Josi, una superstar a Zurigo: «Ma mio figlio è un fan di Genoni»

Ai Mondiali le cose si stanno facendo serie. Questa sera, nell’ultima partita della fase preliminare, Svizzera e Finlandia - entrambe a punteggio pieno - si giocheranno il primo posto nel Gruppo A. Tra i grandi protagonisti della cavalcata rossocrociata c’è Roman Josi, che sabato, nel 9-0 contro l’Ungheria, ha segnato una tripletta in 4’45’’: un record per la rassegna iridata. Ieri lo abbiamo intervistato in hotel.
Roman, in quelle tre reti hai messo in mostra tutto il tuo campionario: pattinaggio, tecnica, tiro. Il modo in cui interpreti il ruolo di difensore sembra unico. È così?
«Non saprei. Io gioco nel modo che più mi diverte. È uno stile che mi dà tanta energia. Amo entrare in pista e creare qualcosa a livello offensivo. Muovendo costantemente i piedi, sento di poter dare il meglio. È bello giocare in una squadra come la Svizzera, in cui tutti si conoscono bene e sanno anticipare le mosse dei compagni».
Nel weekend la tua famiglia è finalmente arrivata a Zurigo, ma non in tempo per vederti segnare quelle tre reti...
«Mia moglie e i miei due figli sono arrivati domenica, un po’ più tardi del previsto. Il passaporto dei bambini scadeva tra poche settimane, ma per viaggiare serviva una validità di tre mesi. E così hanno dovuto attendere il rinnovo. Anche il loro volo ha subito dei ritardi, ma ciò che conta è che ora siano qui. Sono molto felice, non li vedevo da quasi tre settimane. Abbiamo avuto la domenica libera e l’abbiamo trascorsa insieme. Ci siamo anche goduti una bella grigliata con i compagni e le loro famiglie».
I tuoi figli amano l'hockey?
«Luca James ha 5 anni e un paio di mesi fa ha iniziato a giocare a baseball. L’hockey gli piace, ma non ama pattinare. Quando giochiamo insieme a casa, lui si mette in porta. È un grande fan di Genoni. L’altro giorno Leo gli ha regalato una cartolina autografata e si è emozionato. Non lo aveva mai incontrato. Ivy Lennyn, invece, ha solo 4 anni: è troppo piccola per interessarsi allo sport».
I tuoi figli stanno crescendo negli USA, a Nashville. Quanto è importante, per te, trasmettere loro un po’ di «svizzeritudine»?
«È importantissimo che conoscano le loro radici elvetiche. Sono nato e cresciuto a Berna e ci tengo a mostrare loro la cultura del mio Paese. Ci veniamo ogni estate, Luca James ci è già stato cinque volte. Con la lingua è più dura. Ogni tanto provo a parlargli in bärndütsch, ma è quasi una battaglia persa. Durante la stagione di NHL sono spesso in viaggio con i Predators e i bambini passano molto tempo a casa con mia moglie. Lei è americana, ormai la loro lingua è l’inglese».
Il 1. giugno compirai 36 anni e sei ancora un giocatore dominante. Per quante altre stagioni ti immagini protagonista in pista?
«Non lo so. Vedremo. Ho ancora due anni di contratto con i Predators, poi dipenderà anche dalla salute, dai messaggi del mio corpo, dalle esigenze della mia famiglia. Le cose possono cambiare velocemente, ma credo che quando verrà il momento di smettere, lo capirò. Oggi siamo lontani da quel giorno. Ho sempre voglia di giocare e mi diverto ancora».
Vederti chiudere la carriera nel Berna, il club che ti ha lanciato e di cui sei azionista, è fantahockey o è uno scenario realistico?
«Il mio obiettivo è continuare a giocare in NHL il più a lungo possibile, ma non si sa mai».
Sul tuo profilo Instagram promuovi una tecnica di allenamento individuale chiamata ultra slow training. In cosa consiste?
«Si tratta di eseguire gli esercizi molto lentamente, in modo consapevole, controllato. Ogni secondo, ogni respiro, contano. È una sfida durissima, sia fisicamente, sia mentalmente. Cambia il modo di muoversi e di pensare. Anche quando credi di non farcela più, devi continuare. In questo modo, quando ti trovi in una situazione difficile, hai la forza per battagliare più a lungo. È un metodo che ho scoperto grazie a Stefan Schwitter, il performance coach della nazionale svizzera. Ho iniziato ad allenarmi con lui durante l’estate, dopo averlo conosciuto ai Mondiali di Praga del 2024».
Il campionato svizzero si è concluso con la bella favola di Julien Sprunger, finalmente in trionfo con il suo Friburgo. Può essere di buon auspicio anche per la Svizzera, pensando a giocatori come te o Niederreiter, che inseguono il titolo mondiale da tanti anni?
«Lo spero. È il nostro sogno. È stato fantastico vedere Sprunger vincere il titolo prima di ritirarsi. Un finale di carriera incredibile, una storia perfetta. Ma nello sport non sai mai cosa può succedere. A volte i sogni si avverano, a volte no. Ci aspettano ancora tante partite difficili e dovremo dare il massimo per avanzare».
La generazione venuta dopo te e Nino si avvicina ormai ai 30 anni. Sei preoccupato per quello che verrà in seguito?
«Negli ultimi 10 anni abbiamo accolto tanti nuovi giocatori svizzeri in NHL, alcuni di loro sono stati scelti nelle prime posizioni del draft e sono diventati delle star. Hischier, che ha 27 anni, è sempre stato considerato il giovane del gruppo, ma ormai è già uno dei veterani. In futuro l’hockey svizzero dovrà continuare a sviluppare i suoi talenti, come accade in altri Paesi. Sono troppo lontano per sapere cosa sta succedendo a livello juniores, ma sono sicuro che nessuno intenda abbassare la guardia».
