Ma quindi, che portiere è stato Lars Weibel?

Da campione svizzero con il Lugano a direttore sportivo dell’Ambrì Piotta. Prima di Lars Weibel, era già capitato con Peter Jaks, Jean-Jacques Aeschlimann, Serge Pelletier e Ivano Zanatta. Weibel, pur vivendo la finale del 1999 in panchina, come riserva di Cristobal Huet, conquistò il titolo proprio sul ghiaccio dei leventinesi: «Ma i portieri non sono molto intelligenti, l’ho già dimenticato», ha scherzato a margine della sua conferenza stampa di presentazione, sabato, calandosi immediatamente nella realtà biancoblù e nel clima di Derbylandia. Di certo, i tifosi bianconeri degli anni Novanta non si sono dimenticati di quel giovane talento arrivato da Bienne nel 1993. Si dice che ancora oggi, nell’afferrare un oggetto al volo, alcuni fan dell’HCL esclamino «Weibel!», facendo la voce da telecronista e mimando un intervento con il guantone.
Lo chiamavano «saracinesca»
A Lugano, Weibel lasciò il segno. Il pubblico della Resega si rese presto conto di avere sotto gli occhi un portiere diverso, moderno. Un elemento di rottura rispetto allo stile «vintage» di Christophe Wahl, titolare dal campionato 1990-91, ma quasi subito spodestato dal «novellino» 19.enne. Una «saracinesca», come diceva il coro a lui dedicato. «Grazie alla sua umiltà, Weibel fu ben accolto nello spogliatoio», ricorda J.J. Aeschlimann, che due anni prima aveva compiuto lo stesso percorso: da Bienne a Lugano. «Lars abbinava l’empatia alla consapevolezza delle proprie qualità. Aveva tanta fiducia in sé stesso, ma metteva il gruppo davanti a tutto. E questo venne apprezzato, sia da Slettvoll, sia dai veterani». A livello tecnico, l’impatto fu importante: «Wahl – spiega J.J. – era ancora un classico stand-up goalie della vecchia scuola, uno di quelli che si buttavano da tutte le parti, molto istintivo e apparentemente un po’ frenetico, nervoso. Weibel, invece, era più composto e strutturato. Proprio in quegli anni, anche in Svizzera, era in atto la transizione verso il cosiddetto stile butterfly. Lars non era ancora così estremo, ma andava già in quella direzione. Per la squadra fu un bene: l’hockey stava cambiando e avere un portiere pronto alle novità ci dava maggiore sicurezza». In quella prima stagione (1993-94), Weibel giocò 25 partite di regular season (su 36) e 9 gare su 9 nei playoff, terminati in semifinale contro il grande Kloten di Reto Pavoni.
I fantasmi di Pavoni e Tosio
Weibel, che nel 1992-93 a Bienne condivise la porta con Olivier Anken, un mito della «vecchia scuola», venne notato persino dai Chicago Blackhawks, che lo draftarono nel 1994 e lo invitarono ai loro camp. A Lugano, fu titolare indiscusso fino al 1997-98, lasciando le briciole alle riserve Thomas Berger (1994-95), Nicola Fraschina (1995-96) e Davide Gislimberti (dal 1996 al 1998). Dopo la citata semifinale del 1994, i bianconeri uscirono tre volte ai quarti (nel 1995 e 1996 ancora contro il Kloten, nel 1998 contro il Davos) e una in semifinale (nel 1997, battuti dal Berna di Renato Tosio). «Lars non arrivò a Lugano nel periodo migliore, ma diede stabilità al gruppo», ricorda Aeschlimann. Nel 1994-95, non ancora 21.enne, Weibel vinse addirittura il trofeo Jacques Plante quale miglior portiere del campionato. «La squadra non era ancora abbastanza matura per andare fino in fondo e forse anche Weibel doveva compiere un passo in più per diventare un portiere da titolo», racconta J.J. «Ma con il lavoro di Koleff e alcune mosse di mercato, imparammo a vincere».
Spiccare il volo
Il trionfo arrivò nel 1999. Lars giocò più della metà delle partite di regular season e 6 gare di playoff tra quarti (contro il Davos) e semifinale (contro lo Zugo), ma nella finale ticinese fu Huet a disputare 5 partite su 5: «Una volta trovato il suo terzetto di stranieri più funzionale – con Andersson, Orlando e appunto Huet –, Koleff andò avanti così, lasciando fuori Fedulov, McDougall e ovviamente Weibel. Quest’ultimo diede comunque un contributo importante nelle serie precedenti. Inoltre, sapere di poter contare su due portieri forti, ci dava tanta sicurezza».
Nel 1999-2000 Huet divenne il numero 1, lasciando solo 14 partite a Weibel. L’estate seguente, Lars si trasferì a Davos, dove alzò il livello diventando un grande portiere da playoff. Con i grigionesi vinse altri due «Jacques Plante» e un titolo da titolare, nel 2002, entrando stabilmente in Nazionale.
