Basket

Nicola Brienza: «Devo molto all’esperienza con il Lugano»

Dopo Cantù la firma con Trento: l’ex coach dei Tigers si racconta
Nicola Brienza ai tempi dei Lugano Tigers. (Foto Zocchetti)
Mattia Meier
12.06.2019 06:00

«Quando si tocca il fondo si può solo risalire». «L’unione fa la forza». Se cercate un aforisma che descriva la stagione 2018-19 della Pallacanestro Cantù, non preoccupatevi: ce ne sono a bizzeffe. Perché quella chiusa da non molto tempo, per i canturini, è stata un’annata passata su un ottovolante, con il serio rischio, ad un certo punto, di trovare a fine corsa un muro di cemento armato. Succede a novembre, quando i conti del patron Gerasimenko vengono bloccati per questioni legali. La società è un passo dal baratro. Ma a Cantù il basket è nel DNA dei suoi abitanti, passione pura che vive e si tramanda ancor prima dei tempi dei grandi trionfi. Una storia che si incrocia anche con il Ticino.

Succede questo: i canturini fanno cerchio, creano un consorzio e salvano la baracca. Che poi a febbraio si ritrova senza allenatore, scappato nel giro di una notte verso altri lidi. La scelta cade quindi sul suo vice, un ragazzo di casa, un ragazzo passato anche da Lugano nella stagione 2016-17. Nicola Brienza risponde presente, prende per mano la squadra (undicesima in quel momento) e la porta ad un passo dai playoff. Pochi giorni fa, poco prima della firma con Trento che gli ha affidato la panchina per la prossima stagione, lo abbiamo raggiunto e gli abbiamo chiesto di parlarci di questa folle stagione, scoprendo quanto sia stata importante per lui l’esperienza ticinese sulla panchina dei Tigers.

Coach Brienza, ci racconti questo 2018-19 dal suo punto di vista.

«La stagione parte abbastanza bene. Poi, a novembre, crolla tutto. L’ex presidente è in grossi guai e i rubinetti si chiudono, così, dalla sera alla mattina. Non ci sono soldi, non arrivano i pagamenti, ovviamente questo vuol dire avere problemi con i giocatori, con gli stranieri pronti a partire. Sono mesi di grande turbamento, non sai mai chi verrà ad allenarsi. Il nuovo sponsor ci dà ossigeno, fino a quando i canturini creano un consorzio che acquista la società e la salva».

Sembra la fine di un incubo, ma è solo il preludio ad un altro colpo di scena...

«Sì, esatto. A quel punto, siamo a febbraio, anche qui dalla sera alla mattina, l’allenatore Evgenij Pashutin prende e scappa, così, lasciandoci in braghe di tela. E io mi ritrovo in panchina. L’impatto è buono e viviamo un periodo di costante crescita che ci porta a sfiorare i playoff. Ma soprattutto riporta la gente al palazzetto. Un aspetto fondamentale per una piazza come Cantù. Oggi c’è di nuovo una proprietà italiana ed è tornato il senso di appartenenza».

Chiamato alle responsabilità, Nicola Brienza risponde alla grande. La fiducia in se stessi è fondamentale nel suo ruolo, ma dica la verità: se lo aspettava di raccogliere tanto?

«La speranza è sempre quella di fare bene. Ero consapevole che nella mia quindicina d’anni d’apprendistato avevo fatto i passi giusti, ogni esperienza è sempre stata fatta nei tempi e nei modi opportuni. Allenare a Lugano in quel momento era la cosa giusta, idem andare in Sicilia (a Capo d’Orlando, ndr.) l’anno dopo, e via dicendo. Poi alle spalle c’è anche tanta scuola, tanta gavetta, grazie all’aver lavorato per anni a fianco di eccellenti coach. Per cui sapevo che, lavorando sodo, sarei riuscito a dare qualcosa di mio a Cantù».

Si dice che il lavoro paghi, e che prima o poi le occasioni arrivano a chi se le merita. Poi però bisogna saperle cogliere.

«Io mi sentivo pronto già da qualche anno, come detto sopra. Ma in Italia non è facile trovare un posto, di allenatori bravi ce ne sono in giro parecchi. Spesso è una questione di occasioni, sì, e io ho avuto la fortuna di averne una. Penso di poter dire di averla sfruttata bene. Ma non è frutto del caso. Adesso vediamo come proseguirà la mia carriera».

Si può dire che in quello che è oggi Nicola Brienza, come uomo e come allenatore, c’è anche un pezzetto di Lugano?

«Della mia avventura ai Tigers sono felicissimo. I ricordi si sprecano, ho trovato ottime persone, il presidente, lo staff, con alcuni sono ancora in contatto oggi. A livello formativo, la rifarei cento volte. Avere a che fare direttamente con 6-7 professionisti per la prima volta, doverli gestire, interagire con loro, averne la responsabilità. Un’esperienza che mi ha aiutato molto nell’affrontare quella di Cantù e che mi accompagnerà per tutta la carriera».

C’è un ricordo, peraltro non proprio bellissimo, che la lega particolarmente a Lugano. Gara-4 di semifinale, Lugano - Monthey, persa all’ultimo secondo con la finale già in tasca...

«Quella maledetta gara-4 (ride, ndr.). Se ci penso? Eccome, il ricordo non se ne andrà facilmente. Quest’anno dopo una sconfitta simile subita a Venezia, ho riprovato le stesse sensazioni di quella serata. C’è ancora rammarico, avevamo fatto un ottimo lavoro, arrivando ad un passo dall’eliminare i futuri campioni svizzeri. Tristan Carey che trova un canestro talmente incredibile da farci esultare dimenticandoci della difesa e i vallesani che salgono e ci infilano la tripla da quasi metà campo mandandoci a gara-5. Ci penso ancora, eccome».

Sarà per questo che ha scelto Trento, altra società bianconera, finalista per lo scudetto nel 2017 e nel 2018. «È una grande opportunità, entro a far parte di un club che ha fatto grandi cose in campo e fuori», ha detto in conferenza stampa. Verrebbe da auguragli buona fortuna, ma quella è buona per chi si aspetta che le cose cadano dal cielo senza guadagnarsele. E allora buon lavoro, coach Brienza.