Jan Cadieux, alle origini di un allenatore

Doveva essere l’ultimo Mondiale di Patrick Fischer. E invece sarà il primo Mondiale di Jan Cadieux. Il terremoto che ha scosso la nazionale rossocrociata continuerà a far discutere a lungo, ma a una settimana dall’esordio, i riflettori sono ormai puntati sulla squadra e sull’hockey giocato. Riflettori che, almeno apparentemente, Cadieux insegue meno rispetto al suo carismatico predecessore. Ma l’ex tecnico del Ginevra è davvero così timido e introverso come sembra? E, più in generale, cosa lo contraddistingue dal tecnico esonerato? Lo abbiamo chiesto a due personaggi che lo conoscono bene. E che per primi hanno creduto in lui. Nel 2017, Paolo Duca gli affidò la panchina dei Ticino Rockets in Swiss League. Quattro anni e mezzo dopo, Marc Gautschi lo promosse alla guida del Servette.
Il profilo giusto
«All’epoca la scelta dell’allenatore dei Rockets spettava a me, in quanto direttore sportivo dell’Ambrì Piotta, ma doveva essere avallata dal Lugano», ricorda Duca, che proprio quell’anno iniziò il suo nuovo percorso in biancoblù. «Jan lo conoscevo bene, avevamo giocato insieme nelle nazionali giovanili. Lo apprezzavo per la sua etica del lavoro e la sua attitudine positiva. Da tre anni era alla guida della U20 del Friburgo e il suo profilo era in linea con ciò che cercavamo: sapeva lavorare con i giovani, era sempre pronto a raccogliere nuove sfide, conosceva già il Ticino e parlava le lingue nazionali e l’inglese. A parità di competenze, per i Rockets abbiamo sempre preferito un coach svizzero. Inoltre, grazie a suo padre Paul-André, Jan aveva assorbito il mestiere di coach già nella culla. L’idea piacque pure al Lugano e al suo ds, Roland Habisreutinger, anche perché Cadieux aveva giocato e vinto un titolo con i bianconeri».
Dopo due stagioni a Biasca, nel 2019 Cadieux venne ingaggiato da Chris McSorley, general manager del Ginevra, che lo scelse come assistente di Pat Emond. Nel novembre del 2021, il nuovo direttore sportivo delle Aquile, Marc Gautschi, gli affidò una squadra in piena crisi: «Per me fu subito chiaro che Jan non sarebbe stato solo un traghettatore», ci spiega l’ex difensore biancoblù. «Infatti, le cose iniziarono subito a funzionare». Con Emond, il Ginevra era terzultimo in classifica, con un bilancio di 16 sconfitte in 23 gare. «Ma Cadieux registrò una media di 2,2 punti a partita, facendoci risalire. Nei pre-playoff uscimmo contro il Lugano, ma l’anno seguente conquistammo il titolo. Jan lo disse subito che l’obiettivo era quello: diventare campioni. La sua ambizione e le sue idee convinsero tutti, società e giocatori. La squadra lo seguì e andò fino in fondo. Era un gruppo di grande qualità ed è oggettivamente difficile quantificare i meriti di ognuno, ma Cadieux fu bravo a gestire uno spogliatoio pieno di stelle e di caratteri forti».
Diverso da Fischer
Stelle e caratteri forti. Come quelli che Cadieux guiderà ai Mondiali: «Subentrare a Fischer in questo modo non è stato facile, ma da venerdì tutti penseranno solo al torneo», afferma Gautschi. «Cadieux ha un modo diverso di gestire il gruppo rispetto a Fischi, ma i giocatori, anche quelli di NHL, rispetteranno e apprezzeranno il fatto che Jan mette sempre la squadra davanti a tutto e che non cerca la luce dei riflettori. Di indole è un po’ timido e introverso, ma vi assicuro che quando inizia a parlare di hockey non si ferma più. Io starei ad ascoltarlo per ore. Quando interviene a un simposio, lascia tutti a bocca aperta. È una bella persona, oltre che un tecnico preparato e l’esonero del 2024 non ha mutato la mia stima nei suoi confronti. Con noi ha vinto pure la Champions, quindi neppure l’hockey internazionale lo spaventa. In tre settimane non ha di certo cambiato il gioco della Svizzera, che ha una sua identità costruita da Fischer in 10 anni. Ma è un’identità che Jan, nel suo ruolo di assistente, aveva già ben assimilato».
«Jan è veramente uno studioso dell’hockey», conferma Paolo Duca. «Anche Fischer era bravo sul piano tattico, ma era soprattutto un motivatore, un allenatore di pancia che lavorava sullo stato d’animo della squadra. Jan sa certamente toccare le corde giuste e parlare con i giocatori, ma rispetto a Fischi è un coach meno estroverso e più cerebrale. Mette più l’accento sulla preparazione delle gare, sulla tattica e sull’analisi degli avversari, di cui conosce tutto. Non lascia niente al caso, neanche nella selezione della rosa. Ha un’idea chiara di come intende costruire la squadra e distribuire i ruoli. Ne ho avuto conferma osservando le sue scelte ai tempi della Svizzera U20».
