Il personaggio

Rubens Bertogliati: «La maglia gialla mi costò mille franchi di bolletta telefonica»

L’ex corridore ticinese compie giovedì 40 anni: l’impresa al Tour de France, i ricordi e gli aneddoti della sua carriera da professionista in una simpatica intervista
Rubens Bertogliati nella newsroom del Corriere del Ticino. (foto Zocchetti)
Paride Pelli
08.05.2019 21:42

Pensi a Rubens Bertogliati e la mente corre ai suoi ultimi esaltanti e affannati metri sul rettilineo nel Lussemburgo: lì, il 7 luglio 2002, con un guizzo fulmineo in contropiede a un chilometro dal traguardo della prima tappa del Tour de France, anticipò le squadre dei velocisti andando a prendersi vittoria e maglia gialla, in una giornata esaltante per il Ticino sportivo. Sono passati diciassette anni da quell’impresa, e Rubens proprio giovedì 9 maggio festeggia il suo 40. compleanno. «Ma non mi sento vecchio: mi sento sempre un ventenne, con vent’anni d’esperienza in più» ci dice in una distesa chiacchierata nella Newsroom del Corriere del Ticino a Muzzano.

Rubens, innanzitutto buon compleanno: quanto ti manca l’adrenalina delle gare, dopo 13 anni trascorsi tra i professionisti e il ritiro nel 2012?
«Grazie mille per gli auguri. In realtà non mi mancano le gare, piuttosto la preparazione, gli allenamenti, le uscite individuali da 5-6 ore in sella, di puro piacere, e il ritorno a casa ancora fresco malgrado i chilometri macinati. Se quelle uscite le facessi oggi, probabilmente morirei...».

Cosa ricordi di quel 7 luglio 2002 che ti ha cambiato la vita lanciandoti tra i campioni del ciclismo?
«Ricordo innanzitutto che era il compleanno di Erik Zabel (ride...): lui pensava di vincere la prima tappa del Tour e festeggiare con la maglia di leader. Invece gli ho fatto uno scherzetto, sono scattato a un chilometro dal traguardo, ho vinto e mi sono preso la maglia gialla grazie agli abbuoni. Una giornata fantastica, anche se un po’ caotica per gli standard a cui ero abituato sin lì, da corridore oggettivamente semisconosciuto».

Un giorno che ti ha cambiato la vita:
«Le premiazioni, le interviste, la pressione mediatica: sembrava di vivere un sogno. Cercai di godermi quelle ore al massimo, consapevole che difficilmente nella mia carriera mi sarebbe riuscita un’altra impresa di quella portata. Non mi negai a nessuno, parlai con tutti, cercai di assaporare ogni istante di quella giornata in cui l’adrenalina non mi abbandonò mai. Rientrato in albergo trovai il telefonino con la batteria praticamente scarica: mi erano arrivati 126 SMS di congratulazioni e 200 telefonate. Ecco, in quel momento capii veramente che cosa avevo combinato. Poi, una volta a casa, mi arrivò una bolletta del telefono di mille franchi per tutte le risposte ai messaggi e le chiamate (ride di nuovo...)».

Un’impresa che in molti ricordano ancora oggi con emozione:
«Suppongoche quel giorno in Ticino fosse brutto tempo e tutti si trovassero in casa davanti al televisore, perché effettivamente ancora oggi, a diciassette anni di distanza, la gente rammenta quella tappa. È qualcosa che mi inorgoglisce».

Arrivarono anche i complimenti di Lance Armstrong, vero?
«Sì, certo, Armstrong sapeva come farsi apprezzare: era sinceramente felice per me e si vedeva. All’epoca, lui era il boss, il campione, sebbene sul suo conto, nel gruppo, giravano già strane voci. Voci che poi furono confermate dai fatti, per sua stessa ammissione».

Armstrong dichiarò che senza doping non avrebbe potuto vincere nemmeno uno dei sette Tour: sei d’accordo?
«Non completamente: sette di sicuro non li avrebbe mai vinti, ma la sua gestione della corsa era così lucida, la tattica di gara così precisa, da permettergli di ridurre il gap dagli altri e portare a casa almeno un paio di edizioni. Più in generale, poi, ad Armstrong va dato atto di aver introdotto maggior professionalità nel panorama ciclistico, attraverso l’innovazione e la metodologia di lavoro. Faccio un esempio concreto: è stato il primo corridore a utilizzare con efficacia il misuratore di potenza sulla bicicletta; e inoltre conduceva una vita talmente rigorosa da poter essere considerata quasi ascetica. Mai un bicchiere di vino, mai un vizio. È impressionante l’ambivalenza di Armstrong tra la pratica del doping e la serietà in tutto il resto».

