«La mia vita tra leggende NHL e tanti giovani da plasmare»

McNamara approdò in Svizzera nel 1981 a Villars. Come ci arrivò?
«All’epoca ero tornato a studiare, mi mancava un corso per finire un master in psicologia. Il mio amico-agente mi propose di allenare nella LNB svizzera. Avevo 32 anni e una moglie: la nostra situazione finanziaria non era rosea, così accettammo. L’idea era di restare due anni, mettere da parte qualche soldo e poi tornare in Canada a finire gli studi. Siamo rimasti 15 anni, fino al 1995, mettendo al mondo tre figlie. E il master non l’ho mai completato».
L’hockey è sempre stato presente nella sua vita?
«Ho seguito un percorso particolare. Giocai 2 anni nelle leghe juniores ad Halifax, poi altri 3 all’università. In seguito firmai un contratto da professionista con i Québec Nordiques. Era il 1972, la franchigia era appena nata e militava nella World Hockey Association, una lega fondata quell’anno per fare concorrenza alla NHL. Disputai mezza stagione con i Nordiques, poi una e mezza nel loro farm team. Non vedevo più sbocchi, le leghe minori non facevano per me, così decisi di smettere. Lavorai alcuni anni per una compagnia d’assicurazioni, poi tornai a scuola e mi misi ad allenare una squadra universitaria».
Il suo primo coach ai Nordiques fu Maurice Richard, leggenda dei Montréal Canadiens. Non male...
«Soprattutto per me, tifoso dei Canadiens. Da giocatore era intenso, generoso. Nel privato, però, era umile e riservato. Sulla nuova WHA erano puntati molti riflettori e questo non gli piaceva. Resistette una sola partita, poi diede le dimissioni. Peccato: mi apprezzava e mi faceva giocare, al contrario del successore. A Natale, infatti, venni girato al farm team».
Cos’altro ricorda di quelle 19 partite con i Québec Nordiques?
«Non diventai ricco, ma fu una bella opportunità. Ebbi l’onore di giocare in difesa insieme a Jean-Claude Trambley, un altro mito dei Montréal Canadiens. Nel primo ingaggio della storia della WHA, io ero sulla linea blu insieme a lui».
Le leghe minori, invece, non facevano per lei. Perché?
«Il farm team dei Nordiques giocava nella North American Hockey League. Avete presente il film “Slap shot”? Ecco, è basato su quella lega lì. Il personaggio di Ogie Oglethorpe era ispirato a Goldie Goldthorpe, i fratelli Hanson erano i fratelli Carlson. Ho giocato una stagione e mezza con questi pazzi. Ogni anno c’erano almeno dieci risse generali. Ne sono uscito vivo, ma ero spesso ferito. Mi hanno ricucito i gomiti, le ginocchia, le spalle. Mi sono rotto una caviglia. Forse ho subito delle commozioni cerebrali, chi lo sa? Altri tempi, altro hockey. Molto più duro e cattivo. C’erano giocatori messi lì apposta per spaccare tutto. Io ero tecnico, non grosso. Amavo impostare, creare. Insomma, mi passò la voglia».

