«Tornare a Lugano da avversario fa riaffiorare tanti bei ricordi»

Questa sera all’Elvetico (ore 17.00) i Lugano Tigers ospitano l’Olympic. Il nuovo allenatore dei friburghesi è Thibaut Petit, già coach bianconero nel 2017-18. Lo abbiamo intervistato.
Coach, come si trova a Friburgo?
«Sono molto felice di essere tornato in Svizzera. Purtroppo, il nostro inizio è stato condizionato dagli infortuni. Già privi di Kazadi, a una settimana dall’inizio delle qualificazioni alla Champions abbiamo perso pure Kovac e Ducommun. Senza tre giocatori nello stesso ruolo, è stato difficile allenarsi e trovare gli equilibri. Stiamo facendo il possibile per vincere, ma a livello di gioco non siamo dove vorremmo. Presto però recupereremo gli assenti. Kazadi ha già giocato 10 minuti mercoledì contro il Nyon. A inizio novembre spero di rivedere in campo anche Kovac».
Cosa ha significato raccogliere l’eredità di Petar Aleksic, allenatore dell’Olympic per 10 anni?
«Quest’anno a Friburgo non è cambiato solo lo staff tecnico. C’è un nuovo presidente, ci sono tanti nuovi giocatori. Ma soprattutto c’è stata un’importante riduzione della massa salariale. Sono arrivato all’inizio di una nuova storia e ci vorrà un po’ di pazienza. Ma in questo club si continua a respirare la cultura della vittoria e dunque ci sono delle aspettative. Mi ricorda la situazione che trovai ai Tigers. Quel Lugano aveva ridotto di molto il suo budget, ma aveva sempre fame di successi».
Lugano attende il suo palazzetto. Alla St. Léonard si lavora già da tempo in strutture invidiabili.
«Un altro mondo. Ho il mio ufficio nello stabile della palestra. Noi, l’Academy e l’Elfic abbiamo a disposizione tre campi. Posso chiedere ai ragazzi di venire ad allenarsi a qualsiasi ora. Anche alle 7 del mattino».
Cosa ricorda con più piacere della sua esperienza luganese?
«L’incontro con il presidente Cedraschi. È stato come un padre e ha dato una svolta alla mia carriera. Prima di approdare a Lugano, ero reduce da un periodo difficile a Liegi. Il Cedro e i Tigers mi hanno ridato energia. Abbiamo vissuto anche delle belle emozioni sportive. Penso alle finali di Coppa della Lega e di Coppa Svizzera. Oppure al derby contro la SAM durante le festività natalizie, sempre in Coppa. E poi, cosa che non avrei mai immaginato, a Lugano ho scoperto l’hockey».
Infatti l’abbiamo vista in tribuna alla BCF Arena in occasione della sfida tra Gottéron e HCL...
«Spero di poter restare in Ticino anche domani per assistere alla rivincita. Quando allenavo i Tigers, pranzavo tutti i giorni alla Cornèr Arena. Ho iniziato a interessarmi alla vita del club, sono andato a una partita e mi sono innamorato. Ancora oggi non conosco tutte le regole dell’hockey, ma adoro la sua velocità e l’atmosfera in pista. La cosa più importante che ho imparato, è che a Lugano bisogna battere l’Ambrì Piotta».
Parliamo di rivalità cestistiche. Robbi Gubitosa, coach della SAM, ci ha detto che per la prima volta, sulla panchina dell’Olympic Friburgo, siede un suo amico.
«Quando ero a Lugano, io, lui e il Cedro andavamo spesso a bere il caffé in quello che oggi è il ristorante di Robbi. Eravamo rivali, sì, ma ci siamo fatti delle belle chiacchierate. Da allora, siamo rimasti in contatto».
Ancora amici anche dopo la vittoria della SAM in Supercoppa?
«Ma certo. La SAM ha meritato il trofeo. Sulla carta, insieme al Ginevra, ha la rosa più completa. Gubitosa può schierare due quintetti titolari. Una volta Friburgo aveva 12 professionisti, ora ne ha solo 8. Ma noi ce la giocheremo fino alla fine».
I Tigers hanno una rosa infarcita di giovani cresciuti nel club. Lo avrebbe detto cinque anni fa?
«Non sono sorpreso, già ai miei tempi Carlos Lopes, il responsabile del movimento giovanile, stava lavorando molto bene. Il club ha strutturato la formazione dei giovani e ora ne sta raccogliendo i primi frutti. Il prossimo step passa inevitabilmente dalle infrastrutture».
Nelle ultime due stagioni lei ha allenato una squadra femminile in Russia, a Kursk. Come è stato lavorare in quel contesto dopo l’inizio della guerra?
«La vita quotidiana non è cambiata, non mi sono mai sentito in pericolo. È diventato più difficile viaggiare, entrare e uscire dal Paese. Ma ho deciso di restare per onorare il contratto e portare a termine il lavoro. Nel club c’erano tante belle persone. Noi facciamo sport, non politica».
