Motori

Di padre in figlia lungo la strada dell’automotive: Giancarlo e Serenella Artioli, una storia a quattro ruote

Dalla Bolzano di confine dove tutto comincia, tra officine e intuizioni, fino ai grandi marchi internazionali: il passaggio di testimone tra Giancarlo e Serenella racconta un’eredità che attraversa decenni e trasforma il modo di vivere l’automobile
Mattia Sacchi
13.04.2026 16:34

Prima ancora di essere una storia industriale, quella degli Artioli è una storia di sguardi. Di chi ha saputo osservare un’Italia che usciva dalla guerra e intuire, prima degli altri, che l’automobile non sarebbe stata solo un oggetto, ma un linguaggio.

Negli anni Cinquanta il Paese è in trasformazione. La ricostruzione è ancora in corso, ma i segnali del boom economico iniziano a emergere: crescono i consumi, aumentano gli spostamenti, cambia il modo di vivere. In Alto Adige tutto questo si amplifica. È una terra di confine, attraversata da tensioni politiche e culturali, ma anche da flussi continui di persone e merci. Bolzano diventa un punto di passaggio strategico tra Nord e Sud Europa. E con quel passaggio arrivano le automobili.

Giancarlo Artioli
Giancarlo Artioli

In questo contesto si muove Giancarlo Artioli, imprenditore capace di trasformare un’intuizione in sistema. Figlio di un commerciante, costruisce passo dopo passo una realtà che, partendo da un’officina, arriverà a diventare uno dei gruppi privati più rilevanti nell’automotive europeo. Negli anni Cinquanta fonda il Garage 1000Miglia: officina, stazione di servizio, punto di assistenza. Ma soprattutto, un luogo di relazione. È lì che si costruiscono le basi di quello che diventerà un sistema: prima concessionarie, poi accordi con marchi come Alfa Romeo e Opel, fino a una rete sempre più strutturata che trasforma Bolzano in un osservatorio privilegiato sull’evoluzione del mercato.

Accanto a questa figura si colloca fin da subito Serenella, figlia primogenita, che entra giovanissima nell’attività di famiglia e ne diventa negli anni la naturale prosecuzione. Non una successione passiva, ma una continuità costruita sul campo, fatta di esperienza diretta e responsabilità crescenti.

Giancarlo Artioli assieme a Enzo Ferrari e Franco Gozzi
Giancarlo Artioli assieme a Enzo Ferrari e Franco Gozzi

«Dobbiamo pensare a Giancarlo come un ragazzo che a vent’anni decide di andare via di casa e costruirsi da solo, portandosi dietro solo il nome del padre e la sua reputazione», racconta Dionigi De Feo, avvocato e consulente strategico che negli anni ha affiancato Serenella Artioli. «Era un’imprenditoria fatta di intuito, ma anche di disciplina. Non c’era nulla di improvvisato».

Il Garage 1000Miglia intercetta un cambiamento. Non è solo un’officina: è un punto di osservazione privilegiato. Le auto arrivano dal Nord Europa, attraversano il Brennero, si fermano, ripartono. E in quel flusso si costruisce qualcosa che va oltre il servizio: fiducia, riconoscibilità, continuità.

«Bisogna immaginare quel periodo: le gare, la Mille Miglia, la passione per i motori che diventava fenomeno collettivo. Era normale che un’attività si chiamasse così, perché quella corsa rappresentava tutto. Era il riferimento, come il Giro d’Italia per il ciclismo», prosegue De Feo.

L’Italia, però, resta un mercato chiuso. Nei primi anni Cinquanta le auto straniere sono quasi inesistenti. È in questa zona grigia che gli Artioli costruiscono il loro spazio. Non si limitano a vendere: interpretano. Capiscono che la distribuzione può diventare un mestiere autonomo, strategico, capace di incidere sugli equilibri del mercato.

Tra gli anni Settanta e Ottanta questa visione si consolida. Con Autexpò, fondata nel 1978, il gruppo passa a una dimensione industriale, strutturando l’importazione e la distribuzione di marchi internazionali e ampliando progressivamente il proprio raggio d’azione, anche attraverso attività collaterali come la componentistica e la logistica.

Il caso Suzuki è emblematico. I piccoli fuoristrada giapponesi arrivano in Italia come mezzi tecnici, destinati a usi specifici. Gli Artioli ne cambiano la percezione.

