Il caso

La versione di Fischer: «Sono rimasto fedele a me stesso, ma nella comunicazione sono stato ingenuo»

Per la prima volta dopo il suo licenziamento, l'ex allenatore della Nazionale di hockey è tornato a parlare in una lunga intervista pubblicata sul suo canale YouTube
© Keystone
Fernando Lavezzo
09.06.2026 17:01

Camicia jeans sbottonata, maglietta bianca, maniche arrotolate. Per la prima volta dopo il suo licenziamento, avvenuto lo scorso 15 aprile in seguito allo scandalo del falso certificato COVID, l’ex coach della nazionale di hockey, Patrick Fischer, è tornato a parlare. . Lo ha fatto su YouTube, in una lunga intervista condotta da Peter Röthlisberger della Chefredaktion GmbH, un’agenzia di pubbliche relazioni. «Perché adesso? Ho aspettato che finisse il Mondiale, era importante riportare la calma e garantire alla squadra la necessaria tranquillità. Ora voglio mostrare il mio punto di vista».

Il racconto di quei giorni turbolenti inizia dall’esonero: «È stato un momento difficile, carico di emozioni. Ero in Slovacchia con la squadra e dopo il licenziamento ho sentito l’appoggio di staff e giocatori. Mancava solo un mese al Mondiale casalingo e sono state sollevate molte questioni, compresa la possibilità di un boicottaggio. La mia opinione, però, è sempre stata chiara: bisognava finire il lavoro. Ai ragazzi ho detto: ‘‘Ce la farete’’».

Questione di istinto

Quando parla del sostegno ricevuto da amici e parenti, «Fischi» si commuove. Soprattutto pensando alla moglie Mädy. «Non era abituata a tempeste del genere», dice. «Ma non lo ero neppure io». Una tempesta, come detto, scatenata dalle rivelazioni sul falso certificato COVID che il tecnico rossocrociato ha acquistato per poter partecipare alle Olimpiadi di Pechino del 2022 e per il quale è poi stato condannato nel 2023. Il 12 aprile scorso era stato lo stesso Fischer, in accordo con la Federazione, a raccontare il fattaccio in un video, anticipando l’imminente scoop della SRF. Inizialmente, Swiss Ice Hockey si era accontentata delle scuse dell’allenatore, considerando il caso chiuso. Ma il polverone sollevato dalla questione ha poi portato al licenziamento.

Ma perché Fischer non si è voluto vaccinare? «Quando si tratta della mia salute e del mio corpo, ascolto il mio istinto. E per me era chiaro che non mi sarei vaccinato. Il periodo COVID è stato pieno di incertezze. Ci si avvicinava ai Giochi di Pechino, la Svizzera aveva già iniziato ad allentare le regole, ma per entrare in Cina vigeva ancora l’obbligo vaccinale. Ho capito di avere un problema. Volevo andare alle Olimpiadi e ho scelto la strada del falso certificato». Fischer è consapevole di aver tradito le sue responsabilità in qualità di coach della Nazionale. «Ma non quelle verso me stesso. Sono rimasto fedele alla mia persona».

E la quarantena?

Per evitare di vaccinarsi, Fischer avrebbe potuto trascorrere due settimane di quarantena in Cina. «Ma non era realistico», spiega il cinquantenne di Zugo. «Il 6 o 7 gennaio, subito dopo i Mondiali U20 di Edmonton, sarei dovuto tornare a casa e volare direttamente a Pechino per la quarantena. Il problema è che ci restava ancora una settimana di preparazione in Svizzera».

Mesi prima delle Olimpiadi, la Federazione sapeva che la situazione di Fischer, restio a vaccinarsi, non era facile: «Mi hanno convocato in ufficio, presentandomi un contratto che stabiliva gli eventi ai quali avrei dovuto partecipare: Mondiali U20 di Edmonton, Olimpiadi di Pechino e Mondiali di Helsinki. Serviva un vaccino. Se fossi mancato, ci sarebbero state delle sanzioni. Parliamo di oltre 500 mila franchi. Ero infastidito, ho avvertito una pressione supplementare, ma alla fine ho firmato. Eravamo a inizio novembre del 2021. A quel punto la Federazione aveva una conferma che mi ero vaccinato. E l’ipotesi della quarantena non era più possibile».

Fischer non ritiene di aver messo in pericolo la squadra, rischiando di contagiarla: «Prima di partire per la Cina, abbiamo trascorso cinque giorni al centro OYM di Cham, dove siamo stati testati quotidianamente. Sapevo che saremmo stati testati anche all’arrivo a Pechino. E di nuovo al villaggio olimpico, ogni giorno. Dopo un test positivo, scattava la quarantena. È capitato a due nostri giocatori, Simion e Malgin. Non ero un rischio maggiore di chiunque altro». Già, ma se il falso certificato fosse stato scoperto? Non c’era il rischio che la Nazionale, o l’intera delegazione di Swiss Olympic, venissero rimandate a casa? «La situazione è stata gonfiata», risponde Fischer. «Non è mai successo, nella storia dei Giochi, che un’intera delegazione pagasse per gli illeciti di un singolo. La Russia è stata sospesa per doping sistematico. Non è paragonabile».

La confidenza

Come noto, è stato lo stesso Fischer a raccontare del suo falso certificato a un giornalista della SRF, Pascal Schmitz. «Sono stato ingenuo», riconosce l’allenatore. «Avevo un rapporto di fiducia molto forte con la SRF. Abbiamo fatto tante cose insieme, per me la relazione con i media è sempre stata importantissima. La trasmissione 10 vor 10 voleva fare un servizio su di me, a livello personale. Al mattino sono venuti a casa mia, mi sono raccontato, ho mostrato loro i luoghi dove sono cresciuto. Prima di ricominciare le riprese nel pomeriggio, ho proposto loro di pranzare insieme. A tavola eravamo io, il responsabile dei media della Federazione Finn Sulzer, Pascal Schmitz e il suo cameraman. Senza telecamera. Per due ore abbiamo parlato di tutto, anche del periodo COVID. Ho raccontato anche del certificato falso, non vedevo alcun pericolo. Ho valutato male la situazione. Ho esperienza con altri giornalisti a cui so di poter raccontare cose del genere. Non sono l’unico a parlare off the record. Finn lo ha detto molto chiaramente che quelle parole non erano destinate al pubblico. Il giorno dopo, Schmitz ci ha pure scritto un e-mail, dicendo di essere consapevole dell’accordo off the record. In seguito, la SRF ha affermato che l’accordo non esisteva. Non è vero. E non capisco perché la nostra Federazione non lo abbia sottolineato. C’era un accordo verbale ed è stato infranto. È stato sconcertante. Questo caso, purtroppo, ha reso i personaggi pubblici più diffidenti nelle interviste. Ed è ciò che mi rattrista di più in questa vicenda». Su questa questione, la SRF ha confermato al Blick la sua precedente versione: «Non c’era alcun accordo off the record prima della conversazione con Fischer».

Appena il caso è esploso, il presidente della Federazione, Urs Kessler, ha difeso Fischer: «Nemmeno loro si aspettavano che la vicenda diventasse così grande. A quel punto, hanno tirato il freno d’emergenza. Si è parlato di pressione degli sponsor, ma abbiamo scoperto che non era vero. La situazione è stata gonfiata dai media. Oggi comunicherei diversamente. Avrei dovuto rendere pubblica la questione già uno o due anni fa. Inoltre, tra il 19 marzo (quando la Federazione è stata contattata dalla SRF, ndr.) e il 12 aprile, si è fatto troppo poco. Si potevano trovare soluzioni migliori».

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