Mondiali

Quelle lacrime di Lionel Messi: «Un indizio, non una prova del ritiro»

Durante la premiazione dopo la finale persa contro la Spagna, il fenomeno argentino è apparso visibilmente commosso - Condò: «A logica verrebbe da pensare che tra quattro anni non lo rivedremo in campo, ma non mi stupirei se avvenisse il contrario»
© AP Photo/Matt Rourke
Maddalena Buila
20.07.2026 21:00

La Coppa del mondo 2026 ci ha regalato tante, tantissime immagini che rimarranno per sempre nella nostra memoria. Alcune ci hanno fatto ridere, altre sorridere, altre ancora commuovere. Bellissime quelle del fratellino di Lamine Yamal, Keyne, che corre e sfila sul campo del New York New Jersey Stadium con nonchalance, facendo amicizia con gli steward e rubando la scena ai grandi del calcio. Altrettanto belle, seppur con tutt’altra connotazione, quelle di Lionel Messi, in lacrime dopo aver ricevuto la medaglia d’argento. Le telecamere lo trovano mentre singhiozza e lo spiattellano su tutti i maxischermi e i televisori del mondo. Se dieci anni fa il capitano dell’Argentina cacciava indietro il pianto dopo aver detto addio alla nazionale albiceleste, per poi tornarvi qualche settimana dopo, a questo giro la commozione è di altro tipo. Al Metlife Stadium, verosimilmente, la Pulce ha vestito per l’ultima volta la maglia della Nazionale a un Mondiale. Il sogno di salutare i grandi palcoscenici con la Selección con un clamoroso back-to-back era a un passo dall’essere realizzato. Qualora avesse alzato per due volte consecutive la Coppa del mondo, gli eterni paragoni con Maradona avrebbero forse conosciuto una fine. Allo stesso tempo, non serve certo un secondo Mondiale per iscrivere Messi nell’Olimpo dei più grandi.

Comprensibile delusione

Resta allora un interrogativo. Quelle lacrime erano di addio o di, comprensibile, amarezza per aver mancato un traguardo così vicino e così bello? Abbiamo girato la domanda al giornalista di Sky Sport e del Corriere della Sera Paolo Condò. «Messi aveva appena perso una finale dopo averla raggiunta in maniera drammatica e rocambolesca nella fase a eliminazione diretta. È comprensibile che arrivino le lacrime. È un indizio che può far pensare a un ritiro, ma certo non una prova. A logica verrebbe da pensare che tra quattro anni Lionel Messi non ci sarà. Ma attenzione. Nel 2030 il Mondiale si giocherà in sei Paesi, fra i quali l’Argentina e il Portogallo. Di conseguenza non mi stupirei di rivedere Cristiano Ronaldo e Messi ancora in campo. Anche se fra i due, secondo me, c’è una differenza di amor proprio. CR7 è capace di giocare fino a novant’anni pretendendo che tutte le palle siano per lui, perché è nella sua natura. Leo, invece, se non si sentirà adeguato, a mio modo di vedere non parteciperà. Per il momento, mai dire mai».

Al di là di quello che deciderà l’argentino sul suo futuro, ancora oggi, nonostante quello che ha dimostrato in vent’anni di carriera, rimane vivo il paragone con Diego Armando Maradona. «Dibattito che secondo me non ha più molto senso di esistere», prosegue Condò. «Dal punto di vista calcistico, il paragone trova una risoluzione nella continuità di Messi, che ha raggiunto livelli impensabili per Maradona. I risultati sono enormemente dalla parte della Pulce. Pensiamo soltanto alle Champions League conquistate, traguardi a cui Maradona non si è mai nemmeno avvicinato. Detto questo, sarebbe ingeneroso fermarsi ai numeri. Messi ha giocato a lungo nelle squadre più forti del mondo, dal Barcellona al Paris Saint-Germain. Maradona, invece, ha sempre avuto un approccio diverso al calcio: il Napoli diventa con lui una squadra molto forte, anziché rappresentare un punto di arrivo. Diego, allo stesso tempo, è stato molto più personaggio di Messi, con le sue prese di posizione sempre coraggiose e scomode. Leo è stato un calciatore e basta. Diego è stato molto di più. Chi continua, anche in maniera romantica, a preferirlo lo fa anche perché i migliori sono sempre quelli che abbiamo vissuto in maniera più piena. Ecco perché non troveremo mai un giovane che preferisce Maradona. Tutto sta nel non confondere il grande personaggio, quale è stato El Pibe de Oro, col grande calciatore, quale è stato Messi.».

