L’erede norvegese di Ruud che si allena anche con Sinner

Percorso netto. Al Padiglione Conza, il favorito del «seeding» non ha tradito le aspettative nei primi due turni, sconfiggendo in due set Henry Bernet e Petr Nesterov. L’astro nascente del tennis elvetico - inserito direttamente nel tabellone principale grazie a una wild card - e il «lucky loser» bulgaro non hanno avuto scampo di fronte al favorito del torneo, Nicolai Budkov Kjaer. Il norvegese, questo pomeriggio - non prima delle 17.30 - sfiderà il croato Matej Dodig. «Mi aspetto una sfida difficile - ci ha spiegato il numero 154 del ranking ATP - perché si tratta di un avversario giovane e talentuoso. Io, però, sono convinto dei miei mezzi: mi sento bene e per ora è andato tutto per il verso giusto. Disputare i primi turni di un torneo è sempre complicato - ha precisato Budkov Kjaer - perché possono nascere varie insidie. Sono contento di essere avanzato ai quarti di finale e di aver espresso, per il momento, pure un buon livello di gioco».
La scalata del ranking
Nella scorsa stagione, il classe 2006 si è reso protagonista di una crescita a dir poco folgorante. A gennaio, infatti, figurava al 518. rango della graduatoria, mentre al termine dell’anno si trovava addirittura nella posizione numero 136. Una crescita impressionante e frutto, soprattutto, dei quattro titoli - tra Glasgow, Tampere, Astana e Mouilleron-le-Captif - incamerati a livello Challenger. Risultati che - uniti alla semifinale raggiunta alle Next Gen ATP Finals di Jeddah - hanno decisamente acceso i riflettori su di lui. «A dire il vero - ci ha risposto il diretto interessato - ho percepito solo una lieve differenza, in termini di attenzione mediatica. D’altronde, a oggi, non posso certo considerare il mio come un nome importante all’interno del circuito. Inoltre, non provengo da un Paese grande o storicamente importante per questo sport - a differenza di chi è statunitense, brasiliano o spagnolo - e ciò comporta generalmente una minor visibilità».
Da qui al futuro prossimo, per lui, l’obiettivo in termini di ranking è piuttosto chiaro. «Logicamente, spero di riuscire a guadagnare qualche posizione per entrare a far parte della top 100 mondiale. L’accesso ai primi 80 posti della classifica ATP - ha precisato - sarebbe davvero eccezionale, poiché mi garantirebbe un’entrata direttamente nel «main draw» dei Masters 1000». Budkov Kjaer, a giusta ragione - considerando le qualità che ha già espresso ad appena 19 anni - punta in alto. E a proposito dei grandi appuntamenti, nello scorso mese di gennaio è riuscito a centrare la qualificazione all’Australian Open. Lui, che a livello junior, si è laureato campione Slam nientepopodimeno che a Wimbledon, nel 2024.
«Il dritto è un martello»
Specialista delle superfici veloci - tanto che definisce le condizioni indoor, come quelle presenti a Lugano, il suo «habitat naturale» - Budkov Kjaer ha già fatto parlare di sé. Il norvegese incarna il prototipo di giocatore moderno: anche grazie alla sua altezza (misura 191 cm) è dotato di un ottimo servizio, ma è altresì assai mobile e capace di dominare lo scambio da fondo, da entrambi i lati del campo. Il dritto, in particolare, lo colpisce in maniera estremamente pesante, tanto che Darren Cahill - allenatore di Jannik Sinner, insomma non uno qualunque - lo ha definito «un martello». Non a caso, il nativo di Oslo - già coinvolto, come sparring partner, alle ATP Finals del 2024 - si è allento in svariate circostanze con l’altoatesino, numero due del mondo. Occasioni, queste, importanti per crescere. «Mi sono reso conto che anche i migliori del circuito, durante una partita, convivono con dei momenti negativi. La differenza, però, è che loro hanno la capacità di ritrovare, il più in fretta possibile, il proprio livello di gioco. Ridurre, o quantomeno limitare, questi passaggi a vuoto - dove si tende a perdere la concentrazione e a scollegare un po’ la testa - credo che sia un aspetto fondamentale su cui lavorare. Inoltre - ha aggiunto il norvegese - spesso i più forti riescono a fare la differenza nei colpi di inizio gioco, ossia al servizio e in risposta».
Il classe 2006, comunque, ha già raggiunto uno status di tutto rispetto. Basti pensare, che dei suoi pari età, soltanto in due - Joao Fonseca (ATP 38) e Rafael Jodar (114) - lo precedono in classifica. Budkov Kjaer, peraltro, pare avere le idee ben chiare e ha già individuato l’aspetto tecnico sul quale intende lavorare maggiormente. «Io tendo a concentrarmi molto sul servizio: è il colpo al quale dedico il maggior tempo in allenamento» - ha rivelato. «L’intento è quello di trasformare la battuta in un’arma poderosa. La mia filosofia, infatti, non è orientata ad avere ogni colpo a un a un livello medio-alto, bensì disporne uno che sia al di sopra della media e che possa risultare decisivo, soprattutto nei momenti importanti. I grandi tornei, in sostanza, non si vincono grazie a una base di colpi mediocri. Ne basta uno, a patto che questo sia incredibilmente buono».
Due esempi da seguire
La carriera del 19.enne sembra già ben indirizzata ma il suo modo di fare, già maturo - considerando l’età - non deve sorprendere. Il ragazzo è stato instradato da due figure per lui molto importanti: Casper Ruud e suo papà. Il suo connazionale - triplice finalista Slam e a oggi numero 12 del mondo - è un vero punto di riferimento. «È una sorta di fratello maggiore. Abbiamo una differenza d’età abbastanza considerevole - Casper, essendo del 1998, ha otto anni in più di Nicolai, ndr. - e questo forse ci impedisce di stringere un legame davvero forte di amicizia. Ognuno, poi, fa affidamento ad alcune persone all’interno del proprio clan e, come è normale che sia, si tende a tenere questa cerchia abbastanza ristretta. Tuttavia - ha aggiunto Budkov Kjaer - ogniqualvolta abbiamo modo di incontrarci, o confrontarci, è sempre estremamente cortese nei miei riguardi. Perlomeno dal mio punto di vista (ride, ndr.), fa sempre piacere passare del tempo assieme. È davvero bello poter contare su una figura del genere: un compatriota, peraltro ai vertici della nostra disciplina, da cui prendere ispirazione».
Il padre Alexander - per svariati anni a capo della Federazione norvegese di tennis - è invece il suo allenatore e «la persona più importante della mia vita. Non posso che ringraziarlo - ha affermato Nicolai - è colui che mi ha reso ciò che sono ora. Mi ha illustrato il cammino e lo spirito di sacrificio necessario per arrivare a certi livelli. Gli sarò sempre grato per ciò che mi ha insegnato. Il percorso - ha chiosato - è evidentemente ancora lungo, ma poterlo affrontare al suo fianco è veramente fantastico».
