La polemica

L’hydration break sotto accusa

Non si placano le discussioni sulle pause per idratarsi, una delle tanti novità del Mondiale - Bielsa: «Viene alterata la concezione culturale del calcio» - La Svizzera ne ha tratto vantaggio con la Bosnia, chi altro?
Anche la Svizzera ha dimostrato che la sosta di tre minuti può cambiare l’inerzia del confronto. © PETER KLAUNZER
Alex Isenburg
22.06.2026 06:00

La Coppa del Mondo americana, oltre a presentarsi in versione extra large, è stata infarcita di parecchie novità. Se alcune misure – vedi la rivoluzionata cerimonia degli inni, sono apparse di contorno – altre hanno invece inciso ben di più, influenzando concretamente le partite. Ne sa qualcosa il paraguaiano Miguel Almiron, che nel weekend è stato espulso per essersi coperto la bocca durante un alterco con un avversario turco. Una regola, questa, pensata per una giusta causa – ossia contrastare comportamenti discriminatori e inappropriati – ma tutt’altro che convincente sotto il profilo della sua applicazione. Il caso verificatosi in Turchia-Paraguay resta però isolato, mentre a destare maggiore scalpore è una misura adottata nei confronti di ciascuna delle 48 squadre partecipanti: il tanto contestato hydration break.

«Di fatto sono quattro tempi»

Nato nel 2014, in occasione dei Mondiali in Brasile, il cooling break – ovvero la pausa generata per consentire ai calciatori di rinfrescarsi – veniva accordato eccezionalmente, mentre nel torneo attualmente in corso è divenuta una pratica sistematica, tanto che ne sono previsti due: a metà di ciascuna frazione di gioco entrambe le formazioni sono sottoposte a tre minuti di sosta. Dietro a questa decisione risiede un motivo (almeno apparentemente) nobile, ossia salvaguardare la salute dei giocatori, confrontati con temperature proibitive. A immagine della Spagna – che ha fatto clamore per l’utilizzo in allenamento di diverse innovazioni tecniche (come gilet refrigeranti, giacche isolanti e copriscarpe speciali) volte all’abbassamento preventivo della temperatura corporea – le 48 compagini presenti sapevano di dover, possibilmente, fronteggiare condizioni complicate. Ed effettivamente, talvolta, così è stato. La verità, però, è che questa competizione si disperde su addirittura tre Paesi e quindi il clima, tra una partita e l’altra – considerando località, stadi e orari assai differenti – è decisamente variabile.

Ecco perché, sin dalle battute iniziali della manifestazione iridata, non sono mancate le critiche. Jürgen Klopp, la prima figura autorevole a prendere posizione, ha rivelato la (sua) verità: «I cooling break non sono altro che una gabbia dorata costruita per le televisioni e per gli sponsor». Difficile, francamente, dargli torto. «Il calcio – ha inoltre affermato il tedesco, ex allenatore e ora coinvolto nel progetto Red Bull – è preso in ostaggio da dirigenti seduti in uffici climatizzati. È pericoloso: il rischio è che il gioco diventi solo l'interruzione tra una pubblicità e l'altra». Gli ha fatto eco, nelle ultime ore, un altro personaggio carismatico, l’istrionico commissario tecnico dell’Uruguay, Marcelo Bielsa. «Non hanno pensato alle conseguenze che questo potrebbe avere sul nostro sport – ha spiegato ‘‘El Loco’’ – perché disputare quelli che di fatto sono quattro tempi, anziché i canonici due, altera la concezione culturale del calcio».

Quando cambia l’inerzia di gara

Il ritmo della partita, infatti, viene spezzato e a una squadra in difficoltà viene concessa l’opportunità – che quindi non è stata guadagnata sul campo – di riprendere fiato e apportare le dovute modifiche. In alcuni casi, in seguito a ciò che può anche essere considerato una sorta di time-out forzato, l’inerzia del confronto si è ribaltata. Un esempio che abbiamo osservato anche da vicino, in occasione dell’ultima sfida vinta dalla Svizzera. Al proposito, sono giunte le lamentele dell’allenatore bosniaco Sergej Barbarez: «Stavamo andando bene fino a quel cooling break che ha ribaltato la partita». Il cosiddetto «momentum chart» – che illustra graficamente quale squadra vanta un certo predominio, a seconda del momento della gara – gli ha dato effettivamente ragione. Va pur detto, che l’inversione di tendenza verificatasi alla ripresa del gioco è altresì coincisa con l’entrata in campo, decisiva, di Johan Manzambi e Ruben Vargas. «E se non ci fosse stata quella pausa, quelle sostituzioni sarebbero avvenute lo stesso» – ha precisato Manuel Akanji, interrogato sull’argomento. Il difensore elvetico, comunque, ha riconosciuto che «la sosta toglie slancio alla partita e un minuto sarebbe più che sufficiente».

Quante partite, allora, oltre a Svizzera-Bosnia ed Erzegovina sono state influenzate da questa novità regolamentare? Secondo The Athletic, che ha effettuato un’analisi delle prime 24 sfide della competizione, 14 dei 48 hydration break presi in considerazione hanno invertito l’andamento della sfida. Logicamente, però, è impossibile stabilire un nesso causale tra i due avvenimenti. La dinamica del confronto, insomma, avrebbe potuto cambiare anche senza l’interruzione del gioco. Certo è, che una situazione del genere può contribuire a creare ulteriori dinamiche e, in questo senso, prevedere dei cambi proprio in questa fase di gara – proprio come ha fatto Murat Yakin – potrebbe rivelarsi una mossa azzeccata.