Antonelli, il nuovo idolo che, per ora, oscura il mito Ferrari

A un certo punto, domenica pomeriggio, a Monza è successa una cosa quasi più interessante della vittoria di Kimi Antonelli. Le tribune, tinte di rosso e punteggiate di bandiere del Cavallino rampante, hanno iniziato a scandire all’unisono «Kimi, Kimi, Kimi». Al momento della premiazione, poi, il canto «Sarà perché ti amo» è salito fino al cielo. No, non è stata una semplice suggestione. A Monza è successo qualcosa di grande, quasi inconcepibile fino a pochi mesi fa. Il pubblico italiano di fede ferrarista ha tifato un pilota prima ancora della macchina. Resta da capire se sia stata una conversione duratura o soltanto l’effetto di una folle domenica. Una giornata che ha incoronato un superlativo Antonelli, capace di vincere dopo essere partito dalla 19. piazza. Incredibile. Come incredibile è stato il calore riservatogli dai fan di Maranello. Che in molti lo avrebbero sostenuto si sapeva. Ma che, una volta tagliate fuori dai giochi entrambe le Ferrari, il tifo verso il bolognese sarebbe diventato così avvolgente era difficile immaginarlo. Con il passare delle ore, qualcuno ha cominciato a porsi una domanda che fino a qualche settimana fa sarebbe sembrata quasi blasfema. E se gli italiani stessero imparando a tifare Antonelli più della Ferrari?
Aggressivo e sorridente
È presto per parlare di conversione, certo. Ma è difficile sostenere che non sia successo qualcosa sul circuito lombardo. Le delusioni accumulate da una Ferrari ormai da anni in difficoltà hanno sicuramente aiutato il processo. Parte del fenomeno potrebbe essere fisiologica: quando la tua squadra non ti dà più una ragione per esultare, cerchi qualcuno che te la dia. L’amore per il Cavallino rampante non tramonterà mai, ma i suoi continui insuccessi hanno fatto sì che i suoi tifosi aprissero le porte del cuore anche a qualcun altro. Un ragazzino italiano di vent’anni, dall’aria genuina e senza - almeno per ora - atteggiamenti da divo. Sì, Kimi potrebbe aver fatto breccia nel cuore del suo popolo. O almeno in gran parte di esso. La corsa al Mondiale in così giovane età, nonostante vesta i colori della Mercedes, accentua le sensazioni e le emozioni. Non è soltanto un italiano dotato che corre in Formula 1, ma un italiano dotato che si gioca il titolo portando aggressività in pista e un sorriso da Mulino bianco nel paddock. Ma questo non lo si è certo scoperto a Monza. No, Kimi non è diventato popolare soltanto domenica. Il pubblico azzurro ha imparato a conoscerlo e apprezzarlo già durante la prima metà della stagione, quando, vittoria dopo vittoria, ha fatto capire che in questo 2026 avrebbe potuto compiere qualcosa di grande. Monza, però, potrebbe aver fatto esplodere il fenomeno nel luogo più simbolico possibile. Lì dove Antonelli, facendo fede alla promessa sancita prima della gara, si è messo a mangiare gli spaghetti nella coppa del trofeo. Alle sue spalle, una folla innamorata, pronta a immortalare il ricordo nei cellulari.
Imparando a tifare l’uomo
Si tratta quasi di un piccolo cortocircuito per un Paese che per settant’anni ha quasi sempre avuto bisogno che un pilota fosse sulla Ferrari per considerarlo davvero suo. Il Giornale ha letto questo passaggio come una sorta di liberazione: «Finalmente sappiamo tifare l’uomo e non l’auto», titola l’articolo del quotidiano lombardo che spiega come per decenni sia successo il contrario. Il pilota straniero che saliva sulla Ferrari diventava italiano per adozione. Lauda, Villeneuve, Schumacher, Raikkonen, Alonso, Vettel, fino a Leclerc e Hamilton. La macchina veniva, insomma, prima del pilota. Ora, per la prima volta da moltissimo tempo, potrebbe accadere il contrario. Era già stato Jean Alesi a ipotizzare uno scenario simile. L’ex pilota della Rossa aveva apertamente sostenuto che sarebbe stato bello se un ragazzo italiano fosse diventato più famoso della Ferrari stessa. Uno scenario che, piano piano, sembra prendere forma. Lo ribadiamo. Questo non vuol dire che l’amore per la Ferrari sia destinato a diminuire o svanire. Tifare il Cavallino, in Italia, è una religione e continuerà ad essere con o senza Antonelli. Ma quello che sta succedendo potrebbe essere ancora più interessante e raccontare di un dualismo nel cuore degli italiani.
Quel tempismo perfetto
Non va poi dimenticato il tempismo. Antonelli ha vinto nel giorno in cui tutti, come sempre, si aspettavano la Ferrari. Una sola di loro è arrivata al traguardo: Hamilton con un anonimo sesto posto. Quella di Leclerc si è schiantata a pochi giri dall’avvio della corsa. Se Antonelli avesse vinto davanti a due Rosse dominanti forse oggi parleremmo di altro. Ma così non è stato. L’Italia ha potuto comunque festeggiare, rendendosi conto che si può tifare un pilota di casa nonostante vesta una maglia senza il Cavallino. Emblematici, in questo senso, i numeri televisivi di Monza. 4 milioni e 464 mila spettatori medi su Sky e TV8, quasi il 39% di share e oltre 7 milioni di spettatori unici. Nemmeno la storica vittoria di Charles Leclerc nel 2024, sullo stesso circuito, aveva raggiunto questi dati. Non è una prova scientifica, naturalmente. Non basta una sola gara per dimostrare uno spostamento strutturale del tifo. Ma è un segnale importante. E se Kimi riuscisse a conquistare il Mondiale, l’entusiasmo degli italiani nei suoi confronti - che dal 1953, dai trionfi di Alberto Ascari con la Ferrari, aspettano di tornare a festeggiare un iridato - raggiungerebbe, ne siamo certi, livelli siderali.