Un passaggio di testimone?

Sono diventate virali pure le immagini che ritraggono Lamine Yamal andare dallo stesso Messi, seduto in campo con lo sguardo perso nel vuoto, per un abbraccio consolatorio. Il momento è subito stato inquadrato come il passaggio di testimone da una generazione all’altra. 39 gli anni dell’argentino contro i 19 dello spagnolo. Eppure il gioiellino della Roja, durante l’ultimo atto mondiale, è parso ancora acerbo. Forse è troppo presto per parlare di passaggio di consegne. «Ci sarà sempre un miglior giocatore del mondo o un ristrettissimo gruppo di migliori giocatori del mondo», commenta Condò. «E Yamal ne farà parte per i prossimi dieci anni. Però per rivedere e riprovare le emozioni che abbiamo avuto con Maradona e, prima di lui, con Pelé, abbiamo dovuto aspettare vent’anni. Lamine ha dei margini di crescita enormi. Ma adesso è impossibile dire se raggiungerà questi livelli. Non tutte le generazioni contengono un giocatore come Pelé, Maradona o Messi. Yamal farà la sua carriera e vincerà dei Palloni d’Oro. Ma non credo otto come Leo».

Già, perché la Pulce ha una caratteristica unica, difficilissima da replicare. «Per vent’anni è stato continuo a un livello assurdo. Si è sempre rifiutato di considerare la sconfitta come un’opzione. È certamente uno dei dieci sportivi più influenti di sempre, giocando nel campionato di Roger Federer, LeBron James, Michael Jordan e Ayrton Senna».

Cercando l’amore del popolo

Sì, è vero, ne stiamo parlando come se ormai la sua carriera con l’Argentina avesse già conosciuto la parola fine. Ma la realtà dei fatti non dice nulla di tutto ciò. Tuttavia, i minuti passati in mezzo al Metlife Stadium con lo sguardo perso, le mancate interviste nel post partita e le lacrime durante la premiazione hanno lasciato a tutti una sensazione dolceamara. Come se stessimo davvero assistendo a un addio. Restando nel dubbio, lanciamo uno sguardo indietro, lasciando il Messi 39.enne e tornando a quello 13.enne che volava in Catalogna. Di Leo ormai si sa e si conosce pressoché tutto. La sua storia, d’altronde, è stata raccontata su libri, film e documentari. Paolo Condò ha però avuto l’onore e il privilegio di seguirlo sin dai primi passi in Europa, quando approdò a Barcellona come un ragazzino con tutte le carte in regola per diventare un prodigio, ma che andava seguito in modo particolare per preservarne il fisico minuto. «La genesi della sua carriera lo ha reso diverso da tutti. Quando arrivò in Spagna era praticamente ancora un bambino. Scelse la Catalogna perché aveva bisogno di cure costose per crescere. Questo arrivo così prematuro ha fatto sì che per lungo tempo Leo sia stato più catalano che argentino. E la cosa lo ha fatto soffrire moltissimo. Il fatto che non riuscisse a portare una grande vittoria mondiale, neanche una Coppa America, all’Argentina gli precludeva un po’ l’amore assoluto dei suoi connazionali, che non lo riconoscevano come riconoscevano invece Maradona, cresciuto a Buenos Aires e passato dal Boca Juniors prima di prendere la via dell’Europa. Ricordo la sua tristezza in determinate situazioni. Per esempio all’Olimpiade di Pechino, che pure l’Argentina vinse con un suo assist decisivo a Di María. A fine partita un giovanissimo Messi passa fra le ali dei giornalisti argentini. Era ancora un ragazzino, troppo timido e poco propenso a fermarsi. Quando però arriva nella zona presidiata dai reporter di Barcellona, e si sente rivolgere una domanda in catalano, si ferma e risponde. Ricordo di aver notato questo particolare e di aver capito che il suo grande cruccio era quello di sentirsi un espatriato. Di essere considerato molto più dai tifosi del suo club che non dai tifosi della sua Nazionale. Penso che quello che è successo nel 2022, con il titolo mondiale, sia stata una forma di riscatto straordinaria».

Nel 2026, senza quell’enorme peso sulle spalle, Messi ha solo sfiorato l’impresa. E così, per ora, che diamo una spiegazione alle lacrime del fenomeno argentino.