Bob a quattro

«Se sono una leggenda del bob è grazie al film sui giamaicani»

Edson Badilatti è alla sua sesta e ultima Olimpiade: «Mi innamorai della disciplina e da lì tutto ebbe inizio»
©Athit Perawongmetha
Maddalena Buila
20.02.2026 06:00

Con i Giochi in dirittura d’arrivo, è finalmente tempo anche del bob a quattro. Al via ci sarà anche la squadra brasiliana, messa in piedi dalla leggenda verdeoro di questo sport Edson Bindilatti, alla sua sesta e ultima Olimpiade. «Un giorno mi consigliarono di guardare l’epico film sul team giamaicano Quattro sotto zero. Mi innamorai della disciplina e da lì tutto cominciò. L’obiettivo a Milano-Cortina? Una medaglia».

Quando si dice bob solitamente si dice Germania. I tedeschi sono storicamente i dominatori di questa disciplina. Ma forse, ancora prima che a loro - e soprattutto per chi non mastica questo sport - si pensa alla sorprendente storia della Giamaica. Quella Giamaica che nel 1988 partecipò ai Giochi di Calgary. L’idea nacque ispirandosi agli atleti connazionali dello sprint su pista, che avevano l’esplosività ideale per la spinta iniziale del bob. Non vinsero medaglie, ma conquistarono il cuore del pubblico. La loro vicenda divenne poi ancor più celebre grazie al film Cool Runnings - Quattro sottozero, uscito nelle sale nel 1993. Da allora la Giamaica è tornata più volte alle Olimpiadi invernali, diventando un simbolo di come anche un Paese tropicale possa competere negli sport su ghiaccio. Una storia che ha ispirato molti, tra questi anche un giovane brasiliano: Edson Bindilatti. Lui che nel tempo è diventato invece una leggenda del bob verdeoro e che ora è pronto ad andare in pensione, dopo sei Olimpiadi. «Ma da ragazzo non sapevo niente di bob - ci racconta il 46.enne di Camamu. Un giorno, chiacchierando con alcuni amici, mi chiesero se avessi visto il film sui bobbisti giamaicani. Risposi di no e loro me lo consigliarono. Lo guardai e me ne innamorai. Prima di me il bob in Brasile non esisteva. Così ho iniziato a reclutare persone. Sono personal trainer, quindi capitava di allenare un ragazzo e, se mi sembrava adatto, di convincerlo a entrare nel team. Molti non sapevano nemmeno che sport fosse, ma li motivavo dicendo che avrebbero girato il mondo (ride, ndr). Tra l’altro abbiamo un bellissimo rapporto con la squadra giamaicana, siamo amici. Però in gara resteremo davanti a loro (altra risata, ndr)».

Tra ambizioni e occhi lucidi

Lo abbiamo già detto. Queste Olimpiadi saranno speciali per Edson, ma non solo perché saranno le ultime. «Questo è sicuramente un aspetto che le rende particolari, ma saranno uniche anche per lo stato in cui ci presentiamo in pista. Siamo più preparati che mai. Corpo e mente sono al 100%. Ho lavorato davvero duramente per questi Giochi e ho intorno a me dei cavalli che spingono fortissimo. Abbiamo fatto un’ottima preparazione stagionale. I nostri obiettivi? Puntiamo a una medaglia. Per forza. Se così non fosse potremmo già considerarci sconfitti. Affronteremo squadre fortissime, ma potremo contare sull’effetto sorpresa. Siamo gli underdog e questo è un vantaggio (sorride, ndr)».

Lo storico pilota della squadra brasiliana, anche solo con minimi accenni, torna più volte sull’imminente pensionamento. Doveroso, dunque, insistere sulla questione. Ma questo passaggio di consegne lascia o meno un po’ di tristezza in Edson Bindilatti? «Beh, un po’ sì - ammette il 46.enne con gli occhi lievemente lucidi -. Questi Giochi però saranno il posto perfetto per chiudere il cerchio. Il nome Cortina mi ricorda quello di “curtain” (tenda in inglese, ndr). Il sipario che scende e lo spettacolo che finisce. Meglio di così non poteva andare (ride, ndr). Il futuro però è assicurato. I miei ragazzi sono bravissimi e io trasmetterò loro tutta la mia esperienza. Sono lottatori veri. Lo può confermare Davidson, che è vivo per miracolo».

Il miracolo di Davidson

Sì, quello che è capitato a uno degli interni del team verdeoro ha dell’incredibile. Dopo le storie di clamorose riabilitazioni in vista delle Olimpiadi - con quelle di Lindsey Vonn e Fedrica Brignone tra le più raccontante -, anche il bob ha il suo eroe. «Ho rischiato di morire - chiarisce Davidson de Souza . Ho gareggiato per un periodo con la squadra canadese prima di rientrare in Brasile. Durante un allenamento, nel dicembre 2024, un compagno ha piazzato incautamente un altro bob sulla pista su cui mi stavo lanciando. L’ho colpito frontalmente a circa 50 km/h. Per fortuna ha sentito un urlo un attimo prima dell’impatto e, d’istinto, ho alzato la testa. Ho rotto “solo” le gambe. In seguito alla prima delle operazioni a cui mi sottoposi, mentre avevo nelle gambe titanio e bulloni, dissi al chirurgo che dovevo rimettermi in tempo per i Giochi. Lui mi disse che potevo scordarmi le Olimpiadi con il Brasile e che mi sarebbero serviti più di due anni per riprendermi. Io gli risposi che invece sarei tornato. Ho lottato come un leone, ci ho creduto con tutto me stesso e ho costretto il mio corpo a seguire la mia mente. E ce l’ha fatta».

Niente spazio per le critiche

La squadra di Edson Bindilatti si presenta in perfetto stile brasiliano: sorrisi, risate e battute scandiscono il tempo della nostra chiacchierata. Quando si tocca il tasto dolente delle infrastrutture largamente contestate di Milano-Cortina - di cui fa parte anche la pista di bob di Cortina costruita ad hoc per i Giochi e senza una destinazione futura -, i volti degli atleti verdeoro si fanno seri. Anche quello di Davidson: «Sì, abbiamo sentito di queste polemiche, ma onestamente noi non vogliamo pensarci. Per noi essere qui è un sogno e vogliamo rimanere concentrati al 100% su quello che dobbiamo fare in pista. Tutto il resto non conta».

Sì, è un sogno per i ragazzi brasiliani, soprattutto perché per nessuno di loro il bob è un vero lavoro. Anzi, devono impegnarsi duramente con altri impieghi per potersi permettere di gareggiare, dedicando a questo sport gran parte del loro tempo libero e delle vacanze. «Purtroppo no, non viviamo di bob - continua de Souza. Oltre allo sport dobbiamo forzatamente lavorare. Alcuni di noi fanno il personal trainer, altri studiano avvocatura o medicina all’università, mentre altri fanno consegne a domicilio. Forse solo in Germania si riesce a vivere di questo sport. È una disciplina molto costosa, bisogna viaggiare molto e acquistare tanto materiale. Ma ora non pensiamo a questi aspetti, pensiamo alle Olimpiadi e a creare la sorpresa (sorride, ndr)».

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