lui ha molto più talento, più tecnica e più velocità rispetto a me. Ai miei tempi, però, quello che facevo bastava per vincere dei titoli. Adesso, tutto quello che ha Jason, non è ancora sufficiente per alzare la coppa di campione svizzero. Ma con le qualità che ha, può fare ancora tantissime belle cose».

Al contrario di altri figli di ex miti bianconeri, Jason non ha mai giocato per il Lugano: «I miei figli hanno sempre giocato nelle squadre dove non ho giocato io. A volte addirittura in quelle rivali. Robin a Friburgo, Jason ad Ambrì, Bienne e adesso Losanna. Non so perché, ma è così».

Régis ha fatto parte di due terzetti d'attacco leggendari: prima con Orlando e Meier, poi con Dubé e Bozon. Quale sceglierebbe, oggi? «Difficile dirlo. Con Gates e Trevor abbiamo vinto il campionato nel 1999, con Christian e Philippe non ne abbiamo conquistati, anche se forse la linea era più forte. Alla fine quello che contano sono i titoli... Con il Lugano ne ho vinti tre, ma ho anche perso tre finali. Questo mi fa pensare che il confine tra vittoria e sconfitta è sottilissimo».

Dal 2006, quando Fuchs contribuì al settimo titolo bianconero, il Lugano non ha più vinto: «Se me lo avessero detto all'epoca, non ci avrei creduto. Quando giochi qui per 8 anni e disputi 6 finali, non pensi che non ci saranno più titoli per i prossimi 20 anni. Ma le cose possono andare in fretta, non si sa mai. Se avessi una ricetta per vincere, avrei scritto un libro e oggi sarei più ricco».