Sui giocatori iraniani una «pressione enorme»: quando la partita non è solo calcio

Si avvicina la prima partita dell’Iran ai Mondiali di calcio 2026, mentre le tensioni tra Washington e Teheran sono tutt’altro che sopite. La formazione mediorientale si presenta all’incontro con la Nuova Zelenda, in programma il 6 giugno alle 3 di notte (ora svizzera) a Los Angeles, con quello cha la BBC definisce un «pesante bagaglio politico», praticamente senza precedenti nell’ambito dei Mondiali. Già, perché uno dei Paesi organizzatori dell’evento, gli Stati Uniti, è tuttora in guerra con l’Iran, in attesa di un accordo di cessate il fuoco previsto per venerdì prossimo.
Il percorso americano della Nazionale iraniana è partito in salita, tra problemi con i visti, e lo spostamento del campo base da Tucson, in Arizona, alla città messicana di Tijuana, al confine con gli Stati Uniti.
Ieri il presidente USA Donald Trump ha annunciato sul social Truth un accordo per cessare le ostilità e riaprire lo Stretto di Hormuz. Il ritorno della navigazione attraverso l’importante rotta commerciale, ha fatto sapere il tycoon, è «previsto per venerdì, in concomitanza con la firma dell'accordo e per consentire le operazioni di sminamento. Il petrolio tornerà a fluire liberamente, a beneficio sia della regione che del resto del mondo!». Trump ha poi aggiunto: «Questo grande accordo (con l’Iran, ndr) porterà pace e sicurezza nell'intera regione. Molti presidenti hanno tentato di raggiungere la pace con l'Iran, ma tutti hanno fallito prima di me. Per la prima volta, i leader della regione hanno trovato un presidente in grado di aiutarli a conseguire una pace reale».
L'attaccante iraniano Mehdi Taremi, in vista del match contro la Nuova Zelanda, ha evidenziato come la tensione tra il suo Paese e gli Stati Uniti «mini la gioia dei Mondiali»: «Ho percepito la tensione fin dal primo momento in cui siamo arrivati. La tensione era già presente ancor prima del nostro arrivo» ha commentato. E ancora: «Come calciatori della nazionale, giochiamo per ogni singolo iraniano, sia quelli della diaspora sia quelli che vivono in Iran. In ogni Paese le persone hanno opinioni diverse. Noi siamo qui per unire le persone e portare gioia. Ognuno ha diritto alla propria opinione. Non ci occupiamo di politica», ha infine avdenziato il giocatore.
Il responsabile della delegazione iraniana, Amir Ghalenoei, ha però dichiarato alla BBC che lo spostamento della base operativa e i problemi con i visti hanno inevitabilmente influito sui preparativi delle partite: «Senza ombra di dubbio, questo tipo di comportamento ha inciso negativamente sullo spirito sportivo. Il calcio dovrebbe unire nazioni e culture. Dovrebbe portare gioia. Queste circostanze hanno influenzato la nostra concentrazione, ma ho cercato di fare in modo che i giocatori si concentrassero sulla strategia e sulla prestazione», ha affermato, aggiungendo che la squadra è arrivata in ritardo, avendo così poco tempo per adattarsi al nuovo ambiente. «Ma so quanto questi giocatori siano determinati a dare il massimo», ha rassicurato Ghalenoei.
Si prevede che nelle prossime ore molti iraniano-americani si recheranno al SoFi Stadium di Los-Angeles per la partita d'esordio dell'Iran ai Mondiali contro la Nuova Zelanda, ma molti tifosi, probabilmente saranno lì per protestare, non per applaudire. Secondo diversi membri della diaspora, la squadra nazionale di calcio non è altro che un'estensione del Regime islamico.
La FIFA, tra l'altro, ha vietato l’utilizzo della bandiera del Leone e del Sole, quella risalente al periodo pre-rivoluzionario, un simbolo molto importante per molti iraniani che vivono all'estero. Una decisione, questa, che ha suscitato le proteste di parte dei membri della diaspora, molti dei quali avversi alla Repubblica islamica degli ayatollah.
«Non potete venire a Los Angeles e dirci che non possiamo esporre la bandiera del Leone e del Sole. Questa è la più grande comunità iraniana al di fuori dell'Iran. Molti di noi sono arrivati qui dopo la rivoluzione. Ci opponiamo al divieto imposto dalla FIFA e siamo solidali con il popolo iraniano. È un peccato che il regime trasformi gli atleti in portavoce» ha criticato, citato dalla BBC, l'attivista Arezo Rashidian, che sta contribuendo a organizzare le manifestazioni fuori dallo stadio.
Secondo il giornalista sportivo Samindra Kunti, «per la squadra iraniana non c'è possibilità di vittoria. Date le circostanze, le pressioni politiche, la sede delle partite e la diaspora a Los Angeles, sono sottoposti a una pressione enorme». Per Kunti, i giocatori subiscono continue pressioni dalla patria, dalla nazione ospitante e dai membri della diaspora, determinati a far sentire la propria voce di dissenso.