«Il quattro per quattro non esisteva per uso civile. Era un mezzo militare o per lavori specifici. L’operazione è stata quella di renderlo accessibile, urbano, desiderabile. È stato costruito un immaginario attorno a quel prodotto, ed è lì che si è giocata la partita», spiega De Feo.

Serenella Artioli
Serenella Artioli

In questo processo il ruolo di Serenella è centrale. Comunicazione, eventi, competizioni. Il Suzuki viene portato fuori dai concessionari e dentro un racconto. Parigi-Dakar, Rally dei Faraoni, esperienze condivise con i clienti.

«Non si trattava di pubblicità. Si trattava di coinvolgere le persone, di farle entrare in quel mondo. Sono state create squadre, eventi, relazioni. Un sistema che allora non esisteva. E che ha contribuito in modo determinante al successo del marchio».

Parallelamente cresce il rapporto con Ferrari. La distribuzione nel Triveneto e poi in Germania meridionale rappresenta un salto di scala, ma anche di posizionamento.

«Facendo delle proiezioni sui dati dell’epoca, si parla di volumi che oggi equivalgono a centinaia di milioni di euro solo con Ferrari. Questo dà la misura della dimensione raggiunta dal gruppo», osserva De Feo. «Significa entrare in un livello in cui non si gestiscono solo prodotti, ma relazioni di altissimo profilo».

Serenella Artioli con Arturo Merzario
Serenella Artioli con Arturo Merzario

A metà degli anni Ottanta gli Artioli sono una realtà strutturata, con attività che spaziano dalla distribuzione alla componentistica, fino all’importazione di marchi come Subaru. Un sistema integrato, in anticipo sui tempi.

«Erano tra i primi ad aver costruito in modo organizzato l’importazione delle auto orientali in Italia. Controllavano una quota significativa del mercato del fuoristrada. Era una posizione unica, difficilmente replicabile oggi», continua De Feo.

In questo quadro si inserisce anche l’acquisizione del marchio Bugatti nel 1987, attraverso Autexpò GmbH. Un’operazione che segna un passaggio simbolico oltre che strategico: dalla distribuzione alla gestione di un brand iconico.

Dionigi De Feo con Serenella Artioli
Dionigi De Feo con Serenella Artioli

«Il gruppo Artioli non nasce come produttore. L’idea iniziale era quella di rilanciare il marchio, valorizzarlo, riportarlo al centro dell’attenzione internazionale», chiarisce De Feo. «Poi attorno a quel progetto si è costruita una dimensione industriale, con competenze straordinarie».

Serenella Artioli fa parte di questo percorso fino all’inaugurazione dello stabilimento di Campogalliano; successivamente, le strade si separano. Serenella intraprende un percorso autonomo. Nel 1991 fonda Kia Motors Italia, partendo praticamente da zero.

«Al Salone di Tokyo vede lo Sportage e capisce immediatamente il potenziale. Riesce a ottenere il mandato e a portarlo in Italia. È un’intuizione pura, ma anche una scelta coraggiosa», racconta De Feo.

Emanuele Tiozzo, curatore della collezione Marx, e Serenella Artioli
Emanuele Tiozzo, curatore della collezione Marx, e Serenella Artioli

La costruzione è rapida ma strutturata: una rete autonoma di concessionarie, un posizionamento chiaro, un lavoro intenso sulla percezione del marchio.

«Non si trattava solo di importare auto. Si trattava di creare le condizioni perché quel marchio potesse esistere sul mercato italiano. Costruire fiducia, rete, identità. È un lavoro che richiede tempo e visione».

I risultati arrivano: Kia passa da marchio sconosciuto a presenza riconoscibile, anticipando un trend che negli anni successivi diventerà evidente in tutta Europa.

Da lì in avanti, Serenella attraversa diversi capitoli dell’automotive europeo: Subaru,  poi FCA e Stellantis in Svizzera, fino ai ruoli nella comunicazione e nelle relazioni per grandi marchi internazionali. «È una continuità di metodo. Capacità di relazione, visione internazionale, costruzione di contesti. Serenella ha saputo portare avanti quell’approccio adattandolo ai tempi e ai mercati», spiega De Feo.

E forse è proprio questo il punto centrale della storia Artioli. Non una sequenza di aziende, ma una cultura imprenditoriale che attraversa decenni e generazioni.

«Quello che ho visto nella famiglia Artioli è che nessuno fa nulla da solo. È un sistema, una famiglia allargata, dove le relazioni diventano valore. Ed è questo che fa la differenza nel tempo».

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