Qualche anno dopo, alla Saunier-Duval, come compagno di squadra avevi, tra gli altri, Riccardo Riccò, considerato il nuovo Pantani: finì due volte nella rete del doping ed è stato squalificato fino al 2024:
«Era il classico corridore sregolato: si sapeva che rischiava e non lo nascondeva neppure. Da lui ho sempre preso le distanze: ma come lui, tanti altri, ahimé».

Torniamo a te, Rubens: quali altri ricordi emergono di una carriera approcciata tutto sommato tardi?
«In effetti quando ho iniziato a fare sul serio avevo già dodici anni: fin lì andavo in bicicletta solo per divertimento, ma capivo di avere una certa predisposizione per gli sport di resistenza. Da lì in poi andò tutto molto veloce, sino al passaggio ai professionisti nel 2000. Altri ricordi? La tappa del Tour de Suisse che portava in Ticino nel 2007: una fuga lunghissima, ci tenevo proprio a provare a vincere davanti al mio pubblico, tanto che il giorno prima avevo mollato per risparmiare un po’ di energie. Ero in fuga da solo al mattino, mi lasciarono partire perché non ero pericoloso per la classifica, ma dopo un po’ arrivò Laurens ten Dam, olandese, che era uomo da generale: mi scombussolò tutti i piani. Lui non avrebbe dovuto uscire dal gruppo, in più tra di noi non si collaborava. Morale della favola: mi hanno preso a Malvaglia, lui a Lodrino. Se ten Dam non si fosse mosso, probabilmente avrei vinto la tappa. Che rimpianto! Un’altra volta, sempre al Tour de Suisse, avrei potuto conquistare la maglia di leader, ma andò male. Eravamo un gruppetto in fuga, ma siccome ero messo bene in classifica mi fecero staccare: a malincuore dovetti dire addio ai sogni di gloria. Ero incavolato nero, ma il ciclismo è anche tattica e strategia».

Il ciclismo ogni tanto è però anche sfortuna, penso alle tue cadute e agli infortuni:
«Nel 2004 al Giro d’Olanda mi ruppi il bacino: sei mesi di stop per una caduta tutto sommato banale, a causa della pioggia. Nel 2006 al Romandia mi giocai inoltre la partecipazione al Giro d’Italia per la frattura del ginocchio sinistro».

Rubens Bertogliati con il direttore della newsroom Paride Pelli e con il giornalista della redazione online, Nicola Bottani. (foto Zocchetti)
Rubens Bertogliati con il direttore della newsroom Paride Pelli e con il giornalista della redazione online, Nicola Bottani. (foto Zocchetti)

Da qualche anno non ci sono più ticinesi tra i professionisti. Sbocceranno altri talenti alla Rubens Bertogliati?
«Giovanni Rossi aveva indossato la maglia gialla negli anni Cinquanta al Tour, io ci ho messo cinquant’anni a emularlo, speriamo di non aspettare ancora così tanto. Secondo me ci sono attualmente alcuni talenti ticinesi che, continuando a lavorare, potrebbero tranquillamente ottenere buoni risultati anche tra i professionisti. Poi, la maglia gialla è qualcosa tutto sommato di effimero, un sogno di mezza estate».

Il ciclismo è anche e soprattutto fatica e sacrificio: tra i non addetti ai lavori ci si chiede come sia possibile, per esempio, trascorrere tre settimane in sella per una gara a tappe. Cosa rispondi?
«Rispondo che ci si allena per riuscire a raggiungere determinati traguardi. Si arriva a ottenere quella prestazione perché c’è dietro un allenamento specifico: bisogna dormire bene, mangiare correttamente, fare una vita da vero atleta, insomma. Sacrificio è la parola giusta, ma è la passione la vera benzina».

Non le colazioni pantagrueliche dei ciclisti, che alcuni considerano leggende metropolitane?
«Oggi posso dire di mangiare un decimo rispetto a quando correvo: da professionista la colazione prima della partenza era in effetti una specie di banchetto luculliano che consisteva in caffè, a seguire latte e cereali, un paio di fette di torta, poi ovviamente i carboidrati: alcuni preferivano la pasta con la marmellata - una cosa orribile - io la mangiavo alla mediterranea, con formaggio e pomodoro. Due etti sicuri, forse anche di più. I compagni che preparavano le grandi classiche facevano anche il carico serale con tre piatti abbondanti. Non so come facessero, io dopo un po’ mi fermavo perché non riuscivo a ingozzarmi del tutto. Ricordo che, durante le tre settimane di un Tour, quando ti svegliavi e non avevi appetito, significava che eri “cotto”. Per fortuna mi è capitato raramente».