Le verità di Patrick Fischer: «Ho mentito, non c'è altro modo di dirlo»

Quattro mesi di silenzio. Poi, una tavola apparecchiata in casa, la moglie che gli siede accanto, il cane che gira per la stanza. Patrick Fischer ha scelto Blick per riaprire il dossier che, lo scorso aprile, gli è costato il posto di commissario tecnico della nazionale svizzera di hockey su ghiaccio.
Fischer, ricordiamo, è stato licenziato a un mese dai Mondiali in casa dopo che la SRF aveva rivelato la sua trasferta ai Giochi olimpici di Pechino 2022 con un certificato di vaccinazione falso. Dieci anni di panchina, tre finali iridate consecutive, la Svizzera oggi numero uno del ranking: tutto chiuso in una riunione in Slovacchia, con la squadra già in ritiro. Al suo posto Jan Cadieux, che a maggio ha portato gli elvetici fino alla finale persa contro la Finlandia.
Prima verità: «Ho mentito»
Nessuna attenuante linguistica. «Ho mentito, non c'è altro modo di dirlo», dichiara Fischer, che parla di «una menzogna per omissione». E ammette l'errore tecnico, quello che gli brucia da professionista: il panico di quel lunedì d'aprile, quando la SRF annunciò la pubblicazione. «Avremmo dovuto comunicare meglio», dice oggi, definendo quanto accaduto la sua lezione più grande.
Seconda verità: «Non sarei dovuto andare in Cina»
La verità dell'ex tecnico che il Blick mette in evidenza è la seconda: «Non sarei dovuto andare in Cina. Ma, ai miei occhi, non ho tradito l'etica della mia squadra». La ricostruzione: Fischer non era contrario ai vaccini in linea di principio, non era convinto di quello contro il Covid e voleva aspettare, la sua posizione era nota. La Federazione si tutelò facendogli firmare un contratto che ne garantiva la presenza al torneo. «Sì, è stato un errore», ammette. Con un però: «Immagino benissimo che avrebbe fatto scandalo anche un commissario tecnico che abbandona la sua squadra».
Terza verità: il conto l'ha pagato la famiglia
Il passaggio più duro non riguarda l'hockey. I genitori non sapevano nulla. «Mio padre non riusciva più a dormire. È lui che ne ha sofferto di più». Incassare a livello personale non è mai stato un problema, dice; vedere soffrire figli, moglie e genitori sapendo di esserne la causa, sì. «Mi sentivo terribilmente in colpa».
La moglie Mädy, che arriva al tavolo a metà colloquio, parla di «vere montagne russe emotive», con una tristezza precisa: che lui non abbia potuto vivere il Mondiale in casa. Quindi, il rovescio della medaglia. Davanti alla porta sono arrivati fiori e regali. All'aeroporto di Zurigo, il giorno dopo il rientro dalla Slovacchia, le prime persone si sono avvicinate per ringraziarlo. È partita una petizione per la sua reintegrazione. Nella campagna dove abita, racconta, c'è chi si è fermato in auto, è sceso e lo ha abbracciato.
Quarta verità: la ferita è Milano, non il licenziamento
Il momento peggiore, per Fischer, tuttavia non è stato l'esonero, ma il quarto di finale perso contro la Finlandia ai Giochi di Milano-Cortina. «Raramente sono stato così arrabbiato. Quell'eliminazione mi ha colpito più di qualsiasi finale mondiale persa». Sul licenziamento, invece, la sintesi è più fredda: l'avventura in nazionale sarebbe comunque finita lì, «si è semplicemente conclusa un mese prima, e non nel modo glorioso che avevo immaginato».
Il resto sono note a margine che dicono parecchio. Con Cadieux, l'attuale allenatore, si sentono regolarmente. La finale di Zurigo l'ha vista dal vivo su richiesta dei giocatori, mentre dopo il secondo periodo ha pensato per un attimo di scendere negli spogliatoi. L'inchiesta interna della Federazione, nel frattempo, è conclusa: «Non ne conosco i risultati». Con i vertici non si è ancora seduto a un tavolo ma vorrebbe farlo, per chiarire di persona.
Quanto al futuro: offerte ne sono arrivate, dice, ma per ora niente panchina. Ha messo in piedi un progetto di seminari con Stefan Schwitter e Benoît Pont, entrambi nel suo staff in nazionale. Lo chiamano «Team Fischer». Sui giocatori, invece, si concede l'unica battuta della giornata: qualcuno, è convinto, sarà contento che se ne sia andato.
