Chi spezzerà il duopolio?

Dal 2024 le leggi che regolano il tennis maschile sono chiare: a dettare il mercato è il duopolio costituito da Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. Il recente Australian Open non ha fatto eccezione e per la nona volta consecutiva a sollevare il trofeo è stato uno dei due dominatori del circuito. Soltanto una volta - tra il Roland Garros del 2005 e lo US Open di due anni dopo - qualcuno era riuscito in un’impresa maggiore. La firmarono Federer e Nadal che arrivarono a quota 11, prima della prepotente intromissione di Novak Djokovic. Un terzo incomodo, a oggi, però pare non esserci. Sarà ancora il serbo - dimostratosi una volta di più competitivo - a vestire i panni del guastafeste?
Il punto debole di Sinner
Per quanto riguarda i due egemoni, a fronte delle recenti conferme giunte dal lato del trionfatore, Alcaraz, vi sono altresì state delle indicazioni meno confortanti per quanto riguarda Sinner. L’altoatesino, oltre a vedersi scappare il rivale - nel computo totale dei titoli Slam ora è sotto per 7 a 4 - non ha disputato un torneo particolarmente convincente. Certo, la sconfitta patita al cospetto di Djokovic in semifinale è stata anche, e soprattutto, il frutto di diversi episodi che non sono girati a suo favore. Ma il dato maggiormente preoccupante, perché a questo punto non si può più trattare di un caso, è quello relativo alle varie sconfitte patite nelle maratone in cinque set. Se, infatti, Alcaraz nella sua semifinale è riuscito a resistere al cospetto di Zverev - portando il suo bilancio a 15 vittorie e 1 sconfitta nel set conclusivo dei Major - Sinner è invece incappato in un’altra battuta d’arresto alla lunga distanza. Mai in carriera è riuscito a vincere un match che ha infranto la barriera delle 3 ore e 50 minuti, subendo di contro canto ben 9 sconfitte. Per Sinner, insomma, la preparazione atletica sarà il vero banco di prova nel corso dei prossimi mesi. Il numero due al mondo, d’altronde, aveva rischiato, e parecchio, di uscire di scena già al terzo turno, quando la sua tenuta fisica era ai minimi storici prima di essere salvato dall’interruzione forzata a causa delle condizioni climatiche proibitive.
Eppure, in un tabellone maschile che si è sostanzialmente sviluppato senza sorprese - tanto che per la prima volta nell’era Open sono giunte alla seconda settimana solamente teste di serie e che nei quarti di finale ve ne erano 7 delle prime 8 - appare francamente difficile trovare delle serie candidature per spodestare il duopolio costituito da Alcaraz e Sinner. I valori, da un po’ di tempo a questa parte, paiono essersi cristallizzati e, dunque, bisogna fare affidamento a una classifica che, mai come in questo momento, è profondamente significativa. Sì, perché con ampio distacco dal duo di testa, vi è la coppia formata da Djokovic e Zverev. Entrambi, non a caso, sono stati capaci di raggiungere il penultimo atto dell’Happy Slam, ma - per motivi differenti - su di loro permangono dei dubbi.
Zverev accusa: «Li proteggete»
Il tedesco - eliminato da Alcaraz in semifinale dopo addirittura 5 ore e 27’ - in Australia si è lasciato sfuggire l’ennesima opportunità per il tanto agognato primo successo Slam. Viste le condizioni precarie dello spagnolo, raggiungere quantomeno l’ultimo atto era pressoché doveroso. E invece - nonostante abbia potuto servire per il match - Zverev ha tremato, di nuovo. Una statistica impietosa - ossia l’unica vittoria in carriera sulle 15 sfide contro i top 5 a livello Slam - sembra delineare in maniera definitiva i suoi limiti. E questi vanno al di là del discusso medical time-out richiesto dall’iberico (in preda ai crampi) ed erroneamente concessogli. Zverev, di fronte alla mancata applicazione del regolamento si è sfogato, pronunciando un emblematico: «Li state proteggendo tutti e due». Sottintendendo, in questo modo, un favoreggiamento pure nei confronti di Sinner, sopravvissuto al già citato incontro con Spizzirri.
Nella gestione del suddetto match, per la verità, non vi è stata alcuna irregolarità. Il gioco - conformemente al protocollo previsto dall’«Australian Open Heat Stress Scale», un indicatore basato su 4 parametri ambientali - andava fermato in quel momento. E così è stato fatto.
L’occasione era irripetibile?
Controversie, queste, che hanno in qualche modo messo in luce alcune fragilità dei primi due giocatori del ranking. Anche Alcaraz e Sinner - soprattutto se sollecitati in condizioni ambientali avverse - sono umani e battibili. E qui, in sostanza, entra in gioco Novak Djokovic, il cui tentativo di rimpinguare il proprio bottino di Slam è stato nuovamente respinto al mittente da uno dei fenomeni della generazione Z. Il serbo - vista l’incapacità di Spizzirri e Zverev di approfittare delle situazioni favorevoli avute a disposizione - ha provato a risolvere l’incombenza autonomamente. Tuttavia, pensare di sconfiggere nello stesso torneo Alcaraz e Sinner - peraltro uno in fila all’altro - appare inverosimile, perfino per lui.
Djokovic, malgrado dei limiti anagrafici ormai insormontabili, è comunque riuscito nell’impresa di tornare a battere l’altoatesino. Ma in finale, al cospetto dell’iberico, la fatica si è fatta inevitabilmente sentire. Un’occasione del genere, però, rischia di non riproporsi più per Nole, che per mezzo dei ritiri di Mensik (prima ancora di scendere in campo) e Musetti (con l’azzurro avanti 2 set a 0) aveva salvaguardato parecchie energie nei turni precedenti. Melbourne - dove vantava un invidiabile record di 10 vittorie in altrettante finali - pareva inoltre essere il teatro ideale per battere nuovamente Alcaraz a 12 mesi di distanza dall’ultima volta. Quest’ultimo, invece, ha saputo conquistare il secondo Major consecutivo - dopo quello del 2025 a New York - sul cemento. Superficie, questa, che teoricamente gli era meno affine. E quindi cosa resta a Nole? Terra o erba? Maggiori chance, probabilmente, le avrà a Wimbledon, dove gli specialisti sono assai rari e questo potrebbe permettergli di perdere poche energie prima di arrivare al momento del dunque.
Nole, tra il ritiro e Los Angeles
Resta in mente, tuttavia, la frase sibillina pronunciata dal tennista di Belgrado durante la cerimonia tenutasi nella Rod Laver Arena: «Dio solo sa cosa succederà domani o tra sei mesi. È stata una grande avventura». In conferenza stampa, poi, ha fatto ancor più chiaramente capire che nel 2027 potrebbe non partecipare all’Australian Open. Il ritiro si avvicina? Sì, ma non va dimenticato che Djokovic ha già avuto modo di mettere nel mirino le Olimpiadi del 2028. Bisogna capire, quindi, come il serbo intenderà gestire le prossime stagioni in vista dei Giochi di Los Angeles. Non è da escludere che possa centellinare, ancor più di quanto fatto nel recente passato, le sue presenze nel Tour a beneficio di un solo grande appuntamento.
