Hockey

Vicky tra passato, presente e futuro: «Noi e l'FCL? A Lugano c'è spazio per due grandi squadre»

Intervista alla presidente dell'HCL Mantegazza: «Ai tifosi bianconeri possono promettere una cosa: se un giorno dovessi fare un passo indietro, non lascerei il club in pericolo»
© CdT/Gabriele Putzu
Fernando Lavezzo
10.02.2026 06:00

Un anno fa, con il Lugano in caduta libera, Vicky Mantegazza doveva far fronte alle critiche. Oggi si gode la pausa olimpica al terzo posto, con rinnovato entusiasmo. La presidente bianconera ci racconta le sue sensazioni ed emozioni.

Presidente, ci perdonerà se iniziamo parlando dei vostri eterni rivali biancoblù: che rapporto ha con Davide Mottis, nuovo numero uno dell’Ambrì Piotta?
«Lo definirei un buon rapporto tra ‘‘cugini’’. Ci conosciamo, perché abbiamo avuto alcuni incontri ai tempi dei Ticino Rockets, di cui Davide era presidente. Gli auguro di togliersi delle soddisfazioni e di vivere una buona esperienza a livello personale. So che il ruolo di presidente non è facile, perciò l’auspicio è che possa svolgerlo con più tranquillità e più serenità possibili».

Ma che effetto le fa pensare a un HCAP senza Filippo Lombardi?
«È certamente un po’ strano, devo ammetterlo. Da quando io sono alla presidenza del Lugano, infatti, Filippo c’è sempre stato. Ma ogni tanto è giusto cambiare: è il ciclo della vita che va avanti. Un giorno toccherà anche a me lasciare».

Un giorno lontano o vicino?
«Io ho una malattia chiamata HCL e una vita senza l’hockey non me la immagino proprio. Ai tifosi possono promettere una cosa: se un giorno dovessi fare un passo indietro, non lascerei il Lugano in pericolo».

Con il terzo posto e il rinnovato entusiasmo della Cornèr Arena, oggi è un po’ più facile trovare l’energia per andare avanti?
«Quando ci sono i risultati è tutto più facile. Anche se spesso, quando le cose vanno male, la colpa è del presidente, mentre quando si vince, il merito è soprattutto dei giocatori. Fa parte del gioco e del ruolo. La stagione scorsa è stata molto pesante per tanti fattori e sono contenta che siamo riusciti a raddrizzare la rotta».

Si è parlato molto di separazione dei ruoli per quanto riguarda la gestione sportiva. In questo senso, lei si è autoimposta delle regole di comportamento?
«In realtà io sto facendo le stesse identiche cose che facevo prima. Alcune persone si sono fatte un loro film, ma anche prima di Steinmann era il direttore sportivo a decidere e a comunicare con lo staff tecnico. E anche prima di Mitell erano gli allenatori a decidere chi gioca e chi no. Io mi occupo di controllare che tutto funzioni e di essere informata su tutto quello che ruota attorno all’HC Lugano».

Che cosa l’ha colpita di più di Janick Steinmann in questi mesi?
«La mia prima impressione è stata confermata, giorno dopo giorno: è una persona che va dritta all’obiettivo e che sa assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Lo ha dimostrato prendendo decisioni forti, a volte impopolari. Ha le sue idee e le porta fino in fondo, senza mai cambiare linea. E questo trasmette tranquillità a tutto l’ambiente».

Ma cosa ha pensato dopo dieci giornate, con quel bilancio di due vittorie e otto sconfitte? Si è mai detta: «Ecco, ci risiamo»?
«No, non ho avvertito paura. Sin dall’inizio ho avuto totale fiducia in questo staff e sapevo che sarebbe stata solo una questione di tempo. Ovviamente, speravo che il periodo di adattamento durasse il meno possibile. Ci è voluta pazienza, ma ne è valsa la pena. La svolta è stata la partita casalinga persa 0-3 con il Davos, a metà ottobre. Nonostante la sconfitta, avevamo dominato la miglior squadra del campionato. A fine incontro mi sono detta: ‘‘Ci siamo’’».

Dopo alcuni coach scelti forse emotivamente o per infatuazione, come Kapanen, McSorley e Gianinazzi, possiamo dire che con Tomas Mitell il Lugano è tornato a scegliere un allenatore affidandosi solo alla razionalità?
«Non lo so, ripeto: io non scelgo gli allenatori. Insieme al mio Consiglio d’amministrazione, mi sono impegnata a fondo per scegliere il miglior direttore sportivo possibile. Questo è stato il primo tassello del nuovo puzzle. Ma neppure lo staff precedente era stato imposto dall’alto. Il Giana ha probabilmente pagato la poca esperienza nel lavorare con dei professionisti. Questo staff, invece, ne ha da vendere. Ed è riuscito a far passare messaggi importanti alla squadra. Compreso quello di credere, sempre e comunque, nel sistema di gioco».

