Tennis

L’erede norvegese di Ruud che si allena anche con Sinner

Nicolai Budkov Kjaer, testa di serie numero uno del Challenger Città di Lugano, è un giocatore in rampa di lancio – Il norvegese è uno dei talenti più promettenti del circuito e, dopo la brillante scorsa stagione, va in cerca della consacrazione anche nell’ATP Tour
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Alex Isenburg
27.02.2026 06:00

Percorso netto. Al Padiglione Conza, il favorito del «seeding» non ha tradito le aspettative nei primi due turni, sconfiggendo in due set Henry Bernet e Petr Nesterov. L’astro nascente del tennis elvetico - inserito direttamente nel tabellone principale grazie a una wild card - e il «lucky loser» bulgaro non hanno avuto scampo di fronte al favorito del torneo, Nicolai Budkov Kjaer. Il norvegese, questo pomeriggio - non prima delle 17.30 - sfiderà il croato Matej Dodig. «Mi aspetto una sfida difficile - ci ha spiegato il numero 154 del ranking ATP - perché si tratta di un avversario giovane e talentuoso. Io, però, sono convinto dei miei mezzi: mi sento bene e per ora è andato tutto per il verso giusto. Disputare i primi turni di un torneo è sempre complicato - ha precisato Budkov Kjaer - perché possono nascere varie insidie. Sono contento di essere avanzato ai quarti di finale e di aver espresso, per il momento, pure un buon livello di gioco».

La scalata del ranking

Nella scorsa stagione, il classe 2006 si è reso protagonista di una crescita a dir poco folgorante. A gennaio, infatti, figurava al 518. rango della graduatoria, mentre al termine dell’anno si trovava addirittura nella posizione numero 136. Una crescita impressionante e frutto, soprattutto, dei quattro titoli - tra Glasgow, Tampere, Astana e Mouilleron-le-Captif - incamerati a livello Challenger. Risultati che - uniti alla semifinale raggiunta alle Next Gen ATP Finals di Jeddah - hanno decisamente acceso i riflettori su di lui. «A dire il vero - ci ha risposto il diretto interessato - ho percepito solo una lieve differenza, in termini di attenzione mediatica. D’altronde, a oggi, non posso certo considerare il mio come un nome importante all’interno del circuito. Inoltre, non provengo da un Paese grande o storicamente importante per questo sport - a differenza di chi è statunitense, brasiliano o spagnolo - e ciò comporta generalmente una minor visibilità».

Da qui al futuro prossimo, per lui, l’obiettivo in termini di ranking è piuttosto chiaro. «Logicamente, spero di riuscire a guadagnare qualche posizione per entrare a far parte della top 100 mondiale. L’accesso ai primi 80 posti della classifica ATP - ha precisato - sarebbe davvero eccezionale, poiché mi garantirebbe un’entrata direttamente nel «main draw» dei Masters 1000». Budkov Kjaer, a giusta ragione - considerando le qualità che ha già espresso ad appena 19 anni - punta in alto. E a proposito dei grandi appuntamenti, nello scorso mese di gennaio è riuscito a centrare la qualificazione all’Australian Open. Lui, che a livello junior, si è laureato campione Slam nientepopodimeno che a Wimbledon, nel 2024.

«Il dritto è un martello»

Specialista delle superfici veloci - tanto che definisce le condizioni indoor, come quelle presenti a Lugano, il suo «habitat naturale» - Budkov Kjaer ha già fatto parlare di sé. Il norvegese incarna il prototipo di giocatore moderno: anche grazie alla sua altezza (misura 191 cm) è dotato di un ottimo servizio, ma è altresì assai mobile e capace di dominare lo scambio da fondo, da entrambi i lati del campo. Il dritto, in particolare, lo colpisce in maniera estremamente pesante, tanto che Darren Cahill - allenatore di Jannik Sinner, insomma non uno qualunque - lo ha definito «un martello». Non a caso, il nativo di Oslo - già coinvolto, come sparring partner, alle ATP Finals del 2024 - si è allento in svariate circostanze con l’altoatesino, numero due del mondo. Occasioni, queste, importanti per crescere. «Mi sono reso conto che anche i migliori del circuito, durante una partita, convivono con dei momenti negativi. La differenza, però, è che loro hanno la capacità di ritrovare, il più in fretta possibile, il proprio livello di gioco. Ridurre, o quantomeno limitare, questi passaggi a vuoto - dove si tende a perdere la concentrazione e a scollegare un po’ la testa - credo che sia un aspetto fondamentale su cui lavorare. Inoltre - ha aggiunto il norvegese - spesso i più forti riescono a fare la differenza nei colpi di inizio gioco, ossia al servizio e in risposta».

Il classe 2006, comunque, ha già raggiunto uno status di tutto rispetto. Basti pensare, che dei suoi pari età, soltanto in due - Joao Fonseca (ATP 38) e Rafael Jodar (114) - lo precedono in classifica. Budkov Kjaer, peraltro, pare avere le idee ben chiare e ha già individuato l’aspetto tecnico sul quale intende lavorare maggiormente. «Io tendo a concentrarmi molto sul servizio: è il colpo al quale dedico il maggior tempo in allenamento» - ha rivelato. «L’intento è quello di trasformare la battuta in un’arma poderosa. La mia filosofia, infatti, non è orientata ad avere ogni colpo a un a un livello medio-alto, bensì disporne uno che sia al di sopra della media e che possa risultare decisivo, soprattutto nei momenti importanti. I grandi tornei, in sostanza, non si vincono grazie a una base di colpi mediocri. Ne basta uno, a patto che questo sia incredibilmente buono».

Due esempi da seguire

La carriera del 19.enne sembra già ben indirizzata ma il suo modo di fare, già maturo - considerando l’età - non deve sorprendere. Il ragazzo è stato instradato da due figure per lui molto importanti: Casper Ruud e suo papà. Il suo connazionale - triplice finalista Slam e a oggi numero 12 del mondo - è un vero punto di riferimento. «È una sorta di fratello maggiore. Abbiamo una differenza d’età abbastanza considerevole - Casper, essendo del 1998, ha otto anni in più di Nicolai, ndr. - e questo forse ci impedisce di stringere un legame davvero forte di amicizia. Ognuno, poi, fa affidamento ad alcune persone all’interno del proprio clan e, come è normale che sia, si tende a tenere questa cerchia abbastanza ristretta. Tuttavia - ha aggiunto Budkov Kjaer - ogniqualvolta abbiamo modo di incontrarci, o confrontarci, è sempre estremamente cortese nei miei riguardi. Perlomeno dal mio punto di vista (ride, ndr.), fa sempre piacere passare del tempo assieme. È davvero bello poter contare su una figura del genere: un compatriota, peraltro ai vertici della nostra disciplina, da cui prendere ispirazione».

Il padre Alexander - per svariati anni a capo della Federazione norvegese di tennis - è invece il suo allenatore e «la persona più importante della mia vita. Non posso che ringraziarlo - ha affermato Nicolai - è colui che mi ha reso ciò che sono ora. Mi ha illustrato il cammino e lo spirito di sacrificio necessario per arrivare a certi livelli. Gli sarò sempre grato per ciò che mi ha insegnato. Il percorso - ha chiosato - è evidentemente ancora lungo, ma poterlo affrontare al suo fianco è veramente fantastico».