Rémy Bertola a un passo dal tempio del tennis: «L'erba si addice al mio gioco»

Manca solo un passo. Piccolo, per certi versi. Ma enorme, in termini simbolici. Poi, il sogno di una vita intera si potrebbe concretizzare. Al secondo tentativo – il primo era andato in scena un mese fa a Parigi – Rémy Bertola (ATP 187) è vicinissimo a realizzare un’impresa, ossia qualificarsi nel tabellone principale di un torneo del Grande Slam. E non uno qualsiasi, verrebbe da aggiungere, perché il ticinese – che tornerà in campo domani, al cospetto del britannico Max Basing (331) – si ritrova ormai a un solo successo dall’accesso nel «main draw» di Wimbledon, il torneo più affascinante e glorioso di questo sport.
Differenze tra Parigi e Londra
Dopo essersi imposto al primo turno delle qualificazioni – con il punteggio di 2-6 7-6 (3) 6-1 sul canadese Liam Draxl (158) – Bertola è riuscito a ripetersi oggi pomeriggio, al cospetto dell’austriaco Jurij Rodionov (139). E, ancora una volta, il ticinese ha vinto in rimonta grazie alla conquista del tie-break nel secondo parziale e dominando, di fatto, la frazione conclusiva: in 2 ore e 6 minuti ha chiuso con il risultato di 4-6 7-6 (4) 6-2. «Sì – ci ha confermato il tennista rossocrociato – l’andamento dei due confronti è stato molto simile. Vincere in questo modo dimostra che la mia tenuta fisica è ottima. Nei tie-break, inoltre, sono riuscito in entrambi i casi a prendere subito il vantaggio, mettendo sotto pressione i miei rivali». E pensare che, sul finire del secondo set, la situazione si era fatta assai scomoda, per Rémy. Il caldo atroce, infatti, ha comportato un guasto al sistema di arbitraggio elettronico automatizzato. Senza i giudici di linea, e con l’occhio di falco fuori uso, su tutti e sedici i campi di Roehampton – il sobborgo a sud-ovest di Londra dove si svolgono le qualificazioni – il gioco è stato sospeso per circa un’ora.
Il secondo set tra Bertola e Rodionov, in quel momento, era fermo sul 4-4 e 0-15 con l’elvetico al servizio. Alla ripresa delle operazioni, insomma, il momento era particolarmente delicato. «La pausa – ci ha rivelato il 27.enne – mi ha però aiutato. Una situazione del genere l’avevo vissuta a Parigi, quando il mio match era stato sospeso a causa della pioggia e in seguito all’interruzione ero riuscito a ribaltare la sfida. Lo scenario, qui, non è stato esattamente il medesimo, ma quando siamo stati fermati ne ho approfittato per fiondarmi in doccia, provando così ad abbassare la temperatura corporea. Al rientro in campo, non ho cambiato la tattica – che era chiara fin dall’inizio – ma ho senz’altro giocato con maggiore lucidità». Dall’esperienza vissuta al Roland Garros, insomma, ha tratto insegnamenti importanti, anche se il contesto – ci ha raccontato – è ben diverso. «A Parigi ritrovi giocatori del calibro di Djokovic e Sinner a due passi da te, mentre a Wimbledon finché non superi le qualificazioni non hai proprio l’accesso alla struttura principale del torneo. Io, in generale, sento di esaltarmi sui grandi palcoscenici. Ad esempio, il fatto di essere ancora imbattuto in Coppa Davis non lo considero un caso. Non penso sia una questione di motivazioni, bensì di gestione della pressione».
Pressione supplementare?
Domani – a partire dalle 12 circa, sul campo 2 – Bertola incrocia la racchetta con la wild card britannica Max Basing. Una partita, tra l’altro, che a differenza dei primi due turni si disputa – esattamente come accade nel tabellone principale – al meglio dei cinque set. «Affrontare un beniamino del pubblico di casa – ha confessato il ticinese – non mi dispiace, in termini di atmosfera». Certo è che il suo rivale – mai affrontato in carriera – è più giovane di lui, ha una classifica inferiore ed è alla prima apparizione assoluta a un Major. I favori del pronostico, insomma, potrebbero pendere dalla parte del rossocrociato, che però non pare esserne particolarmente toccato. «Coloro che si sono imposti già a livello junior e hanno avuto presto l’accesso al circuito principale possono provare un altro tipo di sensazione, quando si trovano a dover competere contro un profilo del genere. Può subentrare un misto tra il timore di perdere e l’obbligo di vincere. Ma questo non è il mio caso».
Anche Rémy, seppur vicino ai 28 anni, sta infatti sperimentando i primi approcci con un Major. «Non sento alcuna pressione supplementare, proprio perché questa opportunità – che ci siamo guadagnati – è la stessa per entrambi». La posta in palio, comunque, non è indifferente e Rémy Bertola potrebbe diventare, nel singolare maschile, il primo ticinese a guadagnarsi un posto nel «main draw» di Wimbledon dai tempi di Claudio Mezzadri, che ci riuscì per la sua terza e ultima volta nel 1992, ben 34 anni or sono. «Fa un certo effetto – ha ammesso sorridendo – e passare eventualmente da Roehampton all’impianto vero e proprio dell’All England Club cambierebbe l’intera prospettiva. Entrerei nel tempio del tennis».
A Nottingham la rivelazione
Se si guarda al percorso di crescita del ticinese, un aspetto, più di ogni altro, impressiona. Prima di giocarsi l’accesso al Major di Church Road, infatti, il giocatore classe 1998 non aveva mai avuto modo di sperimentare l’erba. Eppure, i suoi primi passi su questa superficie – tanto elitaria quanto insidiosa – sono stati a dir poco brillanti. Tanto che, nel Challenger 125 di Nottingham, Bertola ha messo in fila la bellezza di cinque successi, prima di inchinarsi in semifinale all’australiano Christopher O’Connell (123). «Diversi dei miei colleghi – ha raccontato – sono rimasti di stucco quando ho rivelato loro che si trattava della mia prima volta assoluta sull’erba. Appena prima di partire ho preso le scarpe adatte a questa superficie, poi – dopo due orette di allenamento – ho debuttato con un successo. La vittoria al primo turno di qualificazione – di fronte alla wild card britannica William Jansen (1592) – mi è servita davvero tantissimo per capire quelle che, con il mio team, chiamiamo le ‘‘regole del gioco’’. Sull’erba è più difficile cambiare direzione dello scambio e si usano colpi diversi. Lo slice, per dire, viene valorizzato e il mio stile di gioco penso si sposi bene con questa superficie».
La sorpresa, per il ticinese cresciuto a Lugano, è stata quindi tutto sommato relativa. «Sì, perché sono conscio del lavoro che sto svolgendo al fianco del mio allenatore e, soprattutto, del mio preparatore atletico. Da un anno a questa parte – ha spiegato – mi sto godendo ogni momento e provo un gran piacere nel giocare a tennis». La classifica, attualmente la migliore ottenuta in carriera, non fa altro che riflettere il suo stato mentale. «In un certo senso, sento di essere diventato più maturo: mi conosco meglio e di conseguenza migliora pure la gestione della mia quotidianità. Il tutto, allora, influisce positivamente sulla mia tranquillità emotiva in campo».
