Wimbledon 2026, Berrettini regala l'applauso e l'asciugamano a Wawrinka: l'addio che fa piangere il tennis

C'è un momento, nel tennis e nella vita, in cui il risultato smette di essere l'unica cosa che conta, volendo citare Giampiero Boniperti. Un momento in cui ciò che rimane impresso non è il punteggio sul tabellone, ma un gesto – semplice, istintivo, sincero – che vale e racconta più di mille parole. Quel momento è arrivato ieri sera, a Wimbledon, e l'hanno vissuto Matteo Berrettini e il nostro Stan Wawrinka.
Quattro ore e mezza di eternità
La partita era stata una maratona dell'anima. Quattro set, tutti al tie-break, oltre quattro ore e mezza di battaglia sotto il cielo di Londra. Da un lato, Matteo Berrettini, il gladiatore romano che, sull'erba, si trasforma in qualcosa di inarrestabile: qui, d'altro canto, nel 2021 aveva disputato la finale. Dall'altro, Stan Wawrinka, 41 anni portati con la grazia di un campione che non ha mai smesso di crederci, tre Slam in bacheca e un cuore troppo grande per arrendersi senza lottare. Lo svizzero, lo sappiamo, lascerà il circuito a fine stagione.
Il punteggio finale – 6-7, 7-6, 7-6, 7-6 – dice relativamente poco rispetto a ciò che è accaduto sul campo. Il secondo tie-break, vinto da Berrettini per 18-16, è stato un duello infinito, quasi un romanzo racchiuso in pochi minuti, con ogni punto che valeva un'intera partita. Per Wawrinka il ritiro è vicino, è nell'aria da mesi come detto. E il pubblico, secondo logica, lo sapeva. Ogni suo colpo, non a caso, è stato accompagnato da un fremito diverso, da quell'applauso caldo e malinconico che si riserva ai grandi quando li vedi per l'ultima volta sul palcoscenico che amano di più.
Il primo gesto: «Prima tu, Stan»
Prima ancora che la partita cominciasse, nel tunnel che conduce al Court 1, è andato in scena un momento che in pochi hanno visto ma che, per fortuna, i canali social di Wimbledon hanno intercettato. Un inserviente si avvicina ai due giocatori e comunica che, volendo, possono entrare insieme in campo. Di norma, pur non essendoci una regola fissa, il giocatore peggio classificato entra per primo. In questo caso, Wawrinka. Ma Matteo scuote la testa, sorride, e dice che va lui avanti. Poi si gira verso Wawrinka e, con quella semplicità disarmante di chi parla con il cuore, gli dice che lui merita di meglio. Che merita un applauso più lungo. Tutto per sé.
Wawrinka entra per secondo, alle spalle di Berrettini, e il pubblico del Court 1 – che sa benissimo chi sta per salutare – lo accoglie con un calore che fa venire i brividi. Quegli applausi non sarebbero stati gli stessi se i due fossero entrati insieme, probabilmente. Berrettini lo sapeva. E ha scelto di farsi da parte, ancora prima di battere la prima pallina.
Wawrinka è rimasto sul campo a ricevere quell'amore. Ha alzato gli occhi verso gli spalti, ha annuito, ha sorriso. Uno di quei sorrisi che nascondono un dolore dolcissimo, la consapevolezza che qualcosa di meraviglioso sta finendo per sempre. E le lacrime sono arrivate, inevitabili, oneste. «Non vorrei ritirarmi» dirà pochi minuti dopo nell'intervista a bordo campo, con la voce rotta dall'emozione. «Ma so che è il momento. Questo sport mi ha dato grandi emozioni. Non è facile dire addio a qualcosa che ami tanto».
Il secondo gesto: la corsa
Poi è arrivato un momento ancora più incisivo e commovente. Berrettini era rimasto sul campo per la classica intervista post-partita. È andato a recuperare due asciugamani. Gli ultimi usati da Wawrinka a Wimbledon. Quelli bagnati di sudore, di fatica, simboli di una carriera intera. E mentre le telecamere erano ancora puntate su di lui, mentre avrebbe potuto fermarsi, rilassarsi, godersi la vittoria, Matteo Berrettini ha fatto una cosa sola: ha corso. Ha corso verso gli spogliatoi, dietro Wawrinka che si stava già incamminando nel tunnel. I telecronisti, in diretta, lo hanno visto e hanno cominciato a chiamare: «Stan! Stan!». Come in un film, come in una di quelle scene che non ti aspetti mai davvero, Wawrinka si è girato, ha visto Matteo che correva verso di lui con quell'asciugamano in mano. E ha sorriso. I due si sono abbracciati ancora una volta, nel tunnel. E Berrettini gli ha consegnato quei pezzi di spugna bianca come se fosse un pezzo di storia. Spoiler: lo era.
Le parole del Martello
Ai microfoni, Berrettini ha spiegato tutto con la semplicità di chi agisce di cuore, senza calcoli e senza retorica: «Stan è una leggenda e oggi lo ha dimostrato ancora una volta. Ricordo quando nel 2014 giocavo qui il torneo junior e lui giocava contro Roger Federer. Sono grato e orgoglioso di ciò che è la mia carriera. È per questo che l'ho inseguito fino negli spogliatoi: volevo dargli l'asciugamano dell'ultima volta che ha giocato qui. Se lo merita». Una leggenda che incontra un'altra leggenda. Un ragazzo che nel 2014, da junior, sbirciava furtivo al Centre Court per vedere giocare i suoi idoli. E che dodici anni dopo si ritrova dall'altra parte della rete, a scrivere insieme a loro le ultime pagine di una storia bellissima.
Che cosa resta
Nel tennis, spesso uno sport spietato, solitario, nel quale vince chi è più freddo e psicologicamente preparato, ieri sera qualcosa di diverso ha bucato lo schermo e ha raggiunto le persone ovunque nel mondo. Non è il servizio a 220 km/h che rimarrà. Non è il tie-break da 18-16. Rimarrà Matteo Berrettini che corre, asciugamani in mano, per regalare al nostro Stan che si congeda il frammento più prezioso di una serata irripetibile. Rimarrà Stan Wawrinka che si gira nel tunnel e vede arrivare quell'uomo e capisce, in un istante, che il rispetto più sincero non ha bisogno di trofei o discorsi. Rimarrà il pubblico del Court 1 in piedi ad applaudire: spinto, guidato, invitato da un avversario che ha scelto, in quel momento, di essere prima di tutto un essere umano. Il tennis, di tanto in tanto, ci ricorda perché lo amiamo. Ieri sera ce lo ha ricordato nel modo più bello possibile.
