Tra il deserto e la mente, ecco la magia della Dakar

Lunedì 5 gennaio è iniziata la gara motoristica più impegnativa. Durerà due settimane, prima di concludersi domenica 18 gennaio. Parliamo naturalmente della Dakar, la corsa nata 48 anni fa da un’idea di Thierry Sabile nel 1977. Il motociclista francese, durante il rally Abidjan-Nizza, si perse nel Sahara. Il paesaggio mozzafiato del deserto misto alla dura sfida che la gara comportava, gli accesero la lampadina. Perché non creare una gara che unisse avventura e resistenza tra le dune africane? Fu così che prese vita la (allora) Parigi-Dakar. Una trasferta che da subito si affermò nel panorama mondiale come molto più che una semplice corsa. Affrontare questa sfida per i piloti - ma anche per navigatori, meccanici e troupe -, ha da sempre significato prendere parte a una sfida principalmente con sé stessi. Le condizioni in cui si svolge quella che oggi si chiama semplicemente Dakar sono infatti durissime. Ecco perché è considerata una grandissima vittoria già solo il fatto di arrivare al traguardo.
L’importanza della navigazione
La Dakar è un rally-raid di lunga durata in cui giornalmente si affrontano delle tappe composte da settori cronometrati. I chilometri totali si attestano intorno ai seimila e vi gareggiano moto, auto, camion e veicoli leggeri. Non è una gara di pura velocità. Il tracciato, non essendo delimitato, va interpretato, da qui l’importanza cruciale della navigazione. Fondamentale deve essere al contempo anche l’affidabilità del mezzo, perché subire un danno o un guasto tecnico porta a perdere moltissimo tempo e piazzamenti in classifica. Perdersi nel deserto può comportare una lunghissima attesa, fino a quando non si viene notati e soccorsi dal personale di soccorso. Se avviene un guasto alla vettura il pilota e il co-pilota devono essere in grado di aggiustarlo, nel limite del possibile, con i loro mezzi e le loro conoscenze.
Scoprirsi tra le dune
La corsa di oggi è diversa rispetto al passato. Ora esistono GPS, sistemi di sicurezza avanzati e una struttura organizzativa imponente. Dal 2020 si svolge inoltre in Arabia Saudita e alcuni piloti la ritengono tecnicamente più semplice senza la difficoltà di dover attraversare più stati. Le dichiarazioni dei protagonisti nel tempo, ad ogni modo, sono identiche quando si parla dell’aspetto mentale. «Grazie alla Parigi-Dakar ho conosciuto me stesso», aveva detto qualche anno fa Jacky Ickx durante un’esclusiva intervista rilasciata al Corriere del Ticino. Pure il cinque volte campione del mondo in moto Marc Coma, a tu per tu con National Geographic, aveva affermato che «metà della Dakar si gioca nella tua testa». «È davvero difficile spiegare a parole quanto sia dannatamente dura questa gara. Potresti scriverci cinque libri sopra e non riuscire comunque a raccontare fino in fondo la complessità», il commento nel 2016 del doppio vincitore (2016, 2019) sulle due ruote Toby Price.
Ma è proprio qui che sta il fascino della corsa. È proprio così che l’ha concepita Thierry Sabine, deceduto ad appena 36 anni in un incidente aereo proprio mentre seguiva la sua gara: trasformare un evento sportivo in un’esperienza che ti cambia la vita.
