La Vuleta in cui nacque la stellina Pogacar

La notizia era nell’aria. Lunedì è arrivato l’annuncio ufficiale: Tadej Pogacar sarà al via della Vuelta 2026. Se ne parlava da tanto e le voci si erano fatte più insistenti dopo lo spoiler lanciato in pieno Tour de France da Alberto II di Monaco, padrone di casa del Grand Départ della corsa iberica di quest’anno. «Se lo dice il Principe, ci sono buone probabilità» aveva risposto Pogi, a cui serviva solo un po’ di tempo per tirare il fiato dopo gli sforzi del Tour e avere conferme sul suo stato di forma. Gli è bastata una settimana trascorsa fra la sua gente, a Komenda, dove ha celebrato la quinta Grande Boucle nell’ormai tradizionale tre giorni della «Pogi Challenge». Poi, come detto, l’ufficialità: Tadej torna in Spagna per dare la caccia all’ultimo grande Giro che ancora gli manca. Lo fa a sette anni di distanza dalla prima e unica partecipazione: quella in cui si rivelò in maniera limpida agli occhi del mondo del ciclismo, e non solo. E che riviviamo qui di seguito.
Da debuttante a capitano
Il 2019 è il suo primo anno da professionista, ma al via da Torrevieja, Pogacar è tutt’altro che uno sconosciuto. Tralasciando le vittorie ottenute tra Juniores e Under 23, quell’anno ha già trionfato alla Volta ao Algarve e al Tour of California, con tanto di doppio successo di tappa. La decisione dell’UAE di portarlo alla Vuelta per il primo assaggio in un grande Giro è dunque una giusta ricompensa, e il ruolo di co-capitano, condiviso con il più esperto Fabio Aru, è un meritato attestato di stima. A 21 anni non ancora compiuti (li avrebbe festeggiati sei giorni dopo l’arrivo a Madrid), è però il corridore più giovane del gruppo. Pensare di duellare con gente del calibro di Roglic, López e il duo Movistar Valverde-Quintana, è più una bella speranza che un vero obiettivo. «Sono qui per imparare il più possibile», spiega alla vigilia. «E per capire come muovermi e come gestire una corsa di tre settimane».
Le prime salite confermano che l’apprendistato non sarà una passeggiata. Lo sloveno riesce a rimanere vicino ai migliori, ma a Javalambre, e soprattutto sul Mas de la Costa, perde terreno. Dopo sette tappe è sesto in classifica generale, distante oltre due minuti e mezzo dalla maglia rossa di López. Il podio è poco più vicino. Le gerarchie interne all’UAE, per contro, raccontano un’altra storia. Aru accusa un minuto di ritardo da Pogi, che pare ormai essere il leader unico della squadra. Lo diventerà a tutti gli effetti poco più avanti, quando il sardo crollerà e si ritirerà dopo la dodicesima tappa.
I primi due squilli
È però nella nona frazione che arriva la prima svolta. La Vuelta sconfina in Andorra per una tappa di soli 94 chilometri, ma con oltre 3.000 metri di dislivello, e resa oltretutto ancor più infernale da un violento temporale abbattutosi nel finale di gara. Il segnale televisivo salta per diversi minuti e quando le immagini ritornano, Pogacar si trova in compagnia di Quintana all’inseguimento di Marc Soler, compagno di squadra del colombiano e leader della corsa. La Movistar ordina allo spagnolo di rialzarsi e aspettare il capitano, quando a tre chilometri dall’arrivo Pogacar sferra l’attacco, lasciando sul posto entrambi. Sul traguardo di Cortals d’Encamp arriva da solo, con 23 secondi su Quintana e 48 su Roglic e Valverde: è il suo primo squillo in un grande Giro. Per la replica bisogna attendere solo cinque giorni. Su Los Machucos è il solo a seguire l’attacco di Roglic (nel frattempo divenuto maglia rossa) su rampe oltre il 20% di pendenza. I due arrivano insieme al traguardo e Pogacar regola il connazionale in volata. La seconda gemma gli vale il terzo posto momentaneo in generale e la maglia bianca di miglior giovane.
L’assolo vale il podio
La terza settimana è quella più dura. Specie per chi, come lui, non si è mai testato su certe distanze. Pogacar regge, ma tra la sedicesima e la diciassettesima tappa perde terreno e subisce gli attacchi di Quintana e López, scivolando in quinta piazza in classifica e perdendo la maglia bianca. Alla vigilia della ventesima tappa, l’ultima con arrivo in salita, il sogno di un podio è distante 1’18”. Ed è proprio qui, sulla Plataforma de Gredos, che il talento sloveno sfodera per la prima volta quello che, negli anni a venire, diventerà un suo marchio di fabbrica: l’attacco da lontano. Pogi scatta sulla penultima ascesa, a 38 chilometri dal traguardo, e s’invola in solitaria sotto la pioggia verso la sua terza vittoria. Alle sue spalle, Quintana e López non reagiscono e incassano un ritardo di due minuti. Il ribaltone è servito: lo sloveno si riprende definitivamente la maglia bianca e l’indomani, a Madrid, sale sul gradino più basso del podio al fianco di Roglic e Valverde.