Théo Gmür: «Essere portabandiera della Svizzera uno dei più grandi onori della mia vita»

Certe emozioni nello sport non si misurano con il cronometro. Per Théo Gmür, uno degli atleti simbolo dello sci alpino paralimpico svizzero, le Paralimpiadi di Milano-Cortina resteranno prima di tutto per un’immagine: quella della bandiera rossocrociata portata davanti alla delegazione elvetica nella cerimonia inaugurale. Un momento che racconta molto più di una gara o di una classifica.
Abbiamo parlato con lui alla vigilia dell’ultima prova del suo programma, lo slalom di oggi, quando il campione vallesano – tre ori a Pyeongchang 2018 e un bronzo a Pechino 2022 – ha tracciato un bilancio lucido e allo stesso tempo fiducioso dei suoi Giochi. Una settimana in cui i risultati non hanno portato medaglie, ma che non ha intaccato lo spirito competitivo e la prospettiva di lungo periodo.

«Essere portabandiera è stato molto più che sfilare con la bandiera», racconta al Corriere del Ticino. «Per me è stato come rivedere tutto il percorso fatto per arrivare fin qui: un lungo viaggio, con un grande sogno. È stato un grande onore».
Arrivato a Cortina con ambizioni importanti, Gmür ha sfiorato il podio nella discesa con un sesto posto incoraggiante, prima di affrontare gare più complicate fino al gigante, concluso al decimo posto. Ma il campione vallesano preferisce leggere questi Giochi in una prospettiva più ampia.
«Questi Giochi sono stati molto diversi rispetto alle ultime edizioni in Asia. Oltre all'ottima organizzazione, le persone sono molto gentili e calorose e si sente davvero l’atmosfera degli sport invernali».

Nel gruppo svizzero, Gmür è anche uno dei punti di riferimento per gli atleti più giovani. «Penso di essere uno di quelli che può aiutare chi è alla prima esperienza. Quando arrivi ai primi Giochi non è facile sentirsi subito a proprio agio. Io e gli altri veterani cerchiamo di accompagnarli, di farli sentire più tranquilli e di condividere quello che abbiamo imparato».
Un ruolo che va oltre il risultato sportivo. «In un certo senso siamo anche ambasciatori», aggiunge. «Non solo per il nostro Paese, ma anche per tutte le persone con disabilità».

Quando si parla delle gare, il suo approccio resta lucido. «A volte nello sport si vince, a volte si perde. Fa parte del viaggio. Certo, penso agli errori, penso a ogni secondo perso, ma bisogna prendere tutto questo, trasformarlo in una lezione e tornare più forti e più veloci la prossima volta».
La voglia di rivincita, insomma, non manca. «La mia storia non è finita», dice con convinzione. «Spero di continuare ancora per quattro anni e provare a conquistare un’altra medaglia».
Grazie agli straordinari risultati sportivi, il 29enne di Sion è anche uno dei volti di Omega, marchio che accompagna i Giochi come Cronometrista Ufficiale e che sostiene alcuni atleti paralimpici. Un legame che per lui ha un significato particolare.
«Per noi atleti il tempo è qualcosa che viviamo ogni giorno», racconta. «Passiamo la vita a inseguire il tempo, a cercare il tempo più veloce in fondo alla pista. Per questo il mio rapporto con Omega è speciale. È qualcosa di importante, perché significa che anche il nostro impegno e le nostre performance vengono riconosciuti da una delle più importanti maison orologiere al mondo, che decide di investire su di noi».

In fondo, è questo lo spirito paralimpico che Gmür vuole trasmettere. «Per noi è importante mostrare che è possibile arrivare in alto. Il percorso non è stato facile, ci sono stati molti ostacoli, ma riusciamo a superarli e a lottare nonostante le difficoltà. Credo che questa sia una delle nostre vere forze».
Ora resta l’ultima gara. «C’è ancora lo slalom, voglio ritrovare belle sensazioni, divertirmi sugli sci e dare tutto fino alla fine per rendere questi giochi ancora più indimenticabili».
