USA: non è un «Miracle on ice», ma è già storia

Esattamente quarantasei anni dopo Lake Placid, gli Stati Uniti sono di nuovo campioni olimpici di hockey. Se quello del 22 febbraio 1980 era stato definito un «Miracle on ice», compiuto da una squadra di giovani universitari ai danni della grande Unione Sovietica, il trionfo di oggi a Santa Giulia è certamente meno sorprendente, ma comunque storico. Come giovedì nella finale femminile, e con lo stesso identico risultato, a uscire con le ossa rotte è il Canada, battuto 2-1 all’overtime. Decisiva la rete di Jack Hughes al 61’41’’. Come spesso accade, il tempo supplementare giocato a 3 contro 3 si è risolto in fretta. Sicuramente non l’epilogo ideale per la «partita del secolo», che avrebbe meritato una formula più vicina ai canoni dei playoff NHL. Ma tant’è, questi sono discorsi buoni soltanto al bar degli sconfitti.
Come nei quarti contro la Cechia e in semifinale contro la Finlandia, la selezione della foglia d’acero ha dovuto inseguire il risultato, colpita al 6’ da Matt Boldy. Nel periodo centrale, dopo un contropiede sprecato da Connor McDavid e un lungo 5 contro 3 buttato via, il Canada è infine riuscito a pareggiare con Cale Makar. Nella terza frazione, gli USA sono stati più volte sul punto di cedere, ma prima un capolavoro di Hellebuyck su Toews e poi un gol clamorosamente sbagliato da MacKinnon a porta vuota, hanno tenuto in piedi la squadra di Mike Sullivan. Nessuna delle due squadre ha saputo sfruttare i rispettivi power-play negli ultimi minuti dei tempi regolamentari, e così, a decidere la sfida, è stata la già citata rete di Jack Hughes, compagno di squadra degli svizzeri Timo Meier, Nico Hischier e Jonas Siegenthaler nei New Jersey Devils. Per lui è una medaglia d’oro in famiglia, da condividere con il fratello Quinn, spettacolare difensore dei Minnesota Wild. Ma negli USA c’è anche un’altra coppia di emblematici fratelli, Matthew e Brady Tkachuk, i «bad boys» del gruppo, quelli capaci di infiammare una partita con il loro gioco fisico e la loro lingua lunga.
Il Canada ha subìto maggiormente la pressione. Forse perché, più dell’avversario, ha visto nella partita un significato che andava oltre la semplice rivalità sportiva. Le tensioni tra i due Paesi, fomentate da Donald Trump (che ha infine rinunciato al viaggio a Milano), non si sono però tradotte in tensioni sugli spalti. Tifosi canadesi e americani hanno seguito la partita fianco a fianco, in una sfida a chi urla più forte. E così, le grida «USA! USA!» e «Canada! Canada!» si sono costantemente sovrapposte, dando vita a un indefinibile e pacifico «UCanSdA! UCanSdA». Il vero miracolo di Santa Giulia.