A Lugano come ci arrivò?
«Dopo un anno al Villars andai al Neuchâtel, terminando la stagione 1982-83 come giocatore-allenatore dell’Ajoie. Ero pronto a tornare in Canada, ma i bianconeri si interessarono a me. Cercavano qualcuno che potesse fungere da assistente della prima squadra, ma anche da terzo straniero e da allenatore del settore giovanile. Per 4 anni trascorsi le mie giornate alla Resega, testimone oculare della nascita del Grande Lugano. I successi della squadra di Slettvoll fecero crescere anche il nostro vivaio: tanti ragazzi si avvicinarono all’hockey».
Con Slettvoll andava d’accordo?
«Certo. Come detto, ero suo assistente e terzo straniero. Avevo già una certa età e negli anni precedenti avevo giocato poco, ma nei test fisici ero sempre tra i migliori. Ero un buon esempio per il gruppo e questo a Slettvoll piaceva. Inoltre conoscevo il mio ruolo. I titolari erano Waltin e Johansson, non avevo la pretesa di giocare. Ma ero pronto in caso di bisogno».
Nel 1987 lasciò il Ticino...
«Il Dübendorf mi offrì un posto di allenatore-giocatore in Prima Lega. Le cose andarono bene, tant’è che nel 1988 arrivò la chiamata del Friburgo. Quella fu la mia prima esperienza da head coach in LNA. In due stagioni con il Gottéron raggiunsi due volte i playoff, ma il secondo anno emersero dei problemi con la dirigenza, così diedi le dimissioni. Rimasto a piedi, accettai una panchina in Italia, ad Asiago, ma non mi ambientati. Mi mancava la professionalità del campionato svizzero, così iniziai a girovagare a destra e a sinistra: assistente a Zugo, capo allenatore a Visp, Ajoie e Graz. Nel 1995 decisi di tornare in Canada».
Per fare cosa?
«Venni assunto in una scuola internazionale, lo Stanstead College. Insegnavo storia, psicologia, economia, matematica, ma in realtà mi ingaggiarono per costruire una squadra di hockey. Rimasi per 15 anni, le mie tre figlie hanno studiato lì. A mia moglie dissi: ‘‘Quando le ragazze usciranno di casa, forse potremo tornare in Europa’’. Era il nostro sogno».
Infatti si fece vivo il Lugano...
«La dirigenza bianconera mi contattò nel 2007 per lavorare con i giovani. Diedi la disdetta al college, liberammo la nostra casa. Due giorni prima della partenza, però, mi dissero che il permesso di lavoro era stato rifiutato. C’era un nuovo regolamento: per lavorare con i giovani serviva un passaporto svizzero o dell’UE. Fu un colpo durissimo. Rimasi a Stanstead, trascorsi un periodo in disoccupazione. Nel frattempo ragionai su come ottenere un passaporto attraverso le mie radici irlandesi. Mio nonno arrivò in Canada alla fine dell’Ottocento, ma non c’era traccia di documenti ufficiali. La faccio breve: tra mille peripezie, con l’aiuto delle autorità irlandesi, riuscimmo a scovare un atto di nascita. Ottenni il passaporto e finalmente nel 2009 tornai a Lugano».

Tra juniores e prima squadra lavorò a fianco di Patrick Fischer. Si considera il suo mentore?
«Credo di aver fatto la mia piccola parte. Siamo rimasti grandi amici, abbiamo tante idee simili. Lui è un uomo molto intelligente. Continuava a pensare al gioco, a come renderlo più moderno, più attivo. Ha analizzato a fondo i profili dei giocatori svizzeri e oggi fa giocare la sua Nazionale sulla base di quelle caratteristiche: pattinaggio, tecnica, velocità. Per questo ha avuto successo».
Dopo una parentesi a Losanna, nel 2014 passò al settore giovanile del Bienne. Poi, nel novembre del 2016, ecco un nuovo incarico da head coach in National League, proprio ai seeländer.
«Presi il posto di Schläpfer, un caro amico. Con lui la squadra stava viaggiando male e la dirigenza pensò a me. Doveva essere un interim, come a Lugano nel 2010-11, ma le cose andarono bene. Ci qualificammo ai playoff, disputammo una bella serie con il Berna. Decisero di confermarmi per la stagione seguente: costavo poco e la squadra girava. Amavo il club, eravamo in crescita, vedevo del potenziale. Quando venni licenziato, nel novembre del 2017, eravamo settimi in classifica, con tanti giovani tra i titolari. Dentro di me, in realtà, sentivo di essere sempre stato un coach ad interim. Avrei potuto prendere i soldi e starmene a casa in pantofole, ma chiesi al club di poter tornare ad occuparmi del settore giovanile».
Quest’anno avrebbe dovuto rimanere a Bienne, ma la chiamata dei Rockets ha cambiato tutto. Come sono andate le cose?
«Il primo a sondare il mio interesse è stato Domenichelli. Prima di trattare, però, io volevo che Duca e l’Ambrì – ai quali spettava la scelta del coach – avvisassero il Bienne. Dopo alcune settimane di silenzio, Duca mi fece un’offerta. Non era ancora chiaro se sarei venuto qui a fare l’allenatore o il vice. Per me era uguale, volevo solo sapere con chi avrei lavorato. La scelta di Landry mi ha convinto subito. Stiamo cercando di portare qualcosa di nuovo, anche se all’inizio, con il viavai di giocatori, è un po’ difficile».
Mike McNamara verrà ricordato come un bravo allenatore o come un bravo formatore?
«A Lugano, tra 1983 e 1987, non abbiamo mai militato negli Elite A, eppure diversi di quei giovani sono arrivati in prima squadra: Fontana, Bernasconi, Brambilla, Cantoni. Ora nel Lugano vedo tanti dei ‘‘miei’’ ragazzi: Bertaggia, Fazzini, Romanenghi, Morini. Lo stesso nel Bienne di oggi. È un orgoglio. Da head coach di NLA, invece, non ho fatto cose memorabili. Credo quindi che la gente mi ricorderà come formatore. Oppure non mi ricorderà affatto, ma io non lavoro per quello».
