Carlos Alcaraz: «È un onore essere nei libri di storia»

Sulla lunga scalinata che porta all’Olimpo del tennis, Carlos Alcaraz è salito di un altro gradino. Un altro passo nella leggenda. Un nuovo grande primato di precocità. Con il trionfo agli Australian Open, ottenuto ai danni di un combattivo Novak Djokovic, lo spagnolo numero 1 al mondo è diventato il nono giocatore a firmare tutti e quattro i tornei maggiori (il cosiddetto Career Grand Slam) e soprattutto il più giovane a centrare l’impresa con i suoi 22 anni e 272 giorni. Il precedente record apparteneva allo statunitense Donald Budge, che completò l’opera nel 1938 a 22 anni e 363 giorni.
Alla Rod Laver Arena, sotto gli occhi di Rafael Nadal, Carlitos ha battuto il vecchio leone serbo in quattro set, dopo aver perso il primo, chiudendo i conti dopo tre ore e due minuti di gioco. È finita 2-6, 6-2, 6-3, 7-5. Per Alcaraz è il settimo Slam su otto finali disputate (l’unica persa è quella dell’anno scorso a Wimbledon contro Jannik Sinner). Complessivamente, per l’iberico è il 25. titolo in carriera su 33 finali disputate.
Non è stato facile
A titolo di paragone, Rafael Nadal aveva già compiuto 24 anni quando ha realizzato il Career Grand Slam nel 2010 a New York. Roger Federer ne aveva quasi 28 quando ha infine trionfato al Roland-Garros nel 2009. E Novak Djokovic ne aveva appena compiuti 29 al momento della sua prima incoronazione sulla terra rossa di Parigi. «È un onore scrivere il mio nome nei libri di storia», ha commentato Alcaraz. «Avevo in mente di conquistare il Career Grande Slam e ogni volta che sono venuto in Australia, ho concentrato la mia preparazione fuori stagione per essere pronto a vincere il torneo. Fino a oggi non era andata bene, quindi sono molto felice di aver continuato a lavorare per raggiungere questo obiettivo e di avercela fatta. Questa volta la mia preparazione è stata diversa e per nulla facile. Molti dubitavano del mio livello a Melbourne, dove non avevo mai superato i quarti di finale. Quindi, sono arrivato con la voglia di ottenere di più, con l’ambizione di sollevare il trofeo, cercando di essere abbastanza forte mentalmente da non ascoltare ciò che la gente poteva dire. Ed è un sogno che si è avverato».
Nuovi obiettivi
Per Alcaraz, è inoltre il primo Slam vinto senza il suo ex allenatore Juan Carlos Ferrero, dal quale si è separato a metà dicembre. «Non direi che questo aspetto mi ha motivato di più. Volevo semplicemente giocare per me stesso e per la mia squadra. Sappiamo tutti quanto mi sono impegnato durante la pausa. Sono felice di aver dimostrato che chi dubitava di me aveva torto».
Il numero uno al mondo potrebbe ora pensare al Grande Slam nell’anno solare: «È una cosa molto grande, a essere sincero. Voglio solo affrontare gli Slam uno dopo l’altro. Il prossimo sarà il Roland-Garros. Ho dei ricordi molto belli di Parigi, ma non voglio mettermi troppa pressione dicendomi che devo assolutamente vincerlo. Mi riposerò, mi preparerò e mi allenerò bene per giocare al meglio il prossimo major. Ma ci sono anche altri tornei che vorrei vincere almeno una volta nella mia vita. Ad esempio, vorrei collezionare tutti i Masters 1000, ma me ne mancano ancora alcuni (Canada, Shanghai e Parigi, ndr.). Poi ci sono anche le ATP Finals e la Coppa Davis».
Ma Carlitos è consapevole della grandezza dei risultati già ottenuti fin qui? «Ci provo. Il tennis è uno sport bellissimo, ma il lato negativo è che si deve giocare ogni settimana e a volte non si ha il tempo di rendersi conto di ciò che si è appena fatto. Ho imparato a godermi ogni secondo dei momenti che viviamo. E non solo quando si alzano i trofei. So che sto scrivendo la storia con i miei successi, ed è un onore. Ora Alcaraz dovrà trovare uno spazio per un nuovo tatuaggio: «Ho già deciso: sarà un piccolo canguro su una gamba vicino a quello del Roland-Garros o a quello di Wimbledon».
«Nole», era un addio?
Novak Djokovic ha conosciuto per la prima volta l’amarezza della sconfitta in finale a Melbourne, dove ha vinto dieci volte. Impressionante venerdì in semifinale contro Jannik Sinner, nell'ultimo atto non è stato in grado di ripetere la prestazione contro il secondo «mostro» dell’ATP. Il suo primo set è stato esemplare, ma il peso degli anni si è comunque fatto sentire in seguito. «Quello che hai fatto è storico, leggendario», si è congratulato Djokovic con il giovane rivale, nato nel 2003, quando lui era appena diventato professionista. «Credo ancora in me stesso – ha poi aggiunto il fenomeno serbo – ma non pensavo di tornare ancora una volta a una cerimonia di premiazione di uno Slam. Solo Dio sa cosa ci riserverà il domani e cosa succederà tra sei mesi e ancor più tra dodici. Quindi grazie, è stata una grande avventura», ha detto enigmaticamente. Lo rivedremo a Melbourne?