Ventitré anni dopo Roddick, l’America torna a sognare

New York, 25 agosto 2003, opening night degli US Open. Pete Sampras, detentore del titolo, non gioca da un anno. Ma per ufficializzare il suo ritiro, l’uomo dei 14 titoli Slam (un record, all’epoca) sceglie proprio il cemento dell’Arthur Ashe Stadium. A rendergli omaggio, tra gli altri, ci sono Andre Agassi, Jim Courier e John McEnroe. Un bel pezzo di storia del tennis americano. «Pistol Pete» si commuove. E con lui il pubblico, comunque ottimista per il futuro delle racchette a stelle e strisce. Agassi ha già 33 anni, ma affronta il torneo da numero uno. Non solo: tra i quattro migliori giocatori al mondo c’è un altro statunitense, il quasi 21.enne Andy Roddick. Più che una promessa.
Un degno erede
Roger Federer, numero 2 del ranking, ha da poco conquistato il suo primo Slam a Wimbledon. Ma a New York il basilese esce di scena già agli ottavi, battuto dall’argentino David Nalbandian, destinato a diventare la sua bestia nera. Rafael Nadal non ha ancora vinto un torneo ATP e agli US Open non è neanche testa di serie. La sua eliminazione al secondo turno, per mano del marocchino El Aynaoui, non fa rumore. E Novak Djokovic? Beh, lui ha solo 16 anni e ha appena iniziato a frequentare il circuito ITF.
La mina vagante del tabellone è lo spagnolo Juan Carlos Ferrero, numero 3, che infatti sorprende Agassi in semifinale. Le speranze americane sono sulle spalle di Roddick, alla sua prima finale Slam. Un peso mica da poco, ma l’erede designato di Sampras non trema, dominando Ferrero in tre set. La grande tradizione del tennis americano è in buone mani e per «A-Rod» sembra solo il primo di molti Slam. E invece no. Resterà l’unico. Roddick giocherà altre quattro finali major, tre a Wimbledon e una a New York. Tutte contro Federer. Tutte perse. Ma c’è di più: dagli US Open 2003, nessun tennista statunitense ha rimesso le mani su un titolo maschile del Grande Slam.
L’illusione di Fritz
Sembra incredibile: 23 anni senza un vincitore americano nei major. Mentre le sorelle Williams dominano la scena, il tennis maschile statunitense arranca. Le occasioni ci sono. Detto di Roddick e dell’incubo Federer (che a Wimbledon 2009 lo batte 16-14 al quinto), anche Agassi torna un’ultima volta in finale, agli US Open del 2005. Pure lui, però, si trova davanti un intrattabile Roger. E poi c’è Taylor Fritz, che raggiunge l’ultimo atto a New York nel 2024, venendo sconfitto nettamente dal nuovo re, Jannik Sinner. Ora la storia torna a bussare. Agli US Open 2026 ci sarà sicuramente uno statunitense in finale: Ben Shelton (ATP 9) affronterà infatti il connazionale Frances Tiafoe (12.) al penultimo atto.
Balzo in classifica
Shelton ha eliminato Carlos Alcaraz al quinto set, al termine di una maratona di 4 ore e mezza conclusasi alle 3.30 di notte (una follia che di certo non fa bene al tennis). Dall’alto dei suoi 193 cm, il 23.enne mancino ha chiuso con un ace da 238 chilometri all’ora il match che lo farà risalire almeno al quinto posto della classifica ATP. Shelton potrebbe assicurarsi un ulteriore balzo in avanti battendo il 28.enne Tiafoe, dal canto suo reduce da un altro derby americano con il 22.enne Alex Michelsen (ATP 46), nuova speranza a stelle e strisce, sconfitto dopo 5 ore.
Per molti osservatori, l’impresa compiuta contro un provato Alcaraz potrebbe aver sbloccato definitivamente Ben Shelton, da sempre considerato un predestinato. Nel 2023, appena ventenne, è arrivato fino alle semifinali degli US Open, diventando così il più giovane americano a raggiungerle dai tempi di Michael Chang nel 1992. Sarà la volta buona? Il tennis statunitense aspetta – e spera – da 23 anni.
