«Sinner non lascia nulla al caso ed è simpaticissimo. Sognavo Parigi, ora di portare una ragazza al numero uno»

«Da bambina avevo un sogno: vincere Parigi ed entrare nelle prime dieci del mondo». Francesca Schiavone lo racconta oggi con la serenità di chi quel sogno è riuscita a trasformarlo in realtà. Dietro il Roland Garros alzato nel 2010, prima italiana a conquistare un torneo del Grande Slam, resta soprattutto il percorso: «Ci ho messo tantissimi anni per raggiungerlo. È stato un lavoro non soltanto tennistico, ma anche di crescita personale. Guardandomi indietro, è stata la scelta più bella che potessi fare».
La campionessa milanese è stata protagonista allo Splash e Spa Tamaro di una serata organizzata da Anna Celio, direttrice della struttura, e condotta dal giornalista Enrico Carpani. Un incontro che dal tennis ha allargato lo sguardo alla pressione, alle vittorie e alle sconfitte e alla nuova vita da allenatrice.

Il punto di partenza resta Parigi. Schiavone racconta di essersi sentita a casa sulla terra rossa fin da bambina. Prima la ginnastica artistica, poi la scelta di uno sport individuale. Con il primo preparatore mentale arrivò una dichiarazione che allora poteva sembrare sproporzionata: «Voglio vincere Parigi».
Quel successo, insiste, non nacque però nelle due settimane del Roland Garros. «La vittoria è il risultato di un lavoro lungo, tortuoso. Devi capire chi sei, crescere, dare risposte. Nel tennis ogni settimana si parla di vittoria o sconfitta e sei continuamente sottoposto al giudizio». Alla vigilia di una delle partite decisive, il suo preparatore mentale la lasciò davanti alla scelta di scendere o meno in campo: «La pressione era enorme: ero pronta, ma non volevo vedere quella partita importante che avevo davanti».
Oggi l'Italia celebra una nuova stagione d'oro del tennis, ma per Schiavone i successi attuali sono anche il risultato della strada aperta da chi è arrivato prima: da Adriano Panatta alla generazione femminile che, con lei e Flavia Pennetta, portò l'Italia ai vertici. «La generazione che precede un grande campione stimola e favorisce il lavoro di chi arriva dopo. Penso che siamo tutti parte dei risultati dei campioni di oggi». Lo ha vissuto con Pennetta: «Io entro nelle prime dieci, Flavia arriva e mi supera, poi la supero io. Quando vedi qualcuno vicino a te che ce l'ha fatta pensi: allora posso farlo anch'io».
È dentro questa continuità che colloca Jannik Sinner, diventato a sua volta un riferimento per chi lo segue. «È una persona molto seria, lavora tantissimo. Ed è simpaticissimo, cosa che magari dalla televisione non passa. Non lascia niente al caso, studia tutti i giorni». Schiavone difende anche la necessità del numero 1 al mondo di proteggere tempo ed energie: «Quando si dice: “Perché non viene a Sanremo?”, bisogna guardare dove cade il Festival nel suo calendario. Per lui certe cose non sono possibili».

Il tennis, intanto, è diventato più rapido e fisicamente esigente. Tecnologia, statistiche e video permettono di preparare ogni dettaglio, mentre sul campo dominano velocità e aggressività. «C'è stata un'evoluzione, ma anche un'involuzione: oggi c'è talmente tanta forza che chi riesce a usare l'intelligenza e ad avere qualcosa di diverso può fare la differenza». E la pressione è continua: «Fai qualsiasi passo e o ti massacrano o ti fanno diventare un dio. È tutto esasperato».
Schiavone questa realtà continua a viverla dall'altra parte del campo. Dopo il ritiro sono serviti anni per accettare di non essere più al centro: «Se sei stato un atleta di altissimo livello sei sempre tu a fare il primo passo. Imparare a non farlo mi è costato tantissimo». Oggi lavora con i giovani attraverso lo Schiavone Club di Varese. Tra loro anche Lilli Tagger, una delle grandi promesse del tennis mondiale: «La cresciamo con il mio team da quando aveva 15 anni. È uno dei doni più belli. L’obiettivo è portarla al numero uno del ranking WTA. Registratelo bene, perché se ci riusciamo...».
Una nuova prospettiva che ha dovuto imparare: «Prima ero io la protagonista, adesso quello che penso può avere un senso, ma devo seguire quello che sente il ragazzo o la ragazza che alleno. E comunque sono io che ringrazio i giovani che alleno, non il contrario. Osservandoli imparo tantissime cose».
Nessun rimpianto, dunque? «Che rammarico dovrei mai avere? Ho vissuto una vita bellissima giocando a tennis, viaggiando, conoscendo tantissimo. È stato stupendo e mi sono sentita una privilegiata. Anche se, a dirla tutta, quel secondo Slam, sempre a Parigi, un po' mi è rimasto di traverso…».
