Tadej Pogacar, la botta più brutta

Tadej Pogacar non ha mai dato l’impressione di essere una persona scaramantica. È uno che vive il ciclismo con grande competitività, certo, ma anche con leggerezza, senza lasciarsi condizionare troppo da ciò che si dice di lui. Chissà, però, se rileggendo quanto scritto alla vigilia della Vuelta, anche su queste pagine, non pensi che un po’ gliel’abbiamo tirata. Scrivevamo che «Pogi» avrebbe potuto perderla soltanto se fosse successo qualcosa che andasse al di fuori del suo controllo. Un imprevisto, un problema di salute, una caduta. Eventi rari nella sua carriera. Non eravamo certo i soli, come detto: il senso generale dei discorsi era lo stesso un po’ ovunque, perché sul piano sportivo il divario con gli avversari appariva incolmabile. E infatti, fino a sabato, stava andando proprio così, con lo sloveno saldamente vestito di rosso dal primo giorno di corsa. Poi, a una trentina di chilometri dal termine di una tappa che per lui rappresentava poco più di una giornata di trasferimento, l’imprevisto ha preso forma. E lo ha fatto in un sasso sull’asfalto, impossibile da evitare. La caduta è stata brutta e lo si è capito subito. Le notizie arrivate già nella stessa serata lo hanno confermato: commozione cerebrale, frattura di una vertebra cervicale e della clavicola sinistra, che necessiterà di un’operazione.
Solo contrattempi
Una caduta sfortunata, con conseguenze importanti, ma anche piuttosto frequenti nel ciclismo. Ma che questa volta fa tanto rumore perché toglie di scena il grande favorito della corsa, colui che catalizzava tutta l’attenzione. Ma soprattutto perché lui, Tadej Pogacar, mai lo avevamo visto così vulnerabile e sofferente. Lo avevamo già visto cadere, certo. Negli ultimi anni, addirittura con una certa frequenza e in momenti importanti. Quasi sempre però quei capitomboli non erano stati che un contrattempo. Detto in altre parole: Pogacar cadeva, poi si rialzava e continuava a fare il Pogacar. Pensando soltanto all’ultimo anno e mezzo: alle Strade Bianche del 2025 scivola violentemente, poi riparte insanguinato con la maglia strappata e vince; al Tour dello stesso anno finisce a terra a Tolosa e il giorno dopo domina ad Hautacam, riprendendosi la maglia gialla; alla Sanremo di quest’anno cade poco prima della Cipressa, rientra e infine trionfa in via Roma.
L’ultima caduta che lo aveva davvero messo fuori gioco risaliva alla Liegi del 2023. Allora si era fratturato il polso sinistro ed era stato operato. Era aprile e quell’incidente finì per accompagnarlo fino al Tour (chiuso secondo), togliendogli settimane di preparazione. Questa volta però i danni sono più importanti. E per la prima volta nella carriera lo costringono al forfait in una corsa a tappe.
Un conto in sospeso
La Vuelta naturalmente per quest’anno è andata, ma forse non è il problema più grande. Il Mondiale di Montréal, tra meno di un mese, appare oggi realisticamente inimmaginabile, e con esso la possibilità di una tripletta iridata. Anche il resto dell’autunno, su tutti l’Europeo nella sua Slovenia, è ovviamente incerto. Ci sarà poi, più in avanti, da capire come reagirà alla prima vera grande botta della sua carriera, dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. E soprattutto, come questa cambierà i suoi programmi a lungo termine. Pogacar era tornato alla Vuelta sette anni dopo il debutto per conquistare l’unico Grande Giro che ancora gli manca. Se l’avesse vinta, era facile immaginare che sarebbe uscita dalle sue priorità, concentrando tutte le energie agli ultimi obiettivi ancora da raggiungere (Roubaix e Olimpiadi su tutti). Adesso il discorso cambia. Ovviamente non sappiamo se sarà al via della Vuelta già nel 2027, quello che è certo è che un giorno lo farà, e a quel punto avrà pure un conto in sospeso da saldare.