Ciclismo

L’autunno senza Pogacar ci consegna il suo nuovo rivale

Lo sloveno ha vissuto un’altra annata eccezionale e solo l’infortunio rimediato alla Vuelta lo ha potuto fermare - Il nome del 2026 è però quello di Paul Seixas - Patrick Calcagni: «Abbiamo scoperto qualcuno che può stare molto vicino a Pogi»
©REUTERS/ELIAS ROM
13.10.2026 06:00

Eravamo abituati a vedere chiudersi la stagione ciclistica nel segno del suo grande padrone, Tadej Pogacar, vincitore delle ultime cinque edizioni del Giro di Lombardia. Stavolta, invece, lo sloveno è rimasto a guardare. E la Classica delle Foglie Morte, senza il suo re, ha incoronato un altro fenomeno: Paul Seixas. Colui che, in fin dei conti, è forse stato il grande protagonista di questa stagione. Non fraintendeteci. Il 2026 ha ribadito una volta di più lo strapotere di Pogi, autore dell’ennesima annata sbalorditiva. Bastano i numeri (22 vittorie in 45 giorni di gara) e il peso dei suoi successi: la prima Milano-Sanremo in carriera, il terzo Fiandre, la quarta Liegi, il quinto Tour de France. Senza dimenticare le vittorie al Romandia e al Tour de Suisse e nemmeno il fatto che, al momento della caduta alla Vuelta, lo sloveno guidasse saldamente la classifica e vedesse la Tripla Corona dei Grandi Giri ad un passo. Insomma, numeri straordinari che, quando si parla di Pogacar, sembrano però quasi scontati.

Paul già oltre le aspettative

È così che, paradossalmente, questo 2026 potrebbe essere ricordato soprattutto per altro. E cioè per l’anno in cui il mondo si è accorto definitivamente della nascita della stellina francese. Ne è convinto anche Patrick Calcagni, ex professionista e voce del ciclismo alla RSI, a cui abbiamo chiesto un bilancio della stagione: «Abbiamo scoperto che nei prossimi anni Pogacar avrà qualcuno molto vicino al suo livello», osserva il ticinese. «Già quest’anno Seixas è andato ben oltre le aspettative. Una cosa è pensare che un ragazzo così giovane possa lottare per entrare nei primi cinque, un’altra è vederlo dominare alcune gare come ha fatto lui, a cominciare dal Lombardia». Ancora prima del successo di Como, il francese aveva conquistato il Giro dei Paesi Baschi e la Freccia Vallone. Ma soprattutto si era misurato direttamente con Pogacar, prima alle Strade Bianche, concluse al secondo posto, e poi alla Liegi, dove era riuscito a resistere al suo attacco sulla Redoute, prima di cedere sulla Roche-aux-Faucons e accontentarsi anche lì della seconda piazza. «Era la prima volta che affrontava una corsa di oltre 250 chilometri e ha perso le ruote soltanto negli ultimi dieci. Ricordiamoci che ha appena vent’anni ed è già pronto a sfidarlo nelle classiche. Per il Tour de France, magari, servirà ancora un po’ di tempo». Intanto in estate, al debutto nella Grande Boucle, Seixas ha chiuso quarto, alle spalle di Pogacar, Evenepoel e Del Toro. «Ma rispetto a questi due il francese ha dimostrato di avere qualcosa in più» rileva Calcagni. «Quando lo guardo mi sembra di vedere la fotocopia di Pogacar. In bicicletta sembrano due pesci in un acquario, tanta è la naturalezza con cui pedalano. Entrambi avevano già vinto tantissimo nelle categorie giovanili, ma passando professionisti hanno compiuto un ulteriore, enorme salto di qualità. E sono pochi quelli che ci riescono».

La naturalezza fa la differenza

Del Toro, dal canto suo, ha comunque vissuto una stagione di grande spessore, conquistando l’UAE Tour, la Tirreno-Adriatico e il Tour Auvergne-Rhône-Alpes, prima del terzo posto alla Grande Boucle. Calcagni ribadisce che non è però al livello di Seixas. «È un corridore di grande classe, ma più umano. Per raggiungere certi risultati deve lavorare molto, mentre al francese, come a Pogi, sembra venire tutto naturale». Lo stesso ragionamento, con le dovute differenze, vale per Remco Evenepoel. Secondo al Tour, con due successi di tappa, il belga ha vinto anche l’Amstel Gold Race, la Classica di San Sebastián e il quarto Mondiale consecutivo a cronometro, ma ha invece mancato la doppietta iridata nella prova in linea. «Remco ha investito tantissimo sul Tour, anche mentalmente», spiega Calcagni. «È dimagrito, ha sacrificato delle gare, curato ogni dettaglio, dalla posizione in sella all’aerodinamica. È molto esigente con sé stesso: deve allenare le cose difficili per farle diventare facili. Ma tutto questo costa energie. È la differenza rispetto a fuoriclasse come Pogacar e Seixas».

Cambiano le gerarchie

E Vingegaard? Il danese ha vissuto un 2026 dai due volti. Da una parte la vittoria al Giro d’Italia, che gli ha permesso di completare la collezione dei tre Grandi Giri. Dall’altra la caduta al Tour, che lo ha costretto al ritiro e a chiudere anticipatamente la stagione. Come valutare l’annata di colui che, almeno fino a qualche mese fa, pareva l’unico in grado di impensierire Pogacar? «Jonas rimane fortissimo nelle corse di tre settimane», precisa Calcagni. «Quando si pone un obiettivo sa prepararlo bene e spesso lo raggiunge. Ha dominato il Giro e senza la caduta al Tour avrebbe finito secondo. Ho però l’impressione che sia ormai vicino al massimo del suo potenziale. Per come sta crescendo Seixas, dal prossimo anno i due grandi riferimenti nelle corse a tappe saranno lui e Tadej, con Vingegaard nella posizione di terzo incomodo».

Torna l’incertezza?

Il finale di stagione senza Pogacar ha intanto restituito alle corse un’incertezza alla quale ci eravamo quasi disabituati. Ad immagine del Mondiale, vinto a soprpresa da Brandon McNulty. Ma è davvero più divertente il ciclismo senza lo sloveno? «Dipende dai punti di vista», risponde Calcagni. «Per chi ama la tattica, sicuramente sì. Con Tadej ormai ci si chiede soltanto a quanti chilometri dal traguardo attaccherà. E quando parte, la corsa è praticamente finita. Senza di lui, invece, le squadre tornano a correre per vincere e le gare rimangono aperte più a lungo». L’ex corridore non nasconde le proprie preferenze, pur riconoscendo l’altra faccia della medaglia. «Personalmente mi godo di più le corse senza un dominatore. Ma Pogacar, come tutti i grandi fenomeni, attira anche chi non segue abitualmente il ciclismo. Per molti la sua assenza si fa dunque sentire. Io, invece, da appassionato, preferisco l’incertezza: quando c’è Tadej ci si chiede chi arriverà secondo. Senza di lui, si torna a domandarsi chi vincerà». E chissà che dal prossimo anno non si possa tornare a porsi la stessa domanda anche con Pogacar al via.