Se la ricorda la prima volta in cui Steinmann le ha parlato di Mitell?
«Non gli ci è voluto molto per convincermi, quello di Tomas era infatti un profilo che conoscevo già molto bene per il grande lavoro svolto alla guida del Färjestad. Inoltre, ho sempre apprezzato quanto ha fatto Stefan Hedlund con il Rapperswil. L’idea di questa combo mi è subito piaciuta».

Un’ultima domanda sulla squadra: l’impressione è che il Lugano del futuro possa crescere soprattutto migliorando il pacchetto straniero, anche pensando ai molti «import» in scadenza di contratto. Il club è pronto a fare degli sforzi in questo senso?
«Assolutamente. Toccherà ovviamente a Steinmann decidere su eventuali rinnovi e nuovi stranieri, ma probabilmente è lì che in futuro avremo più margine di manovra».

Recentemente ci sono stati dei cambiamenti all’interno del CdA, con la nomina di Fabio Regazzi alla vicepresidenza al posto del dimissionario Gabriele Zanzi e di Andy Näser, che invece resta nel Consiglio. Quali dinamiche hanno portato a questa mossa?
«Dopo le dimissioni di Zanzi, volevamo avere alla vicepresidenza un profilo forte nei rapporti con il mondo politico e finanziario. E quindi, di comune accordo, abbiamo deciso di puntare su Fabio».

Regazzi si è battuto a Berna, a livello politico, per introdurre le basi legali che favorissero l’introduzione del fair play finanziario in National League, un tema molto caro all’HCL. La battaglia non è andata a buon fine. Perché per voi era così importante?
«Nel post-COVID, ci siamo resi conto che l’hockey svizzero stava andando in una direzione pericolosa. Ci sono club che pagano cifre assurde per dei giocatori di terza o quarta linea. L’idea era quella di mettere un freno, garantendo anche maggiore equilibrio rispetto a quello attuale. Purtroppo il discorso si è arenato, ma chi lo sa, magari un domani tornerà d’attualità».

Nel vostro CdA siede Stephan Lichtsteiner, nuovo allenatore dell’FC Basilea. Che effetto le fa vederlo in questo ruolo?
«Mi dispiace che la sua avventura non sia iniziata nel migliore dei modi, soffro per lui, perché è una persona davvero squisita. Detto questo, mi fa enormemente piacere vederlo in panchina ad alti livelli, perché era il suo grande sogno. Basilea è una piazza importante e abbastanza complicata. Gli auguro di poter raddrizzare la situazione».

Resterà nel CdA bianconero?
«Pur abitando in Svizzera interna, è sempre stato uno dei più presenti. Per il momento, non ha manifestato il desiderio di uscire, ma capirei qualora dovesse farlo in futuro».

A proposito di calcio: presto verrà inaugurato il nuovo stadio dell’FC Lugano. Il ritorno del pubblico e dell’entusiasmo alla Cornèr Arena, la rassicura pensando alla futura «concorrenza» dei vostri vicini di casa?
«Mi rassicura, sì, e mi dà gioia. Giocare in una pista così frequentata fa piacere a me e alla squadra. Per quanto riguarda l’FC Lugano, capisco che possa essere un tema, ma se l’HCL continuerà a offrire un buon prodotto, fatto di successi ed emozioni, non vedo problemi. Ritengo infatti che nella città di Lugano ci sia posto per due grandi squadre».

Entriamo in clima olimpico: a Milano, oltre al vostro capitano Calvin Thürkauf, ci sono sei giocatori cresciuti nel vivaio bianconero: Morini, Zanetti, Fadani e Kostner con l’Italia, Kevin Bozon con la Francia ed Elvis Merzlikins con la Lettonia. Che effetto le fa?
«Sono contentissima per loro, so quanti sacrifici hanno fatto sin da ragazzini. Penso ad esempio a Elvis, che ha lasciato la famiglia da piccolo per venire in Ticino. Per l’HC Lugano è un motivo d’orgoglio. Lo stesso orgoglio che provo scorrendo la rosa della prima squadra e vedendo che sette-otto titolari sono passati dal nostro settore giovanile».

Nei giorni scorsi, sulla strada per Milano, Merzlikins ha fatto tappa a Lugano. In dicembre, Elvis ci aveva confessato di pensare a un ritorno a casa, alla Cornèr Arena.
«Lo speriamo. Con lui siamo sempre in contatto. Da un lato gli auguro di continuare a giocare da protagonista in NHL, nel campionato più bello del mondo; dall’altro confido che non ci metta troppo a tornare. Vorrei riaverlo al mio fianco per cercare, magari, di conquistare qualcosa».

Lei ci andrà, a vedere i Giochi?
«Sì, giovedì andrò a Milano per vedere Svizzera-Francia, tifando per i rossocrociati ma anche per Kevin Bozon, che da ragazzo ha vissuto tre anni a casa mia. In seguito assisterò a Svizzera-Canada, gara imperdibile. Poi, fino al 24 febbraio, quando ricomincerà il campionato, farò un po’ di detox dall’hockey (ride, ndr.)».

In questo articolo: